A fine anno, queste importazioni, raggiungeranno circa 90 milioni di chili, come dire il 10% della produzione nazionale.Ma si ha l’impressione, così a naso, che l’allarme sia tardivo ed anche sottostimato. Infatti se conviene importare all lontanissima Cina anche il pomodoro e per il 10% della produzione, perché on importare anche il restante 90? Sembra un paradosso, ma in economia funziona così: se si va fuori mercato, non è che si sbanda e si esce per una percentuale! Si innesca una reazione a catena, per cui sempre più agricoltori e produttori vanno fuori mercato, cioè il loro lavoro non è più remunerativo e finisce per cessare. Ormai, il nostro Paese sbanda paurosamente ed anche la nostra agricoltura e l’industria ad essa legata, subisce ogni giorno di più l’insulto della concorrenza: è di oggi la notizia che anche il poco rimasto d’italiano in uno dei marchi di birra che facevano grande il nome d’Italia, la Peroni (si, quella con Solvy Stubing, la biondissima che faceva sognare tutti noi, – ed io per inciso l’ho anche conosciuta a Firenze nel 1973! – dicendoci: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra!”) sta per passare in mano di una multinazionale belga-americana che formerà il più grande gruppo mondiale del settore.

Comunque sia, la Coldiretti fa riferimento ai dati Istat relativi al primo semestre del 2015, per denunciare i rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali e esteri.

Il problema è aggravato dall’assenza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di questo prodotto. Secondo Coldiretti dalla Cina si sta assistendo ad un vero e proprio traffico di navi che sbarcano fusti dal peso di oltre 200 chili contenenti concentrato di pomodoro pronto da essere “rilavorato” e confezionare come italiano.

Nei contenitori per la vendita al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, non quello di coltivazione dei pomodori. Il rapporto Agromafie, elaborato dall’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura insieme ad Eurispes e Coldiretti ha evidenziato che la maggioranza degli sbarchi avviene nel porto di Salerno, in Campania.

La Coldiretti chiede che questo commercio venga reso trasparente con l’obbligo di indicare in etichetta il luogo di coltivazione dei pomodori. La questione del concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina non è nuova ma a quanto pare il fenomeno si sta aggravando. E forse la Coldiretti, invece di richiedere sol misure “protezionistiche” che non funzionano mai, farebbe meglio a chiedersi come mai i nostri “contadini” non riescono più a produrre nulla di competitivo che non si a di nicchia o di lusso. Ma poco anche di questo. Basti pensare al grano che al tempo dei Romani veniva raccolto in Italia anche per due o tre raccolti ed oggi ci vede importare volte il 70 % del fabbisogno così che il pane di falerno ha lo stesso sapore (pessimo!) di quello di Trento. Cioè quello industriale che troviamo in tutti i supermercati.

La scorsa settimana la trasmissione “Le Iene” ha portato questo tema sugli schermi televisivi presentando un’intervista ad una grande azienda che in Cina produce concentrato di pomodoro che viene spedito in Europa, Italia compresa, e che una volta giunto a destinazione viene diluito e usato per i sughi.

La Cina ha iniziato la coltivazione di pomodoro per l’industria nel 1990 ed oggi rappresenta il secondo bacino di produzione, dopo gli Stati Uniti, superando l’Unione Europea. Ma il gigante asiatico nel 2014 ha conquistato anche il primato di notifiche per prodotti alimentari irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge, secondo un’elaborazione della Coldiretti sulla base della Relazione sul sistema di allerta per gli alimenti. Su un totale di 3.097 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 469 (15%) hanno riguardato la Cina.

Secondo i dati messi a disposizione da Coldiretti, il pomodoro è il condimento maggiormente acquistato dagli italiani. A rischio c’è un settore, quello del pomodoro da industria, dove sono impegnati in Italia oltre 8000 imprenditori agricoli che coltivano su circa 72 mila ettari, 120 industrie di trasformazione in cui trovano lavoro ben 10 mila persone, con un valore della produzione superiore ai 3,3 miliardi di euro.

Come possiamo difenderci dal pomodoro importato e rivenduto in modo irregolare? Da questo come dalla scomparsa progressiva del nostro apparato produttivo, semplicemente, ricominciando a produrre, cioè a lavorare!!! Cioè accettando la sfida della concorrenza e on nelle forme utopiche perché si mettono fuori dalla concorrenza del mercato, che ci presentano la triade Camusso, Barbagallo, Furlan che però guadagnano centinaia di migliaia di Euro all’anno! Senza parametrarsi lo stipendio di segretario sindacale generale a quello degli omologhi cinesi, che si garantiscono lo stipendio e quello dei loro iscritti, producendo e vendendo pomodoro!!!

 

 

 

 

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