KME: un ricatto da respingere

 

Secondo la dirigenza di Kme, solo trasformando lo stabilimento di Fornaci di Barga nel primo inceneritore di pulper di cartiera d’Italia si salverebbero gli attuali posti di lavoro. Un ricatto bello e buono, fatto da un’azienda inaffidabile, passata in pochi anni dalla bufala dell’idroponico a quella del megapolo della metallurgia non ferrosa, approdata infine al business dei rifiuti come soluzione di tutti i mali. Un ricatto da respingere, non solo per ragioni di principio – dato che il diritto alla salute è un principio non negoziabile – ma anche perché non crediamo proprio alle promesse di Kme sull’occupazione.

 

Bene fanno i cittadini di Fornaci di Barga, e dell’intera Valle del Serchio, ad opporsi ad un impianto che peggiorerebbe ancora la qualità dell’aria di una valle chiusa come la nostra, dove le indagini epidemiologiche mostrano già adesso dati estremamente allarmanti per la salute.

 

Troppe sono le cose che non tornano nei ragionamenti di Kme. Vediamone alcune:

 

  1. Dice Kme che, trattandosi di un’azienda energivora, essa può sopravvivere solo auto-producendo energia elettrica. E’ questa un’affermazione che non si regge in piedi. Delle oltre tremila aziende energivore presenti in Italia, solo un’infima minoranza auto-produce energia elettrica. Ed oltretutto, dal 2018, queste aziende hanno avuto un gigantesco sconto sulla bolletta (per Kme circa 2 milioni di euro annui), portando i costi al livello medio europeo.

 

  1. La tesi di Kme è dunque inaccettabile. Ma fingiamo che invece sia giusta: perché proprio il pulper di cartiera? In proposito i vertici aziendali hanno dichiarato di aver esaminato altre possibilità, addirittura quella dello sfruttamento idroelettrico dell’acqua della Polla Gangheri. Ridicolo: dato che con quell’acqua non si arriverebbe a produrre nemmeno l’1% dell’obiettivo indicato da Kme. E perché invece non si è preso in considerazione il solare, quello sì – visti i quasi 400mila metri quadri a disposizione – in grado di raggiungerlo? Misteri Kme, sui quali ognuno può riflettere.

 

  1. Recentemente Kme ha iniziato a parlare di “termovalorizzatore“, mentre prima definiva l’impianto come “pirogassificatore“. Solo un cambiamento linguistico, o qualcosa di diverso che sta bollendo in pentola? Nessuno ovviamente lo sa, visto che dopo tanto parlare, del progetto ancora non c’è traccia…

 

  1. Mentre dice di voler passare dalle 50mila attuali, ad almeno 80mila tonnellate annue di produzione, in Kme ogni mese il ciclo produttivo si ferma. E si ferma perché manca la materia prima… Ha qualcosa da dirci in proposito la direzione aziendale? Che forse dipende anche questo dalla mancanza dell’inceneritore che gli sta tanto a cuore? Ma per favore… ci parlino piuttosto delle vere difficoltà del gruppo, di quelle del mercato e delle effettive intenzioni della proprietà.

 

A questo punto si sarà capito perché non crediamo ai discorsi di Kme. In verità le possibilità ci sembrano soltanto due: o l’azienda vuol fare dello smaltimento dei rifiuti il suo business principale, con l’abbandono progressivo dell’attività tradizionale della fabbrica; oppure si dice “o inceneritore o morte” solo per farsi dire di no ed avere così il pretesto per chiudere lo stabilimento, magari addossandone le colpe ai cittadini rei di aver difeso la loro salute. In un caso, come nell’altro, i posti di lavoro andrebbero persi.

 

In autunno, grazie al Jobs Act di Renzi, finiranno gli ammortizzatori sociali e tanti lavoratori rischieranno il posto di lavoro. Non sarebbe meglio partire da questo dato di fatto, per iniziare da subito una battaglia di tutti – cittadini e lavoratori – per la difesa di tutti i posti di lavoro, anziché farsi abbindolare dagli specchietti per le allodole di Kme? Non sarebbe meglio chiamare da subito la  politica, le istituzioni a tutti i livelli, ad assumersi le proprie responsabilità?

 

Tra la tutela della salute e la lotta per la difesa dell’occupazione non c’è alcuna contrapposizione. Lavoratori e cittadini possono e devono marciare insieme per i loro comuni interessi, dicendo no ad un progetto pericoloso sia per i posti di lavoro come per la salute di decine di migliaia di persone.

 

 

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