In Italia tornano i lupi, ma in pochi ne sono felici

Nell’ultimo secolo il ricordo del lupo sembrava relegato alle favole, dove l’animale è inevitabilmente il cattivo. Quello in carne e ossa, Canis lupus, era quasi scomparso, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa occidentale. Poi però qualcosa è cambiato. Il lupo ha ripreso a popolare l’Italia: gli Appennini, le colline della Toscana, infine le Alpi con sconfinamenti verso Francia, Svizzera, Carinzia, Slovenia.

Tranquilli, non rischiamo di incontrarlo durante la prossima gita in montagna: il lupo ha imparato a sue spese che dagli umani è meglio stare alla larga. Però, certo, mangia le pecore e può anche attaccare le stalle: e infatti non tutti sono contenti di rivederlo.

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Il ritorno del lupo ha qualcosa di affascinante. All’inizio degli anni settanta in Italia ne sopravvivevano un centinaio, quasi tutti arroccati nelle montagne dell’Abruzzo; quarant’anni dopo, è tornato a colonizzare anche zone dove non si vedeva da più di un secolo.

È un “ritorno naturale”, precisano gli esperti, nel senso non c’è stato intervento umano, nessuno è andato a liberare i lupi sui monti. Però è cambiato il nostro modo di guardare al lupo. Nel 1970 un famoso studio commissionato dal Wwf diceva che la specie si sarebbe presto estinta, se non si faceva attenzione. Poi nel 1971 un decreto ministeriale ha tolto il lupo dalla lista degli animali “nocivi”; nel 1976 è stato incluso tra le specie protette, e da allora ne è vietata la caccia.

Boitani usa due parole per descrivere il lupo: intelligenza e flessibilità

Forse però la cosa decisiva è un’altra. Nella seconda metà del secolo gli umani hanno cominciato ad abbandonare le montagne. Le zone agricole pedemontane, marginali, sono rimaste incolte; sono tornati a moltiplicarsi caprioli, cervi, daini, cinghiali: “Tutti i carnivori ne hanno tratto vantaggio, e anche un predatore come il lupo”, spiega il professor Luigi Boitani, dell’università Sapienza di Roma, uno dei massimi studiosi del lupo in Italia (e coautore di quel famoso studio). Insomma, il lupo ha ripreso a moltiplicarsi perché ha ritrovato un habitat in cui muoversi e prede da mangiare.

Boitani usa due parole per descrivere il lupo: intelligenza e flessibilità. Grande predatore, è capace di adattarsi a una grande diversità di situazioni ecologiche e comportamentali. Può percorrere centinaia di chilometri, viaggia anche a 30 chilometri all’ora e sa passare inosservato, in assoluto silenzio. Caccia grandi prede, ma può anche rovistare nelle discariche urbane. “Il suo habitat è ovunque ci sia cibo e non rischi di essere ucciso”, riassume Boitani. Intelligente, veloce, adattabile, il lupo vive e caccia in branco, “cioè il gruppo familiare, di solito di tre o quattro individui, a volte sei o sette: gruppi più numerosi sono rari”. Si muove in un territorio più o meno grande: se le prede sono abbondanti bastano magari 50 o 60 chilometri quadrati, ma se necessario può coprirne anche 300.

Serve anche il predatore

Chi studia il lupo ne è un po’ affascinato, questo è chiaro. E la specie ha dimostrato grande capacità di recupero. Oggi in Italia ci sarebbero tra 1.200 e 1.800 individui (nel periodo tra il 2009 e il 2013), secondo la stima fatta da due ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra), Marco Galaverni e Ettore Randi, in uno studio pubblicato nel gennaio 2016. La gran parte dei lupi italici, oltre il migliaio, vive nell’Appennino; sulle Alpi sono molto meno (57-69). Tra le regioni, la Toscana ha la popolazione più numerosa, trecento o più, mentre non ci sono lupi in Sicilia e Sardegna. Il Trentino-Alto Adige è l’unica regione senza una presenza stabile, ma vi sconfina un branco “residente” in Lessinia, nelle Prealpi a nord di Verona.

Dal punto di vista ecologico, la ripresa del lupo è una buona notizia: nell’equilibrio naturale serve anche il predatore. Il problema è che il lupo è tornato in territori dove sono presenti anche gli esserumani, e questo è fonte di conflitto. Attacca gli animali al pascolo, pecore, a volte cavalli. Più lupi, più attacchi al bestiame domestico. Di conseguenza, molte regioni hanno cominciato a concedere risarcimenti agli allevatori (non c’è una normativa nazionale in materia, solo leggi regionali). La regione Toscana, per esempio, quest’anno ha stanziato 400mila euro per i risarcimenti, con un tariffario: 150 euro per un agnello, 350 per la pecora, 1.200 per il montone, e cosi via per capre, maiali, vitelli.

Ma le polemiche sono infinite, gli allevatori lamentano che i risarcimenti non arrivano, o non bastano, e che i lupi mandano in rovina le aziende.

La migliore difesa è la più antica, il cane pastore maremmano, come si fa in Abruzzo

Anche il bracconaggio è ripreso, in grande stile e perfino “rivendicato”. Ogni anno due o trecento lupi sono abbattuti illegalmente, a volte sparati, più spesso uccisi da bocconi avvelenati: significa fino al 20 per cento della popolazione.

Secondo gli studiosi, il lupo attacca gli allevamenti solo se le condizioni lo favoriscono, cioè se non sono protetti. “La sola soluzione è difendersi, e la migliore difesa è la più antica, il cane pastore maremmano”, sostiene Boitani: come si fa in Abruzzo, dove il lupo non era mai scomparso. “Invece, dove gli umani hanno perso l’abitudine a convivere con il predatore, si sentono padroni della montagna e lasciano le bestie brade, allora sorgono i problemi”.

La soluzione più ipocrita

Che fare? Secondo Boitani, la strada maestra per gestire il conflitto tra lupo e umano è cercare la coesistenza, cioè un compromesso: imparare a difendere le greggi, rassegnarsi a perdere qualche bestia, mettere in campo un sistema di indennizzi, “e ogni tanto abbattere qualche lupo, per risolvere qualche situazione di crisi e ristabilire l’equilibrio”.

La “rimozione” controllata è in una proposta di “Piano di gestione del lupo” ora all’esame della conferenza stato-regioni. Ma suscita grandi polemiche. Organizzazioni ambientaliste come Wwf e Legambiente la considerano più o meno come legittimare il bracconaggio. E però vorrà pur dire qualcosa se anche un appassionato difensore del lupo, come Luigi Boitani, sostiene che qualche abbattimento è necessario – casi limitati con criteri precisi, si intende, non deroghe in bianco. La popolazione di lupi aumenta del 30 per cento annuo. Il rischio, dice, è che si adotti la soluzione più ipocrita, “quella di lasciare che a gestire di fatto la popolazione [di lupi] sia il bracconaggio diffuso”.

Intanto un’altra minaccia incombe sul lupo italiano. È l’ibridazione con il cane. Il termine non è esatto, visto che il cane discende dal lupo stesso, ma sta di fatto che gli incroci tra lupi e cani inselvatichiti sono sempre più frequenti. Nel grossetano, le colline senesi, l’Appennino toscoemiliano, gli avvistamenti di lupi con caratteristiche inusuali sono ormai numerosi. Secondo Boitani, “siamo sulla soglia di un cambiamento di specie”.

Minacciato dall’interno (l’ibridazione) e dall’esterno (gli umani), una cosa ormai è chiara: chi rischia la vita oggi non è Cappuccetto Rosso, ma è proprio il lupo.

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