Il Santo del giorno, 4 Novembre: S. Carlo Borromeo, colonna della Controriforma e del Concilio di Trento

 

Uno dei fautori della Controriforma, – praticamente, fu il “manovratore” del Concilio di Trento, essendo nipote e segretario del Papa! – fondò i Seminari, così celebri per quasi cinque secoli e che oggi sono strutture pressoché abbandonate! Stabilendo il valore odierno della messa, il celibato dei preti, il valore moderno del matrimonio ed istituendo le anagrafi di chiesa, fonte fondamentale per risalire ad antenati e allo sviluppo ed allo spostamento delle famiglie.

di Daniele Vanni 

Carlo Borromeo(Arona, 2 ottobre 1538 – Milano, 3 novembre 1584) è stato arcivescovo e cardinale, considerato tra i massimi riformatori della chiesa cattolica nel XVI secolo, assieme a Sant’Ignazio di Loyola ed a San Filippo Neri, guidando il movimento della Controriformacontrapposta alla Riforma protestante.

Tra le riforme di maggior peso, da lui proposte ed accettate dal Concilio di Trento che patrocinò per tutta la sua durata, vi fu la fondazione dei seminari per la corretta formazione dei presbiteri e la loro educazione.

Figlio di Gilberto II Borromeo e Margherita Medici di Marignano, sorella di papa Pio IV, Carlo era il giovane rampollo della nobile e potente famiglia lombarda dei Borromeo.

Egli nacque il 2 ottobre 1538, di venerdì, tra le 8 e le 9 di mattina, nel Castello di Arona, nella stanza detta all’epoca “dei Tre Laghi”ed oggi detta “di san Carlo” in suo onore.

Studiò a Milano materie umanistiche. E poi diritto canonico e civile a Pavia, dove si laureò, in utroque iure, il 6 dicembre 1559 e dove successivamente creò nel 1564 una struttura residenziale per studenti universitari di scarse condizioni economiche, ma con elevati livelli di preparazione e attitudine allo studio, oggi tra i più antichi e prestigiosi collegi d’Italia.

In un secolo in cui l’altezza media degli uomini non superava il metro e sessantacinque, Carlo Borromeo era alto più di un metro e ottanta, ma era anche di corporatura robusta.Nonostante questo, Carlo Borromeo anche negli ultimi anni di vita, digiunava, consumando un solo pasto al giorno, dopo il vespro, per destinare poi ai bisognosi il denaro risparmiato con il digiuno. Sempre astenendosi da cibi costosi, elaborati e vari.

Occorre anche ricordare che, durante la vita adulta, Carlo Borromeo portò sempre la barba, anche se la vasta iconografia seicentesca lo raffigura rasato. Egli cominciò infatti, a radersi solo nel 1576, al tempo della peste, e mantenne il volto rasato in segno di penitenza, durante gli ultimi otto anni di vita.

Inizialmente fu un celebre zio, che aprì al giovane Carlo la strada della fama universale. Nipote per parte di madre, Margherita sorella di papa Pio IV, al secolo Gian Angelo Medici, il Borromeo fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent’anni.In tale veste, dando esecuzione alle direttive dello zio, il giovane Carlo ebbe la singolare occasione di contribuire a riaprire, concludere e attuare il Concilio di Trento.

Attuando nella diocesi ambrosiana la riforma tridentina, vivendo costantemente in ascetica povertà, Carlo Borromeo dedicò la sua azione pastorale alla cura delle anime e alla riforma dei costumi, promuovendo oltre al culto «interiore» anche il culto «esteriore» – riti liturgici, preghiere collettive, processioni – ravvivando in tal modo la fede, l’identità e la coesione sociale soprattutto dei ceti più popolari.

Quando, dopo la morte dello zio papa Pio IV, nel 1566 Carlo Borromeo, a ventotto anni, si trasferì da Roma a Milano, per attuare in patria la riforma tridentina, si trovò a dover riformare una diocesi nella quale la disciplina ecclesiastica era «del tutto persa», e si trovò a dover affrontare «contrasti tanto grandi […] et da persone tanto potenti che havriano impaurito ogni grand’animo».

Nell’attuare i decreti tridentini, il Borromeo si espose infatti, alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu contrastato dai governatori spagnoli e dal Senato milanese, minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant’Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibugiata alla schiena da un sicario dell’ordine degli Umiliati.

Ma le responsabilità, non gli mancarono mai sulle sue forti spalle: nel 1558 era morto suo padre. E pur avendo un fratello maggiore, il conte Federico Borromeo, a Carlo fu chiesto dai parenti, di prendere il controllo degli impegnativi affari di famiglia.

L’anno dopo, il 1559, lo zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV e chiamò a Roma i suoi nipoti Federico e Carlo Borromeo, per renderli suoi stretti collaboratori nell’amministrazione degli affari della chiesa. Per questo, Carlo Borromeo venne nominato protonotario apostolico partecipante e referendario della corte papale, poi membro della consulta per l’amministrazione dello Stato Pontificio…abate commendatario di Nonantola, San Gallo di Moggio, Serravalle (o della Follina), Santo Stefano del Corno, una in Portogallo ed una nelle Fiandre…

Nel concistoro del 31 gennaio del 1560, venne subito creato dallo zio cardinale diacono e ricevette la berretta. Poi venne nominato amministratore dell’arcidiocesi di Milano e quindi legato pontificio a Bologna e in Romagna per due anni. Non bastando appresso fu fatto Segretario di Stato, una delle massime cariche nell’amministrazione dello Stato della Chiesa. Infine, governatore di Civita Castellana e di Ancona, nonché proclamato cittadino onorario di Roma.

Nel 1562 fondò l’Accademia Vaticana, di ispirazione arcadica, e in quello stesso anno divenne governatore di Spoleto e membro del Sant’Uffizio.

Nello stesso anno, il fratello Federico morì improvvisamente e quindi a Carlo fu consigliato di lasciare l’ufficio ecclesiastico, di sposarsi ed avere dei figli, per non estinguere la dinastia familiare, ma Carlo preferì proseguire la propria missione ecclesiastica e solo allora venne ordinato sacerdote: ereditò comunque il titolo di principe di Orta, che spettava alla sua famiglia.

San Carlo sfruttò la propria influenza come segretario di stato pontificio per riaprire il Concilio di Trento al quale prese parte direttamente nelle sessioni del 1562-1563, i cui decreti finali vennero confermati dal pontefice nel concistoro del 1564. Durante queste ultime delicate fasi, il Borromeo intervenne direttamente perorando la causa cristiana nella visione della messa come vero e proprio sacrificio di Cristo riproposto ad ogni celebrazione, contrastando la visione protestante, secondo la quale l’eucarestia sarebbe solo il ricordo dell’ultima cena.

Sempre su impulso di san Carlo, vennero approvati i decreti relativi agli ordini sacri edall’istituzione dei seminari, giungendo a toccare temi importanti e molto sentiti all’epoca, come il valore del matrimonio ed il celibato sacerdotale, pratica a cui il cardinale diede largo spazio personale.

Subito dopo, accumulando onori e cariche, venne consacrato vescovo nella Cappella Sistina.

Poco dopo divenne presidente della commissione di teologi incaricati dal papa sul finire dell’anno di elaborare il Catechismus Romanus, assieme a grandi personaggi della controriforma come San Pietro Canisio, San Turibio da Mogrovejo e San Roberto Bellarmino; lavorò nel contempo per la revisione del messale e del breviario, nonché della musica da utilizzarsi durante la messa, supportando in quest’ultima ottica la carriera del milanese Orfeo Vecchi.

Preconizzato arcivescovo di Milano, il 12 maggio 1564 (dove già svolgeva la funzione di amministratore apostolico per conto dello zio), incontrò in questa nomina l’opposizione di Ippolito II d’Este.

Il Borromeo, ad ogni modo, venne poco dopo nominato governatore di Terracina ed arciprete della basilica romana di Santa Maria Maggiore. Optò quindi per il titolo presbiteriale di Santa Prassede e gli venne garantito dal pontefice il titolo di conte palatino. Prefetto della Sacra Congregazione per il Concilio di Trento, mantenne la carica dal 1564 al settembre del 1565 quando venne nominato legato a Bologna nonché vicario generale spirituale per tutta l’Italia. Penitenziere maggiore dal 1565, rimase in questa carica sino al 1572!

Pur con la morte dello zio pontefice nel 1565, rimase uno dei principali personaggi influenti nella chiesa: prese parte al conclave del 1565-1566 che elesse papa Pio V; lasciò il conclave, poco dopo l’elezione del papa a causa di un malessere.

Dopo la morte dello zio papa, nel 1566, lasciata la corte pontificia, prese possesso dell’arcidiocesi di Milano, nella quale da circa ottant’anni mancava un arcivescovo residente e nella quale si era radicata una situazione di pesante degrado. Fu questa l’occasione per Carlo Borromeo di sperimentare le nuove norme del concilio di Trento e Milano si presentava ai suoi occhi un ottimo esempio per l’Italia ed il mondo intero: in breve tempo ristabilì la disciplina nel clero, negli ordini religiosi maschili e femminili, dedicandosi al rafforzamento della moralità dei sacerdoti e alla loro preparazione religiosa fondando, secondo le direttive del Concilio tridentino, i primi seminari. Per la sua opera riformatrice si servì anche dell’opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), fondando la congregazione degli Oblati di Sant’Ambrogio (1578).

Si dedicò alla diocesi milanese, anche costruendo, rinnovando e promuovendo chiese; s’impegnò nelle visite pastorali; curò la stesura di norme importanti per il rinnovamento dei costumi ecclesiastici. Instancabile visitatore, la sua azione pastorale fu minuziosa ed si apprestò a visitare anche i borghi più remoti della sua arcidiocesi, allargandosi anche all’istruzione del laicato con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia). Tra i suoi grandi meriti, vi fu quello di obbligare i parroci delle parrocchie del milanese a tenere dei registri aggiornati e precisi circa i battesimi, i matrimoni e le morti dei fedeli, uno dei primissimi passi al mondo nel tentativo di stabilire i diretti antenati delle moderne anagrafi!

Si impegnò in opere assistenziali, in occasione di una durissima carestia nel 1569-70 e, soprattutto nel periodo della terribile peste del 1576-1577, detta anche “peste di San Carlo”. Assai noto è l’episodio della processione organizzata dal santo, per chiedere l’intercessione, affinché il morbo si placasse, fatta a piedi nudi, con in mano la reliquia del santo chiodo, inserita in una croce lignea appositamente costruita. Incredibilmente, il morbo si placò e ciò fu interpretato da molti, come una manifestazione della santità dell’arcivescovo.

Attuando nella diocesi di Milano la riforma tridentina si scontrò contro le resistenze dei governatori spagnoli, del senato e dei nobili.

Diversi storici danno un giudizio fortemente negativo sull’operato di Carlo Borromeo, sostenendo la tesi secondo la quale, la decadenza economica di Milano e della Lombardia siano state acuite dall’attuazione, da parte di Carlo Borromeo (in contrasto con le autorità municipali, ma spesso con il beneplacito delle autorità spagnole), di un programma politico di ispirazione gesuitica, avente il fine di attuare la Controriforma sino alle sue estreme conseguenze. Milano avrebbe quindi rappresentato, un esperimento sociale, nel quale, con misure sempre più restrittive, il campo dell’iniziativa economica ed individuale diveniva sempre più angusto e malagevole.

Per ordine del papa Pio V, procedette alla riforma del potente ordine religioso degli Umiliati, le cui idee si erano distanziate dalla Chiesa cattolica, approssimandosi verso posizioni protestanti e calviniste.

Quattro membri di quest’ordine attentarono alla sua vita.

Uno di loro, Gerolamo Donati, detto il Farina (originario di Astano), gli sparò un colpo di archibugio nella schiena il 22 ottobre 1569, mentre Carlo Borromeo era inginocchiato a pregare nella cappella dell’arcivescovado. Il colpo lo ferì solo leggermente e in ciò si vide un evento miracoloso. Nella causa di canonizzazione del Borromeo si cita: “e circa mezz’ora di notte (verso le 22) va il manigoldo nell’Arcivescovado, e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell’oratorio con la sua famiglia in oratione, secondo il suo solito, gli sparò nella schiena un archibuggio carico di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero a lui offesa veruna, eccetto che la palla, che colpì nel mezzo della schiena: vi lasciò un segno con alquanto tumore (gonfiore)”.

Carlo non avrebbe voluto che i suoi attentatori fossero perseguiti, ma le autorità civili e un inquisitore inviato a Milano da papa Pio V, procedettero secondo le leggi civili ed ecclesiastiche. Quattro responsabili dell’attentato alla sua vita furono arrestati e giustiziati, secondo le leggi in vigore. L’ordine degli Umiliati fu soppresso e i beni furono devoluti ad altri ordini; in particolare, i possedimenti a Brera furono assegnati ai Gesuiti e furono finanziate opere religiose come le costruzioni del collegio Elvetico e della chiesa di San Fedele.

Non pago, si spese combattendo nelle valli svizzere, dove, in Val Mesolcina, fece arrestare per stregoneria oltre 150 persone.Dopo le torture quasi tutti abbandonarono le fede protestante, salvandosi così la vita; 12 donne ed il prevosto furono invece condannati al rogo nel quale furono gettati a testa in giù.

Con l’intento di rispondere alle sempre crescenti pressioni della riforma protestante, il Borromeo incoraggiò Ludwig Pfyffer nello sviluppo della sua Lega d’Oro (definita anche Lega Borromeiana), ma non ne vide la formazione, che ebbe luogo ufficialmente nel 1586. Con base a Lucerna, essa si impegnava a giudicare e ad espellere gli eretici, ma creò non pochi problemi all’amministrazione civile della confederazione elvetica.

Scampato alla peste, fu comunque indebolito in salute negli ultimi suoi anni e rimase in cura costante del suo medico personale Bartolomeo Assandri.

Il 2 novembre 1584, l’arcivescovo Borromeo, febbricitante e di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore, tornò a Milano scendendo il Naviglio Grande, a bordo del famoso Barchett di Boffalora. Sostò quindi a Cassinetta di Lugagnano (dove una statua lo ricorda) ed a Corsico, per riprendersi dalla febbre alta, in località Guardia di Sotto e qui venne eretta un’edicola in ricordo. Proseguì quindi il viaggio verso Milano, su di una lettiga. Nonostante il trasporto in barella, la febbre, sempre più alta, lo spense per sempre, all’età di soli 46 anni, la sera del 3 novembre 1584 a Milano; essendo spirato dopo il tramonto (precisamente alle 20.30), secondo l’uso del tempo venne considerato il giorno 4 come sua ricorrenza.

Nel suo testamento, san Carlo nominò suo erede universale l’Ospedale Maggiore di Milano. Dopo la sua morte, il suo corpo venne deposto nella cripta del Duomo di Milano dove ancora oggi si trova, mentre il suo cuore venne simbolicamente conservato nella basilica dei santi Ambrogio e Carlo al Corso a Roma, dietro l’altare maggiore.

Fu proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610 da Paolo V (Camillo Borghese); la ricorrenza cade, secondo tradizione della Chiesa, il giorno della sua morte, il 4 novembre.

Assieme ad Anselmo di Lucca è uno dei due cardinali nipoti ad essere stato canonizzato.

Il Sancarlone 

La figura di san Carlo Borromeo è oggi ricordata con uno straordinario monumento, unico nel suo genere: una gigantesca statua posta ad Arona e chiamata popolarmente il Sancarlone, per le enormi dimensioniche la contraddistinguono e che la rendono visibile anche a lunga distanza. Nelle intenzioni della città di Arona, essa avrebbe dovuto essere il culmine di un Sacro Monte a lui dedicato, ma mai completato.

Tale opera, alta 23 metri, in lamina di rame fissata con rivetti, su un’anima in muratura (al cui interno è possibile accedere), ha ispirato la tecnica di costruzione della Statua della libertà.

 

 

 

 

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