Il Santo del giorno, 4 Luglio: Pier Giorgio Frassati, protettore dei Giovani di Azione Cattolica

 

Pier Giorgio Frassati, stereotipo per tanti e tanti giovani dell’Azione Cattolica di un tempo, figlio del padrone e direttore de “La Stampa” di Torino, morto precocemente a 24 anni.

 

 

Chissà perché tanti santi muoiono così giovani!

Sarebbe troppo facile, rispondere: perché attratti, rapiti, dall’aldilà che anelano così fortemente!

 

Il santo di oggi, Pier Giorgio Frassati(Torino, 6 aprile 1901 – Torino, 4 luglio 1925) è stato uno studente italiano, terziario domenicano, membro della Fuci e di Azione Cattolica: è stato proclamato beato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, ed è sempre stato anche prima della beatificazione, protettore dell’Azione Cattolica.

Noi in sede ne avevamo un bel quadro, che però ci impressionava tutti noi giovanissimi! Da quando l’arciprete ci aveva raccontato che durante un’ispezione della sua cassa da morto, lo avevano trovato con le unghie piene del legno della cassa! E forse sono cose da non raccontare a bimbetti delle elementari!

Era meglio parlare di Luciana, sorella di Pier Giorgio, più giovane di lui di un anno, nacque il 18 agosto 1902, che morì addirittura nell’ottobre del 2007, a 105 anni!

Pier Giorgio Frassati nacque da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia della Torino sabauda.

Il padre, Alfredo Frassati, era padrone e direttore del quotidiano “Gazzetta Piemontese”, trasformata poi nella nuova testata: “La Stampa”. E fu anche un insigne uomo politico al fianco del liberale Giovanni Giolitti, che lo nominò prima Senatore del Regno e poi, nel 1913, Ambasciatore in Germania. Sposo della cugina Adelaide Ametis, pittrice apprezzata in esposizioni internazionali, i due spesso litigavano e avevano un rapporto assai burrascoso.

Ma l’educazione che i due fratelli Frassati ricevettero in una famiglia di questo livello, fu improntata su metodi e principi piuttosto rigidi, che Luciana ha definito addirittura “spartani”; ella ha raccontato che “La casa signorile in cui vivevamo sembrava una caserma”.

Allo scoppio della guerra, Pier Giorgio, anche se molto giovane, si impegnò alacremente per rendersi utile.

Inoltre inviava regolarmente ai soldati e alle loro famiglie i suoi piccoli risparmi.Pier Giorgio e Luciana, nonostante la differenza di un anno d’età, furono avviati insieme agli studi, privatamente, in casa. Poi frequentarono le scuole statali, ma Pier Giorgio non dimostrava molto entusiasmo per lo studio e subì una bocciatura.

Dopo aver conseguito la licenza elementare, entrambi vennero iscritti al Regio ginnasio-liceo “Massimo d’Azeglio” di Torino; tuttavia l’iter scolastico di Pier Giorgio fu rallentato da due bocciature in latino.

Venne poi iscritto dai genitori all’Istituto Sociale di Torino, un ginnasio-liceo retto dai Padri della Compagnia di Gesù, dove si avvicinò anche alla spiritualità cristiana.

Pier Giorgio conseguì la maturità classica nell’ottobre del 1918.

Il mese successivo si iscrisse alla facoltà di Ingegneria meccanica (specializzazione in mineraria) presso il Regio Politecnico di Torino.

Motivò questa scelta universitaria con l’intenzione di poter lavorare al fianco dei minatori (la classe operaia più disagiata a quel tempo), per aiutarli a migliorare le loro condizioni di lavoro.

Però, nonostante gli sforzi e l’impegno, Pier Giorgio morì improvvisamente a due soli esami dalla sospirata mèta. Fu però insignito della laurea ad honorem (Alla Memoria) nel 2001.

All’Università ebbe inizio un periodo di intensa attività all’interno di numerose associazioni di stampo cattolico, come la Fuci e il Circolo “Cesare Balbo”, affluente alla Fuci stessa, a cui si iscrisse nel 1919.

Inoltre aderì anche alla Società San Vincenzo De Paoli del “Cesare Balbo”, profondendo un impareggiabile impegno in favore dei poveri e dei più bisognosi.

Pier Giorgio era un ragazzo molto vivace, solare, sempre allegro e ricco di energie.

Praticò numerosi sport, ma furono soprattutto le escursioni in montagna a costituire la sua più grande passione, come documentato da numerose fotografie.

S’iscrisse anche a varie associazioni alpinistiche, partecipando attivamente a circa una quarantina di gite ed escursioni.

Fu poi proprio la sua passione per la montagna che gli fece conoscere Laura Hidalgo (1898-1976), una ragazza orfana e di modeste origini sociali: Pier Giorgio se ne innamorò, anche se non le confessò mai il proprio sentimento, “per non turbarla”, come scrisse ad un amico.

 

La ragione per cui non le dichiarò il suo amore fu la netta opposizione della famiglia di lui, che non avrebbe mai accettato per l’erede dei Frassati una consorte che non fosse stata d’altolocata e prestigiosa provenienza sociale.

Rinunciò quindi a questo amore per non suscitare pesanti discussioni in casa, e non incrinare ulteriormente il rapporto tra padre e madre, che già in quel momento versava in gravi difficoltà.

Nonostante la sua attivissima partecipazione a numerose associazioni di quell’epoca, il 18 maggio 1924, durante una gita al Pian della Mussa, insieme con i suoi più cari amici fondò, con tanto di “Proclama”, la Compagnia o Società dei Tipi Loschi; un’associazione caratterizzata da un sano spirito d’amicizia e d’allegria.

 

 

Ma dietro le apparenze scherzose e goliardiche, la Compagnia dei Tipi Loschi nascondeva l’aspirazione ad un’amicizia profonda, fondata sul vincolo della preghiera e della fede.

Nonostante le ricchezze della famiglia che venivano elargite ai figli con grande parsimonia, Pier Giorgio era spesso al verde perché il più delle volte i pochi soldi di cui disponeva venivano da lui generosamente donati ai poveri e ai bisognosi che incontrava o a cui faceva visita.

È probabilmente visitando i poveri nelle loro abitazioni che Pier Giorgio contrasse una poliomielite fulminante che lo portò repentinamente alla morte in meno di una settimana, dal 29 giugno al 4 luglio, giorno in cui spirò.

Si tentò tuttavia di fare il possibile; il padre fece arrivare direttamente da Parigi un siero sperimentale, ma fu tutto inutile.

Ai suoi funerali presero parte molti amici, ragguardevoli personalità, ma soprattutto tantissimi poveri che al tempo erano stati aiutati dal rimpianto estinto.

Davanti al popolo così numeroso, che accorse a dare l’ultimo saluto al figlio, per la prima volta i suoi familiari capirono, vedendolo tanto amato, dove e come era vissuto Pier Giorgio.

Il padre, con amarezza, asserì: «Io non conosco mio figlio!».

 

Il 3 marzo 2008 fu compiuta una ricognizione canonica del corpo del beato, che riposa in una cappella laterale della navata sinistra del Duomo di Torino (precedentemente era sepolto nella tomba di famiglia a Pollone, ma fu poi traslato negli anni novanta). Tale ricognizione era finalizzata alla traslazione delle sue reliquie a Sydney, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Successivamente, le reliquie sarebbero state riportate al Duomo di Torino, anche se alcuni ritengono che la famiglia le conservi invece in luogo segreto.

Pier Giorgio è patrono delle confraternite, dei giovani di Azione Cattolica e, nello Stato della Città del Vaticano, è stato eretto patrono del Gruppo Allievi dell’Associazione Ss. Pietro e Paolo, già Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità.

Il Club Alpino Italiano ha dedicato a Pier Giorgio Frassati, dopo la sua beatificazione, una rete di sentieri, detti appunto Sentieri Frassati, estesa in quasi tutte le regioni italiane. Con le tre inaugurazioni previste nel 2011 vi sarà almeno un sentiero in ogni regione, come previsto dal progetto originario. Alcuni sentieri hanno un percorso internazionale. Lungo questi percorsi il beato Pier Giorgio è ricordato con targhe che ne ricordano alcune frasi.

Fra i parenti, vi è il nipote giornalista e politico Jas Gawronski, figlio di Luciana Frassati e di Jan Gawronski.

 

Sant’ Elisabetta di Portogallo Regina

 

4 luglio – Memoria Facoltativa

 

Saragozza, Spagna, 1271 – Estremoz, Portogallo, 4 luglio 1336

 

Nacque a Saragozza, in Aragona (Spagna), nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III, quindi pronipote di Federico II, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli. Fu un matrimonio travagliato dalle infedeltà del marito ma in esso Elisabetta seppe dare la testimonianza cristiana che la portò alla santità. Svolse opera pacificatrice in famiglia e, come consigliera del marito, riuscì a smorzare le tensioni tra Aragona, Portogallo e Spagna. Alla morte del marito donò i suoi averi ai poveri e ai monasteri, diventando terziaria francescana. Dopo un pellegrinaggio al santuario di Compostela, in cui depose la propria corona, si ritirò nel convento delle clarisse di Coimbra, da lei stessa fondato. Dopo la morte avvenuta nel 1336 ad Estremoz in Portogallo, il suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra. Nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un’esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla santa. Fu canonizzata a Roma da Urbano VIII nel 1625. (Avvenire)

 

Etimologia: Elisabetta = Dio è il mio giuramento, dall’ebraico

 

Martirologio Romano: Santa Elisabetta, che, regina del Portogallo, fu esemplare nell’opera di pacificazione tra i re e nella carità verso i poveri; rimasta vedova del re Dionigi, abbracciò la regola tra le monache del Terz’Ordine di Santa Chiara nel cenobio di Estremoz in Portogallo da lei stessa fondato, nel quale, mentre era intenta a far riconciliare suo figlio con il genero, fece poi ritorno al Signore.

 

 

Elisabetta nacque a Saragozza (Spagna) nel 1271 da Pietro III d’Aragona, e da Costanza, figlia di Manfredi, successo al padre, l’imperatore Federico II, nel regno di Sicilia. Al fonte battesimale le fu imposto il nome della santa prozia, regina d’Ungheria. Dopo la sua nascita si riconciliarono tra loro il padre e il nonno, Giacomo I il Conquistatore che, fino alla morte (1276), volle prendersi cura della educazione di lei. A otto anni, Elisabetta aveva già imparato a recitare ogni giorno l’ufficio divino, a soccorrere i poveri e a praticare rigorosi digiuni. La sua infanzia fu di corta durata perché, a dodici anni fu data in sposa a Dionisio il Liberale, re di Portogallo, fondatore dell’università di Coimbra e dell’ordine del Cristo.

Alla corte della casa reale di Portogallo, Elisabetta non tralasciò le buone abitudini prese pur non trascurando i nuovi doveri di regina e di sposa. Continuò a levarsi di buon mattino per andare in cappella ad ascoltare la Messa in ginocchio, fare sovente la comunione, e dire l’ufficio della SS. Vergine e dei morti. Dopo pranzo ritornava in cappella per terminare l’ufficio divino, fare letture spirituali e abbandonarsi a svariate orazioni tra un profluvio di lacrime. Il tempo libero lo impegnava a confezionare suppellettili per le chiese povere, con l’aiuto delle dame di corte. A queste buone opere altre ne aggiunse di mano in mano che veniva a conoscenza delle pubbliche necessità. Non ci furono difatti chiese, ospedali o monasteri alla cui costruzione ella non contribuisse con regale generosità. Alcuni ne fece costruire, ella stessa, a Santarém e a Coimbra.

La sua ultima fondazione fu una cappella in onore della SS. Vergine nel convento della Trinità, a Lisbona. Essa fu il primo santuario in cui si sia venerata l’Immacolata Concezione. Prima di morire volle pure istituire una confraternita intitolata alla SS. Trinità.

Perché il suo spirito fosse sempre pronto alla contemplazione, Elisabetta digiunava abitualmente tre volte alla settimana, tutta la quaresima, tutto l’avvento e dalla festa di S. Giovanni Battista all’Assunta. I venerdì e i sabati che precedevano le feste della SS. Vergine si cibava soltanto di pane e acqua. Nella sua sete di penitenza, ella si sarebbe data ad altre austerità, se il marito glielo avesse permesso. I medici le ordinarono, per un certo tempo almeno, di abbandonare le mortificazione di gola, ma ella continuò a bere dell’acqua. Un giorno però Iddio intervenne a favore dei discepoli di Esculapio, mutando in vino una brocca d’acqua che le era stata portata.

Anche la carità di Elisabetta per i poveri e i nobili decaduti fu incomparabile. Al suo elemosiniere aveva dato ordine di non mandare mai via nessun bisognoso a mani vuote. Ella fece inviare dei viveri a monasteri poveri e a regioni colpite dalle avversità; protesse gli orfani; soccorse le giovani pericolanti; tutti i venerdì di quaresima, dopo aver lavato e baciato i piedi a tredici poveri, li faceva vestire di abiti nuovi; il giovedì santo compiva la medesima opera buona a favore di tredici donne. A contatto delle sue mani e delle sue labbra, una malata guarì da una piaga al piede e uno storpio lebbroso, da entrambe le infermità.

Nel 1290 Elisabetta diede alla luce una figlia, Costanza, che in seguito fu maritata a Ferdinando IV di Castiglia. L’anno dopo partorì l’erede al trono, Alfonso IV il Valoroso. Per la sua famiglia Elisabetta fu un vero angelo tutelare. Ella non si accontentò di dare dei buoni consigli ai figli, ma esortò anche il marito a governare i sudditi con giustizia e mitezza senza dare ascolto ai vani discorsi degli adulatori o ai falsi rapporti degli invidiosi. Tuttavia, dopo qualche anno passato nella concordia e nella più dolce intimità con lui, Dio permise che cominciasse, per Elisabetta, un vero calvario a causa degli illeciti amori ai quali il re, a poco a poco, si abbandonò. Elisabetta se ne afflisse più per l’offesa fatta a Dio che per l’affronto fatto a lei. Con dolcezza cercò di ricondurlo sul retto cammino e, senza uscire in amari lamenti, spinse il suo eroismo fino a curare l’educazione dei figli naturali di lui come se fossero propri. La nobiltà, temendo che i bastardi del re acquistassero troppo ascendente nel paese, eccitarono alla rivolta il figlio ereditario. Alfonso prese difatti le armi contro il padre, con immenso dolore di Elisabetta, la quale si schierò dalla parte del sovrano e cercò ripetutamente di rappacificare i due avversari. Siccome erano sordi alle sue esortazioni, ella moltiplicò le preghiere, i digiuni e anche le lettere di rimprovero al figlio.

Ciononostante cortigiani mal intenzionati giunsero a far credere al re che la sua consorte aiutava segretamente il figlio ribelle. La calunnia fu creduta dal sovrano, il quale privò Elisabetta della signoria di Leiria, che le apparteneva e la confinò nella fortezza di Alemquer. Parecchi grandi del regno andarono ad offrirle i loro servigi, ma la Santa preferì affidarsi alle mani della divina Provvidenza anziché permettere di venire reintegrata nei suoi diritti con le armi. Il re riconobbe al fine il suo torto, richiamò Elisabetta e le diede in appannaggio la città di Torres-Vedras.

La regina continuò ad adoperarsi affinchè nella sua famiglia ritornasse la pace. Al tempo dell’assedio di Coimbra (1319), da parte di suo figlio, la madre si portò a cavallo in mezzo ai soldati delle opposte fazioni, con un crocifisso in mano, e riuscì a riconciliare padre e figlio. La guerra ricominciò più violenta poco tempo dopo a Lisbona. Elisabetta, che preferiva la pace a tutto l’oro del mondo, montò sopra una mula e si slanciò tra i due eserciti per scongiurarli, con le parole e con le lacrime, a scendere a patti. In quelle circostanze la Santa riuscì a pacificare per sempre i due contendenti.

Elisabetta aveva iniziato il suo compito di pacificatrice in occasione delle contese sorte tra suo marito e suo cognato, il turbolento Alfonso di Portalegre, a motivo di qualche possedimento. La santa aveva evitato che venissero alle mani cedendo a Dionisio parte delle sue rendite, per risarcirlo delle terre che era stato costretto a cedere al fratello. Anche presso il rè di Spagna l’intrepida regina svolse opera di pace affinchè potessero fare blocco nella lotta contro i mori. Impedì difatti una guerra tra suo marito e il genero, Ferdinando IV di Castiglia.

Dionisio, alla preghiera della sposa, si convertì e passò accanto a lei gli ultimi anni di vita. Al tempo dei suoi disordini, la regina si serviva di un paggio di fiducia per far giungere le elemosine ai bisognosi. Un paggio del re, geloso di quella preferenza, decise di perderlo, accusandolo al sovrano di illecite relazioni con la regina . Dionisio gli prestò fede, se ne adombrò e decise segretamente di far morire il favorito. Un giorno, uscito a cavallo, s’imbatté in una fornace di calce. Si avvicinò agli operai e diede ad essi l’ordine di gettare subito nel fuoco il paggio che si sarebbe presentato a chiedere loro se fosse già stato eseguito il comando del sovrano. L’indomani vi mandò il paggio della regina, ma costui, passando davanti ad una chiesa, sentì suonare la campanella e vi entrò per ascoltare la Messa.

Dopo un po’ di tempo il re, che smaniava di sapere che fine avesse fatto il paggio, chiamò il calunniatore e lo mandò a chiedere ai fochisti della fornace se il comando del re era stato eseguito. Gli operai, credendo che quello fosse il paggio di cui il re aveva parlato loro, lo presero e lo buttarono vivo nel fuoco. Poco dopo si presentò pure il paggio votato alla morte. Appena seppe che l’ordine del re era stato eseguito, ritornò a darne notizia a chi lo aveva mandato. Il re, constatato con stupore che la sua macchinazione, per disposizione divina, aveva avuto un esito diverso da quello che si era proposto, cominciò da allora a rinsavire.

Dopo la morte del marito (1325), Elisabetta rinunciò al mondo, si tagliò i capelli, vestì l’abito del terz’ordine Francescano e andò pellegrina a San Giacomo de Compostela. In suffragio del re defunto, offrì al santuario la corona d’oro che aveva portato il giorno del matrimonio, con altri ricchissimi doni. Il vescovo della città le diede in cambio un bastone di pellegrino e una borsa che la santa volle portare con sé nella tomba. Appena rientrò a corte fece fondere le sue argenterie a favore delle chiese, divise i diademi e le altre insegne regali tra la sovrana Beatrice e le sue nipoti e, a Coimbra, fece terminare la costruzione del monastero di Santa Chiara. In esso intendeva terminare la vita, ma ne fu distolta da savi sacerdoti, per ragioni di stato e per non privare tanti poveretti dei suoi aiuti. Elisabetta si accontentò di portare sempre l’abito della penitenza e di fare costruire presso il monastero un appartamento che le consentisse, con il permesso della Santa Sede, di ritirarvisi sovente a pregare, a conversare e a pranzare con le religiose. Abitualmente ne teneva cinque con sé per la recita corale dell’ufficio e la vita in comune.

Nel pomeriggio Elisabetta dava udienza con una pazienza e una bontà illimitata, ai poveri, ai malati, ai peccatori che ricorrevano a lei. Per tutti aveva una parola di consolazione, un’abbondante elemosina. Nel 1333 gli abitanti di Coimbra furono ridotti, dalla carestia, a cibarsi di sorci. Elisabetta, senza prestare ascolto agli amministratori dei suoi beni che le raccomandavano la parsimonia, fece comperare per loro grandi quantità di cibarie e provvide persino che fossero seppelliti i morti, abbandonati nelle case per la grande desolazione. Quando era libera dalle opere di carità e nella notte, ella si ritirava in una stanzetta segreta. Lontana dagli sguardi indiscreti dava libero sfogo alle sue preghiere e alle sue contemplazioni. Altre volte andava a visitare i degenti nell’ospedale che aveva fatto costruire in onore di S. Elisabetta d’Ungheria e a curarli con le sue stesse mani.

L’ultimo anno di vita Elisabetta pellegrinò, una seconda volta, a San Giacomo de Compostela, con due donne. Volle fare a piedi il lungo viaggio nonostante i suoi 64 anni e mendicare di porta in porta il vitto quotidiano.

Al ritorno le fu annunziato che suo figlio, Alfonso re del Portogallo, e suo nipote Alfonso, re di Castiglia, si erano dichiarati guerra. Elisabetta si portò a Estremoz nella speranza di strappare parole di pace dalla bocca del figlio da portare al nipote in Castiglia, ma una violenta febbre non le lasciò nessuna speranza di vita. Si mise a letto, fece testamento alla presenza del figlio e della nuora, e ricevette il Viatico tra sospiri e lacrime, rivestita del suo abito di penitenza, inginocchiata, nonostante l’estrema debolezza, davanti all’altare eretto nel suo appartamento. Alla regina Bianca, che l’assisteva e che era stata la compagna delle sue visite ai poveri e ai malati, ella chiese che avvicinasse al suo letto una sedia per Maria SS. la quale le era apparsa radiosa, vestita di bianco, in compagnia di S. Chiara e di altre sante. Morì il 4-7-1336 dopo aver recitato il Credo e mormorato: Maria, mater gratiae.

Il corpo di Elisabetta fu trasportato a Coimbra e seppellito nella chiesa delle Clarisse dove si è conservato incorrotto. Urbano VIII la canonizzò il 24-6-1626.

 

Oggi ricordiamo anche:

 

Sant’Alberto Quadrelli da Rivolta d’Adda, vescovo

Santa Berta di Blangy, badessa

San Cesidio Giacomantonio, martire

Sant’Elia I, Patriarca di Gerusalemme

Sant’Eliodoro, vescovo

San Giocondiano, martire Africano

San Lauriano, martire

San Procopio di Sazava, abate

Sant’Ulderico, vescovo

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