Il Santo del giorno, 31 Luglio: Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù

 

 

 

Ignazio di Loyola, (Azpeitia, 24 dicembre 1491 – Roma, 31 luglio 1556), è stato il fondatore della Compagnia di Gesù (Gesuiti)a cui appartiene anche Francesco, l’attuale Papa.

 

Don Íñigo López, questo il suo nome di battesimo, nacque a Loyola (oggi nel comune di Azpeitia) intorno al 1491, membro della numerosa famiglia (ben tredici figli) di don Yanez e donna Marina Sáenz.

 

Il padre era stato soldato al servizio di Enrico IV, dei Re cattolici e di Giovanni II e al fianco di Fernando il Cattolico guidò l’assedio contro la città di Toro, Burgos, Loja (conquistata il 29 maggio 1486) e Vélez-Málaga. Per la sua fedeltà alla corona, nelle infinite guerre interne e fratricide spagnole, ricevette la conferma dal re, che lo definì proprio vassallo, degli antichi privilegi concessi alla sua famiglia: la rendita annuale di duemila maravedís dalle ferriere di Barrenola e Aranaz e il diritto di patronato sulla parrocchia di Azpeitia.

La madre era figlia del dottor Don Martín García de Licona, figura di alto lignaggio, cortigiano dei re di Castiglia e consigliere dei Re cattolici, possedeva il dominio e il maggiorascato della casa di Balda.

In quanto agli altri figli sappiamo fossero otto maschi e cinque femmine, di cui Íñigo fu il minore.

La maggior parte dei fratelli maschi di Ignazio caddero in battaglia: due a Napoli, uno nell’odierna Panama.

Uno degli otto maschi, Pero López, nato poco prima di Inigo, era stato l’unico a intraprendere la carriera ecclesiastica, nella parrocchia di Azpeitia, patrocinata dalla sua stessa famiglia.

Delle sorelle non conosciamo che i nomi (desunti perlopiù dai testamenti dei fratelli): Juaniza, Magdalena, Sancha, Petronila, Maria Beltrán.

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In quanto a Inigo, non conosciamo il giorno preciso della nascita. Con questo nome fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Azpeitia e ricevette il patronimico López prima del cognome paterno, secondo l’usanza tradizionale. Sarà durante gli studi a Parigi che egli mutò il suo nome in Ignatius, probabilmente per la sua speciale devozione verso sant’Ignazio di Antiochia.

Svezzato da una nutrice nel casolare di Eguibar, vicino Loyola, crebbe sotto le attenzioni del fratello Don Martín e della cognata Donna Magdalena, nonostante l’educazione non si applicò mai troppo agli studi, preferendo divertimenti quali il ballo, amava molto partecipare alle danze popolari, e il canto.

Intorno al 1506, perché avesse una formazione cortigiana, venne inviato dal fratello, ad Arévalo, presso il ministro delle finanze del regno, il potente Juan Velázquez, la cui sposa donna María de Velasco era parente della defunta madre. Là, Inigo conobbe la vita della corte reale e i grandi del regno, partecipò ai banchetti e alle feste. Egli rimase in casa del Velázquez per undici anni, fino al 1517, trascorrendo una vita agiata, dedita alla musica, alla lettura di romanzi cavallereschi e alla composizione poetica. Il focoso giovane venne perfino processato insieme al fratello Pero López per un fatto a noi oggi sconosciuto.

Con la morte del re Fernando la situazione della famiglia Velazquez precipitò in breve tempo. Aveva ventisei anni Inigo, quando, abbandonata la famiglia Velazquez caduta in disgrazia, fatto che peraltro lo turbò notevolmente dato l’affetto che lo legava al suo patrono, raggiunse il palazzo di don Antonio Manrique de Lara, duca di Najera e viceré di Navarra, per passare al suo servizio. Questi aveva la sua residenza ordinaria a Pamplona, è lì che Inigo si diresse per trascorrervi non meno di tre anni durante i quali, nella cerchia dei gentiluomini al servizio di don Manrique, ebbe l’onore di assistere allo sbarco della nave che conduceva in Spagna il nuovo re Carlo I, il futuro Carlo V allora appena diciassettenne. Alla partenza di questi per la Germania, dove lo attendeva la corona dell’impero, si diffusero moti di ribellione per le città ispaniche, irritate dalla precedenza che il re aveva dato al trono germanico a scapito di quello spagnolo, lasciandovi come suoi rappresentati alti funzionari fiamminghi, invisi al popolo e alla nobiltà. Antonio Manrique, fedele al re, fu uno dei condottieri che diedero battaglia ai rivoltosi a fianco dei propri figli e dello stesso Inigio, che aveva prestato la sua spada al patrono. È certo che con questi egli sostenne e vinse l’assedio alla città ribelle di Najera. Don Manrique ebbe anche una missione speciale per il fedele Inigo: pacificare la provincia di Guipúzcoa. Missione che egli risolse nel migliore dei modi. Ma un incarico ben più arduo attendeva Inigo: la fortezza di Pamplona era in pericolo e presto sarebbe crollata. Non solo i nemici di don Manrique minacciavano la cittadina, ma lo stesso re francese Francesco I, il quale, approfittando della situazione, progettò il suo attacco contro la Navarra. La fortezza non aveva forze militari per ben dodicimila soldati di fanteria, ottocento lancieri e ventinove pezzi di artiglieria. Il 19 maggio la città cadde in mano al nemico, Inigo e i suoi rimasero a difendere l’ultimo baluardo di Pamplona, rifiutando le condizioni poste dai Francesi per la loro resa. Il giorno dopo fu adoperata l’artiglieria pesante e durante i bombardamenti un tiro colpì in pieno la gamba destra di Inigo rompendogliela in più parti. Il comandante e i suoi soldati si arresero dopo sei ore di assedio. I francesi, e particolarmente il generale nemico, che aveva già precedentemente manifestato stima nei confronti dell’avversario gli risparmiò la vita e ordinò che se ne prendessero cura, come Ignazio stesso raccontò in seguito nella sua autobiografia. Dopo quindici giorni di degenza a Pamplona venne trasportato in barella alla casa paterna. Il suo stato era grave e più volte si temette per la sua vita. Solo dopo dolorosissime operazioni e atroci sofferenze egli poté ristabilirsi pur non potendosi reggere bene sulla gamba, a causa della quale dovette zoppicare per il resto della vita.In quei giorni fu costretto a un’esasperante immobilità, rimase a letto leggendo. Gli vennero dati la Vita Christi, del certosino Landolfo di Sassonia e il Flos sanctourm, le celebri vite dei santi composte dal domenicano Jacopo da Varazze. “Quando pensava alle cose del mondo, provava molto piacere, ma quando stanco le lasciava si trovava vuoto e scontento. Quando pensava di andare a Gerusalemme scalzo, di mangiare solo erbe e di fare tutte le altre cose dure che vedeva che avevano fatto i santi, non solo si consolava quando vi stava pensando ma anche dopo aver lasciato questi pensieri restava contento e allegro”.

In lui qualcosa andava mutando, cominciava il suo processo di conversione religiosa. Cominciava pian piano a spendere il tempo nella preghiera, nella lettura di testi sacri, nella meditazione durante il suo periodo di degenza, cominciando a trascrivere alcuni appunti che in seguito avrebbero dato vita ai suoi esercizi. Sognava di partire pellegrino per Gerusalemme e per realizzare tale desiderio, una volta ristabilito, si decise di partire pellegrino per i santuari mariani della Spagna, con una particolare sosta presso il celebre santuario di Montserrat.

Si recò in Terra Santa.Dopo poco tempo fu costretto a rientrare in Spagna.

In quel periodo elaborò, in prima persona, il suo metodo di preghiera e contemplazione, basato sul “discernimento“. Queste esperienze hanno in realtà origine da un passaggio della Seconda lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso. Essi descrivono una serie di meditazioni a cui, poi, dovranno attenersi i futuri gesuiti. Quest’opera ha influenzato profondamente i successivi metodi di evangelizzazione della Chiesa cattolica.

Ebbe anche l’occasione di visitare il Monastero benedettino di Montserrat il 25 marzo 1522, dove appese i suoi paramenti militari davanti a un’immagine della Vergine Maria,in una vera e propria veglia militare dedicata alla Madonna.

Entrò nel monastero di Manresa, in Catalogna, dove praticò un severissimo ascetismo. La Vergine divenne l’oggetto della sua devozione cavalleresca: l’immaginario militare giocò sempre una parte importante nella sua vita e nelle sue contemplazioni religiose.

 

Nel 1528 si iscrisse all’Università di Parigi, dove rimase sette anni,ampliando la sua cultura letteraria e teologica, e cercando di interessare gli altri studenti agli “Esercizi spirituali”.

Entro il 1534 ebbe sei “seguaci” – Pierre Favre (francese), Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Nicolás Bobadilla (spagnoli), e Simão Rodrigues (portoghese).

 

 

La fondazione della Compagnia di Gesù

 

Gesuita

 

Il 15 agosto del 1534, Ignazio e gli altri sei studenti si incontrarono a Montmartre, vicino Parigi, legandosi reciprocamente con un voto di povertà e castità e fondando la Compagnia di Gesù, allo scopo di eseguire lavoro missionario e di ospitalità a Gerusalemme o andare incondizionatamente in qualsiasi luogo il Papa avesse ordinato loro.

 

Nel 1537 essi si recarono in Italia in cerca dell’approvazione papale per il loro ordine religioso. Papa Paolo III li lodò e consentì loro di essere ordinati sacerdoti. Essi vennero ordinati a Venezia dal vescovo di Arbe (ora Rab, in Croazia) il 24 giugno.

Si dedicarono alla preghiera e ai lavori di carità in Italia, anche perché il nuovo conflitto tra l’imperatore, Venezia, il Papa e l’Impero Ottomano rendeva impossibile qualsiasi viaggio a Gerusalemme. Ignazio venne scelto come primo preposito generale della Compagnia di Gesù. Inviò i suoi compagni come missionari in giro per tutto il mondo per creare scuole, istituti, collegi e seminari.

Nel 1548, Ignazio fondò a Messina il primo Collegio dei Gesuiti al mondo, il famoso Primum ac Prototypum Collegium ovvero Messanense Collegium Prototypum Societatis, primo e, quindi, prototipo di tutti gli altri collegi di insegnamento che i Gesuiti fonderanno con successo nel mondo facendo dell’insegnamento la marca distintiva dell’ordine.

 

Ignazio scrisse le Costituzioni gesuite, adottate nel 1554, che creavano un’organizzazione monarchica e spingevano per un’abnegazione e un’obbedienza assoluta al Papa e ai superiori (perinde ac cadaver, “[lasciati guidare] come un cadavere” scrisse Ignazio).

La regola di Ignazio diventò il motto non ufficiale dei gesuiti: Ad Maiorem Dei Gloriam.

I Gesuiti hanno dato un apporto determinante al successo della Controriforma.

Tra il 1553 e il 1555, Ignazio dettò al suo segretario, padre Gonçalves da Câmara, la storia della sua vita. Questa autobiografia, essenziale per la comprensione dei suoi Esercizi spirituali, rimase però segreta per oltre 150 anni negli archivi dell’ordine, fino a che il testo non venne pubblicato negli Acta Sanctorum.

Morì a Roma il 31 luglio 1556e venne canonizzato il 12 marzo 1622. Il 23 luglio 1637 il suo corpo fu collocato in un’urna di bronzo dorato, nella Cappella di Sant’Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma. La statua del Santo, in argento, è opera di Pierre Legros. La festa religiosa viene celebrata il giorno della sua morte.

 

Oggi ci sono circa 17 mila gesuiti

 

Del resto la storia della Compagnia di Gesù è sempre stata strettamente legata a quella dei Papi, da Paolo III, che la approvò prima verbalmente e poi con la bolla «Regimini militantis» (nel 1540),a Clemente XIV, che la soppresse nel 1773, e a Pio VII che la ristabilì nel 1814. Oggi l’Ordine conta circa 17 mila religiosi sparsi in oltre cento nazioni in tutto il mondo. La sua spiritualità si fonda sugli «Esercizi spirituali» di Sant’Ignazio (ne parliamo nel box a fondo pagina) i cui elementi fondamentali sono la contemplazione della vita di Gesù, l’accoglimento della Sua chiamata e lo sforzo di assomigliargli sempre di più nella vocazione personale al servizio della Chiesa.

 

Dal punto dell’impegno sociale lo scopo della Compagnia di Gesù (uno degli strumenti più utili che la Chiesa usò contro il Protestantesimo ai tempi della Controriforma nel XVI secolo), rimane quello di difendere e diffondere la fede. Lavorando per la crescita spirituale dei fedeli e per l’assistenza ai più bisognosi, senza dimenticare la formazione dei sacerdoti, l’istruzione, la ricerca scientifica e la comunicazione.

 

I giornali, le loro scuole e gli abiti

 

Ai Gesuiti d’Italia, per esempio, fanno capo istituti scolastici a Torino, Milano, Roma, Napoli, Messina, Palermo e Scutari (in Albania), nonché la Pontificia Università Gregoriana, il Pontificio Istituto Biblico e il Pontificio Istituto Orientale, tutti e tre con sede nella capitale.

L’ordine, inoltre, pubblica numerose riviste come, in Italia, «La Civiltà Cattolica » e «Aggiornamenti Sociali».

I Gesuiti, il cui nome è seguito dalle lettere «S.I.» (dal latino: “Societas Iesus”), indossano la classica talare (la tonaca nera) del clero secolare, ma senza bottoni e con una fascia di stoffa (anch’essa nera) che si chiude sulla destra.

 

Lo stesso Sant’Ignazio prescrisse che i suoi chierici vestissero come il clero del luogo di residenza e così è stato fatto spesso, forse anche per facilitare l’integrazione e il lavoro nelle missioni dove molti gesuiti scelgono di indossare abiti locali. Molti appartenenti all’ordine, però, probabilmente per praticità, indossano semplicemente un abito nero con il clergy, ossia pantaloni, camicia con colletto bianco e giacca neri.

 

 

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