Il Santo del giorno, 3 Gennaio: Il Santissimo Nome di Gesù

 

Fin dai primi secoli del Crstianesimo di veneravano simboli cristologici o simboli che erano servite nei secoli di clandestinità, ma bisogna arrivare al XIV secolo per avere una vera festa del Nome di Gesù

 

 

 

La venerazione del Santissimo Nome di Gesù ebbe inizio de facto nei primi tempi della Chiesa, come mostrano i cristogrammiche decorano l’arte paleocristiana:

– laX (chi),

– laP (rho)

Spesso intrecciate, essendo le prime lettere di Christos assieme. Questo monogramma, detto crismon, indicava, nelle tombe, che il defunto era cristiano.

– loI (iota)

a (alfa)o (omega)cioè dall’inizio alla fina, Gesù è tutto)

la croce gammata (uncinata)

 

 

Il trigramma JHS(con l’h sormontato da una croce) che compare solo nel III° sec. come abbreviazione di IHSOUS: Nel medioevo erroneamente la H (E greca) fu scambiata per una H e quindi si lesse: Jesus Hominum Salvator!

 

INRI, il titulus Crucis, acronimo della frase latina, Gesù Nazareno Rex Iudeorum, Re dei Giudei

 

Assieme ai simboli cristologici più antichi:

  • il pesce, in greco icthus, (che è assimilato al cristogramma: ictius che rappresenta le iniziali della frase: Iesus Christos theu Hyos Sotèr, Gesù Cristo figlio di Dio Savatore),
  • il pesce con il pane e il vino, simbolo dell’Eucarestia,
  • l’agnello,
  • il buon pastore,
  • la colomba,che simboleggia, secondo il contesto, l’intervento salvifico di Dio, lo Spirito Santo, l’anima del defunto, la pace
  • la fenice (resurrezione) ,
  • il pavone (l’immortalità e la resurrezione della carne, poiché ritenevano la carne del pavone incorruttibile)
  • il pellicano, che pensavano, per via del pesce tenuto in una sacca sotto il becco, si colpisse il petto fino a sanguinare per dar da mangiare ai piccoli, allegoria dell’abnegazione di Gesù, per l’umanità.
  • la nave, che simboleggia il viaggio della Chiesa attraverso le onde del mondo, diretta al regno dei cieli (ripresa da Dioniso)
  • l’ancora,punto fermo della nave, speranza fiduciosa di salvezza, ma che ha anche nel fusto superiore una croce!
  • l’albero, l’albero della vita cristiana, che dalla terra, si sviluppa verso il cielo
  • la croce
  • la palma,del martiro e albero della Palestina: vittoria, ascesa : “Come fiorirà la palma, così farà il giusto” affermano i Salmi: la palma infatti produce un’infiorescenza quando sembra ormai morta, così come i martiri hanno la loro ricompensa in paradiso
  • l’etimasia, più tarda, bizantina, con il trono, che occuperà Cristo nel Giudizio Universale, sormontato da una croce e dai simboli della Passione o da un agnello

 

Soltanto nel XIV secolo, tuttavia, il Santissimo Nome di Gesù, acquisì rilevanza liturgica, dando origine a un vero e proprio culto – grazie all’impegno per la sua diffusione e il suo riconoscimento ufficiale profuso da san Bernardino da Siena e dai suoi seguaci, fra cui soprattutto i beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre.

 

Il Nome di Dio nella Bibbia

 

Quando, nell’Antico Testamento, un profeta parla nel nome di Javhè, si intende che è Jahvè che parla per suo tramite.

Un messaggero parla in nome di colui che lo invia: è il nome del mandante a conferirgli autorità.

Molto spesso, però, il Nome di Dio è una metonimia per indicare Dio stesso. “Il nome divino diventa progressivamente un sostituto della persona divina; senza essere Dio stesso, la cui trascendenza viene salvaguardata pienamente”.

Al Nome di Dio, quindi, viene attribuita l’opera di Dio (cfr. Salmi 20,2;54,3;89,25). Il nome esprime la potenza divina. Ad esempio, è il nome di Dio, l’arma di Davide davanti a Golia (1 Samuele 17,45).

Benché le traduzioni in lingua italiana corrente omettano molto spesso la locuzione nome di, per eliminare una fraseologia poco comprensibile ai moderni, il testo dell’Antico Testamento è pieno del Nome di Dio per indicare Dio stesso. Anche per gli scrittori del Nuovo Testamento il nome di Dio è l’equivalente della persona divina.

 

Il Nome di Gesù

“L’originalità del Nuovo Testamento sta nel fatto che il nome divino viene applicato a Gesù, il quale non viene identificato formalmente con Dio, ma è pure elevato ad una dignità caratteristica della persona divina”.

Nel suo nome si compiono prodigi (Marco 16, 17), si guariscono gli ammalati (Atti 3,6), si cacciano i demoni (Marco 9,38). L’invocazione del suo nome è fonte di salvezza, di remissione dei peccati e di vita eterna (Atti 4,12; 1 Giovanni 2,12; 1 Corinzi 6,11; Giovanni 3,18; 1 Giovanni 5,13).

Il nome di Gesù è “al di sopra di ogni altro nome” (Filippesi 2,9-11; Efesini 1,21; 1,4).

Le parole più note sono quelle della Lettera ai Filippesi di San Paolo:

« … umiliò se stesso facendosi obbediente sino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. »

(Filippesi 2,8-11)

 

Le origini e la storia del culto

 

Durante il Medioevo, la devozione per il Nome di Gesù è ben presente in alcuni Dottori della Chiesa, fra cui Bernardo di Chiaravalle, e in san Francesco d’Assisi.

Fu poi praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima della predicazione di Bernardino da Siena, dai Gesuati (una fraternità laica dedita all’assistenza degli infermi, fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini), i quali erano così detti per il loro frequente ripetere il nome di Gesù.

L’elaborazione, però, di una liturgia associata al Nome di Gesù è conseguenza della predicazione di san Bernardino da Siena, il quale focalizzò sul Nome di Gesù il suo sforzo di rinnovare la Chiesa, sottolineando la centralità della persona di Gesù Cristo.

Diceva san Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. Nella sottomissione al Nome di Gesù Bernardino risolveva i problemi concreti e attuali della vita pratica e sociale: gli odi politici, l’etica familiare, i doveri dei mercanti, la maldicenza, ecc.

In antitesi alle insegne araldiche delle famiglie nobiliari, le cui contese insanguinavano le città italiane, Bernardino inventò uno stemma dai colori vivaci, con cui rappresentare il Nome di Gesù.

Esso era costituito dal trigramma IHS, inscritto in un sole dorato con dodici raggi serpeggianti sopra uno scudo azzurro. IHS, spesso stilizzato con una croce nella H, è un nomen sacrum che fin dal Medioevo ha un uso amplissimo nell’arte figurativa della Chiesa cattolica come Cristogramma.

La sigla IHS (o in alfabeto greco ΙΗΣ) compare per la prima volta nel III secolo fra le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento, abbreviazioni chiamate oggi Nomina sacra. Essa indica il nome ΙΗΣΟΥΣ (cioè “Iesous”, Gesù, in lingua greca antica e caratteri maiuscoli). In principio, quindi, le lettere H e S erano rispettivamente una eta e una sigma dell’alfabeto greco.

Riprodotto su una tavoletta di legno, lo stemma era posto sull’altare durante la messa e i fedeli erano invitati a baciarlo al termine. Questo stratagemma dava concretezza e visibilità alle parole di Cristo: “Se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono presente in mezzo a loro” (Matteo 18,20).

Bernardino, quindi, è considerato a buon titolo il santo patrono dei pubblicitari.

Le famiglie, poi, ponevano l’emblema del nome di Cristo sopra il portone della propria casa, per indicare che a Gesù si erano affidati; e così facevano corporazioni e comuni ponendolo sulle proprie sedi. In verità, molto spesso è che si erano affidati ad un “prestito” offerto con interesse usurario dalla Chiesa del posto!!!

Il simbolismo solare associato a Cristo, utilizzato da Bernardino, suscitò qualche opposizione, ma fu approvato da papa Martino V nel 1450, a causa delle sue profonde radici nell’Antico Testamento e grazie all’appassionata difesa da parte di san Giovanni da Capestrano.

La liturgia del Nome di Gesù si diffuse alla fine del XV secolo.

Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721.

Bernardino fu uno dei precursori della Riforma cattolica e la sua predicazione non venne dimenticata dopo la Riforma.

La Compagnia di Gesùdiventò sostenitrice del culto e della dottrina, prendendo il trigramma bernardiniano come suo emblema e dedicando al Santissimo Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo. Fra tutte si ricorda, la Chiesa del Gesù a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti; vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto ‘il Baciccia’; dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.

 

Il culto del Santissimo Nome di Gesù nel rito romano

Nel Martirologio Romano, questa memoria è così definita: «Santissimo Nome di Gesù, il solo in cui, nei cieli, sulla terra e sotto terra, si pieghi ogni ginocchio a gloria della maestà divina». Queste parole sono tratte dalla Lettera ai Filippesi (2,9-11).

 

Il significato e la proprietà del nome

Anzitutto i nomi hanno un loro significato intrinseco, come appare dai nomi teofori (evocatori della divinità) e da quelli di alcuni eroi, che sono il simbolo della missione adempiuta da costoro nella storia.

In secondo luogo, il nome ha un contenuto dinamico; rappresenta e in qualche modo racchiude in sé una forza. Esso designa l’intima natura di un essere, poiché contiene una presenza attiva di quell’essere.

Platone diceva che “Chiunque sa il nome, sa anche le cose”; conoscerlo vuol dire conoscere la ‘cosa’ in se stessa. Il nome “occupa” uno spazio, ha la “proprietà” della cosa e la spiega.

Il nome di nascita indica in primo luogo, l’”essenza” di una persona, le sue prerogative, le qualità e i difetti; pronunciandolo si è come in presenza di colui che si nomina, si dà ad esso una precisa dimensione.

Così come fra i ‘primitivi’ che cercavano di conoscere il nome, al fine di esercitare un potere su una persona o su qualsiasi cosa vivente, il nome è ancora indispensabile nel praticare un incantesimo; infatti i cosiddetti ‘maghi’ vogliono conoscerlo, per inciderlo su amuleti e talismani, accanto a quello delle Entità Invisibili.

 

Il nome nelle società antiche

 

Nell’antica Grecia i nomi provenivano da due categorie: 1) nomi di un dio o derivati da quello portato dalla divinità (Apollodoro, Apollonio, Eròdoto, Isidoro, Demetrio, Teodoro, ecc.); 2) nomi scelti come augurio per la futura vita del bambino, seguiti da quello della località di residenza o provenienza.

I Romani (per i quali il nome era addirittura predittivo del destino Nomen Omen!) imponevano ai neonati tre nomi:

Il prenomescelto fra i diciotto più usati, che si abbreviava con la lettera iniziale, es. P = Publius (Publio), C = Caius (Caio), ecc.

Il nomeindicava la gens di appartenenza, es. Julius (della gens Julia).

Il cognomeindicante la famiglia, quando la gens d’origine si divideva in molte famiglie.

Nei nomi di origine ebraica, particolarmente quelli maschili, si nota quasi sempre una invocazione a Dio, l’eterno creatore, dal quale il popolo ebraico trasse sempre forza nella sua travagliata esistenza.

 

Il nome nella mentalità semitica

 

Per i semiti i nomi propri avevano un significato intrinseco; questo era indicato dalla loro stessa composizione, dalla etimologia od era evocato dalla pronuncia.

Nel costume popolare, due usanze sembrano comunemente diffuse; in primo luogo l’imposizione di nomi teofori, con cui si voleva porre il bambino sotto la protezione della divinità, oppure si intendeva ringraziare e pregare la divinità per il lieto evento (es. Isaia = Iahvé salva; Giosuè = Iahvé è salvezza, ecc.).

In secondo luogo, l’attribuzione di nomi che esprimono qualche circostanza o particolarità della nascita dei bambini, es. (Gen. 35, 16-18) “… Rachele, sul punto in cui le sfuggiva l’anima, perché stava morendo a causa del penoso parto, chiamò il figlio appena nato, col nome di Ben-Oni (figlio del mio dolore)…”.

Così pure, per gli Ebrei c’era la tendenza a fare del nome, il simbolo del significato religioso o politico degli eroi nazionali e religiosi; così interpretato, il nome era in un rapporto molto più significativo con la persona che caratterizzava; Eva è “la madre di tutti i viventi”, Abramo è “il padre di una moltitudine”, Giacobbe è “colui che soppianta”, ecc.

Nella concezione semitica, il nome ha anche un aspetto dinamico, che corrisponde alla forza, alla potenza che il nome rappresenta e in qualche modo include; dove c’è il nome c’è la persona, con la sua forza, pronta a manifestarsi.

Conoscere qualcuno per nome, vuol dire conoscerlo fino in fondo e poter disporre della sua potenza. Questo concetto svolge un ruolo importante applicato agli esseri superiori, che non sono conoscibili normalmente da parte dell’uomo; la sola conoscenza che si può avere di essi è quella del loro nome.

Il nome del dio nasconde la sua presenza misteriosa e rappresenta il mezzo più accessibile di comunicazione tra l’uomo e lui. Quindi nella sfera del ‘mistero’ sia esso magico che religioso, chi conosce il nome del dio e lo pronunzia, ha la forza di farsi ascoltare da lui e di farlo intervenire a suo favore.

Infine nella Tradizione semitica c’è inoltre il concetto, che chi impone a qualcuno il nome che deve portare o gli cambia il nome che possiede, esprime il potere assoluto, la sovranità, che detiene su quello (Ge. 2), così come Adamo impose i nomi a tutto il bestiame di cui poteva usufruire.

Anche il Dio degli Ebrei esprime il suo dominio assoluto, imponendo e mutando i nomi di Abram in Abraham e Sarai in Sara (Ge. 17, 5-15) e di Giacobbe in Israel (Ge. 32, 29), acquistando così tali nomi nuovi significati.

L’esigenza di sapere il nome della divinità in cui si crede, è stato sempre intrinseco nell’animo umano, perché il nome stesso è garanzia della sua esistenza; a tal proposito si riporta un passo dell’opera di Francesco Albergamo “Mito e Magia” che scrive: “Una bambina di nove anni chiede al padre se Dio esiste; il padre risponde che non ne è troppo sicuro, al che la piccola osserva: Bisogna pure che esista, dal momento che ha un nome”.

Quindi quando Mosè (Es. 3) viene chiamato da Dio alla sua missione fra il popolo ebraico, logicamente gli chiede il suo Nome da poter comunicare al popolo, che senz’altro gli chiederà “Chi ti ha riconosciuto principe su di noi?”. E il Dio di Israele, conosciuto inizialmente come il “Dio degli antenati”, il “Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe”, oppure con espressioni particolari: “El Shaddai”, “Terrore di Isacco”, “Forte di Giacobbe”, rivela il suo nome “Iahvé”, che significa “Egli è”; e questo Nome entrò così a far parte della vita religiosa degli israeliti, e mediante gli interventi sovrani nella storia, il nome di Iahvé divenne famoso e noto.

I profeti ed i sommi sacerdoti, lungo tutta la storia d’Israele, posero al centro della liturgia il nome di Iahvé, con la professione di fede del profeta, l’invocazione solenne di Dio, la fede e la glorificazione di tutto il popolo (Commemorazione, invocazione, glorificazione del suo Nome).

Nel tardo giudaismo però, per il bisogno di sottolineare la trascendenza divina, il nome di Iahvé non è stato più pronunciato e Dio è stato designato col termine Nome e con altri appellativi, come Padre a sottolineare lo speciale rapporto che lega Dio e il suo popolo.

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