Il Santo del giorno, 3 Agosto: Sante Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, Vergini romane a Vercelli, terra celtica e ligure, nel convento di S.Eusebio

 

 

 

Le quattro sante di oggi, dal chiarissimo nome romano e vissute probabilmente non oltre la seconda metà del V secolo, (prima delle invasioni barbariche) attestano come il Cristianesimo arrivasse molto tardi nell’Italia settentrionale, come a Vercelli, terra celtica e ligure e mantenutasi come tante terre del nord legate a religioni nordiche almeno fino al tempo di Costantino, quando nella città giunse S.Eusebio, al convento del quale appartengono le quattro Vergini di oggi.

 

 

Proprio ieri abbiamo celebrato S. Eusebio, il primo, tardo vescovo di Vercelli. Lì si era combattuta (con tutta probabilità) una delle grandi vittorie romane sui Barbari che tentavano di scendere in Italia, con la strage ai Campi Raudi, di 140.000 Cimbri e Teutoni e la deportazione di 60.00 schiavi, da parte di Mario e Silla. Vercelli era quindi celtica e ligure. Divenuta municipium solo nel 49 a.C. (stessa data di Milano) questo ci dice che restò celtica e padana finall’età costantiniana, quando vi giunse forse dala Sardegna il Vescovo Eusebio.

Anche le sante sorelle, Licinia, (il suo nome sta semplicemente per: “abitante”)  Leonzia, Ampelia e Flavia, che celebriamo oggi, e che sono grossomodo vissute verso la metà del V. sec., quindi quasi un secolo e mezzo dopo, costituirono però il degno corollario di santità, che circondò la figura e l’opera del grande santo protovescovo di Vercelli, s. Eusebio(† 1° agosto 371); il quale con il suo celebre cenobio, formò e produsse tante figure sante, soprattutto di vescovi, che onorarono con il loro illuminato episcopato, quasi tutte le diocesi dell’Italia Settentrionale, a partire dalla stessa antica diocesi di Vercelli.

Ma sant’Eusebio fondò anche un monastero femminile a Vercelli, affidandolo alla sorella sant’Eusebia, (entrambe figli di S. Restituta, non quella di Sora dei Frangipane che si presterebbe meglio alla fede “ciociara” di Manfredi di cui abbiamo parlato ieri con il film: “Per grazia ricevuta”! ma della Restituta di Sardegna spesso confusa con quella africana e comunque festeggiatelo stesso giorno, il 17 di maggio) che ne divenne la prima superiora. E in questo monastero, sin dai primi tempi, fiorirono esemplari e sante figure di monache, fra le quali, molto dopo, le suddette quattro vergini di cui parliamo.

Si ha memoria di una certa Taurina da Vercelli, che volle a tutti i costi far innalzare un mausoleo per quattro sue zie religiose: appunto Licinia, Leonzia, Flavia e Ampelia Avogadro. Le quattro pie donne avrebbero trascorso la loro esistenza in preghiera, devozione e opere di bene e il destino volle che la loro morte sopraggiungesse simultanea, nello stesso giorno, mese e anno della loro morte.

Il monastero sorse presso la chiesa cattedrale, il cui vescovo era s. Eusebio, notissimo per la sua austerità e dottrina spirituale, che ne dettò insieme alla sorella, le norme di vita ascetica.

Le monache dovevano praticare digiuni, vivere in rigida povertà, raccogliersi più volte al giorno e anche nella notte, a cantare in coro le lodi del Signore, osservare scrupolosamente la clausura, occupare le ore libere nel lavoro per il soddisfacimento delle necessità del monastero e provvedere anche al servizio della cattedrale con la cura delle suppellettili e dei paramenti.

All’interno della basilica cattedrale, correva sulle navate laterali e nel vestibolo un matroneo, da dove le monache assistevano ai sacri riti, associandosi alle preghiere del popolo.

Oltre il nome della prima superiora S. Eusebia, si conoscono solo otto o nove nomi di monache, conservati nelle antiche iscrizioni che ornavano i loro sepolcri; è il caso delle monache Zenobia, Costanzae delle quattro di cui parliamo; anzi Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, ebbero culto nell’antica liturgia eusebiana e furono invocate con i santi di quella Chiesa nelle litanie.

Un’iscrizione metrica e acrostica ornava il sepolcro delle quattro vergini e ne esaltava le virtù con espressioni colme di ammirazione, in epoca recente il marmo andò smarrito, ma fortunatamente i trenta versi del carme erano stati in precedenza trascritti e sono, attualmente, l’unica fonte che fornisce notizie su di loro.

Da questa iscrizione si apprende nell’ultimo verso, che la nipote delle sante vergini che erano quattro sorelle, di nome Taurina, monaca anch’essa e forse superiora, volle collocare sul sepolcro che le custodiva tutte insieme, il carme che fu composto probabilmente dal vescovo s. Flaviano, già alunno del cenobio eusebiano e poeta celebrante i meriti dei personaggi più degni, fioriti nella Chiesa vercellese.

Caratteristica singolare del carme, è che non sono nominate le quattro sorelle ma l’autore alla fine dell’elogio, avverte i lettori che i suoi versi sono acrostici(componimento poetico in cui le iniziali dei singoli versi, lette nell’ordine, formano una o più parole, come ad esempio, il nome della persona a cui esso è dedicato); quindi i nome delle sorelle si apprendono leggendo di seguito le prime lettere dei 30 versi.

Per quando riguarda l’epoca in cui vissero, calcolando l’età della loro nipote Taurina, vissuta una generazione dopo di esse ed essendo la nipote contemporanea di s. Flaviano († 542), si può calcolare che Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, siano vissute nella seconda metà del secolo precedente, cioè del V; quindi almeno un centinaio d’anni dopo la fondazione del monastero; inoltre i loro nomi classicamente romani, indicano che vissero in periodo anteriore alle invasioni barbariche.

I versi del suddetto carme elogiano la pietà e la fede dei genitori, che avevano donato e dedicato al celeste Re, tante figlie nel monastero eusebiano; particolare estro poetico, l’autore lo dedica alla madre delle quattro sorelle, Maria, che diede alla luce le elette pecorelle e riposa nella pace eterna illuminata dalla luce dei quattro astri splendenti, così come quando accompagnò nel tempio le sue vergini figlie, che cantando si apprestavano a consacrarsi a Dio.

Il carme continua encomiando le virtù delle quattro sorelle, che nel monastero apparvero ornate di fiori e come le vergini della parabola evangelica, pregando attesero la venuta dello Sposo divino, avvolte nel loro abito monacale.

Sotto il velo imposto sul loro capo dal vescovo celebrante, trascorsero l’innocente vita ricca di opere buone. Ed ora i loro corpi, liberi da ogni sofferenza, giacciono in un unico sepolcro, tanto fu l’amore che le tenne unite in vita, che un sol tumulo le custodisce e conserva alla venerazione dei fedeli.

Lo storico M. A. Cusano, pone le quattro sante al 3 agosto nel Calendario Eusebiano da lui pubblicato. Le loro reliquie sono nella cattedrale di Vercelli e una parte anche nella Chiesa della Casa Madre della Congregazione delle Suore Figlie di S. Eusebio, fondata a Vercelli il 29 marzo 1899 da mons. Dario Bognetti e da suor Eusebia Arrigoni, la cui spiritualità si rifà al millenario monastero eusebiano.

 

 

Il Vescovo Sant´Eusebio, fondó anche il primo monastero femminile in Occidente, vicino alla Cattedrale. Le vergini eusebiane ebbero cosí la loro propria abitazione disposta di modo tale che senza uscire di casa, potevano partecipare alle celebrazioni liturgiche che si celebravano nella Cattedrale.

 

La tradizione indica la sorella di Eusebio, di nome Eusebia, la prima superiora del monastero, e l´antico rito eusebiano contempla la sua commemorazione il 15 ottobre.

 

L´esistenza delle vergini consacrate al tempo di Eusebio é documentata da alcuni scritti del proprio Eusebio, nella sua seconda lettera scritta a Scitopoli, alle “Sante Sorelle” di Vercelli e alle “Sante Vergini” che condiviserono la persecuzione a causa della fede.

 

La piú antica memoria delle monache, arrivata fino ad oggi, si trova in una piccola lapide dedicata a Zenobia, consacrata a Dio e morta all´etá di 65 anni il 24 dicembre del 471, esattamente 100 anni dopo la morte del Fondatore. Se Zenobia si consacró a Dio nell´adolescenza, ha potuto essere educata dalle discepoli dello stesso Eusebio. Si conserva ancora il testo di un’antica iscrizione dedicata a monache eusebiane, che vissero nei secoli V e VI, la giovane Maria e quattro sorelle: Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, morte e considerate sante; come pure le due sorelle Esuperia e Costanza.

 

San Gerolamo, scrivendo a Innocenzo nell´anno 370, racconta di una donna condannata a morte dal governatore di Vercelli.

Data come morta, rinvenne durante la sepoltura e fu affidata ad alcune vergini che l´accolsero nella loro casa in campagna e si presero cura di lei fino alla sua completa guarigione.

Questa é una testimonianza preziosa che documenta la diaconia della caritá delle vergini eusebiane.

 

Dalla metá del secolo VI, non si hanno piú notizie di questa istituzione e questo silenzio si deve alle invasioni dei Longobardi in Italia.

 

L´unica Congregazione religiosa che oggi esplicitamente si ispira a Sant´Eusebio di Vercelli é quella delle Suore Figlie di Sant´Eusebio, fondata nel 1899 da Padre Dario Bognetti e Madre Eusebia Arrigoni, per il servizio ecclesiale della caritá, con particolare attenzione agli ultimi e sofferenti.

 

 

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