Il Santo del giorno, 27 Ottobre: Bartolomeo da Breganze, vescovo-“padrone” di Vicenza

 

 

 

 

 

Bartolomeo da Breganze, o da Vicenza(1200 circa – Vicenza, 1270), è stato un vescovo cattolico italiano del XIII secolo, proclamato beato nel 1793.

Nato intorno al 1200, secondo il cronista dalla nobile famiglia vicentina dei da Breganze, fu tra i primi ad entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori, al tempo di San Domenico.

Partecipò in pieno ai movimenti che coinvolgevano masse entusiaste, volte a combattere gli eretici, ma anche a promuovere una profonda riforma morale della Chiesa, come il movimento dell’Alleluia.

In questo contesto nel 1233 fondò a Parma un ordine monastico-cavalleresco, la Milizia di Gesù Cristo.

Appartenne all’antica famiglia di Breganze e da Vicenza fu mandato a studiare a Padova. Entrò giovanissimo nell’Ordine dei Predicatori, quando san Domenico era ancora in vita. Predicò in varie città dell’Emilia e della Lombardia spesso straziate dalle fazioni e percorse dalle eresie.

Papa Gregorio IX lo nominò maestro del Sacro Palazzo, mentre Papa Innocenzo IV lo volle con sé al Concilio di Lione, nominandolo, nel 1253, vescovo di Limassol nell’isola di Cipro

Fu poi professore nello Studio della curia romana e consigliere ufficiale di papa Innocenzo IV, che nel 1252 lo consacrò vescovo di Limisso, nell’allora latino Regno di Cipro. Andò quindi in Palestina, a Giaffa, Sidone ed Acri dove incontrò Luigi IX di Francia, impegnato nella VII crociata.

Il 18 dicembre 1255 papa Alessandro IV, impegnato nelle lotta contro Ezzelino III da Romano, contro il quale due giorni dopo avrebbe indetto la “crociata”, lo nominò direttamente – senza richiedere cioè il parere del capitolo della cattedrale, troppo debole per opporsi a Ezzelino – vescovo di Vicenza, dove però Bartolomeo, non poté insediarsi sino al 1259, data della morte del signore della città.

Attese questo momento a Padova, la città guelfa più impegnata nella guerra contro il tiranno, poi a Roma.

Nel 1259, fu inviato in missione diplomatica alla corte di Enrico III d’Inghilterra e, al ritorno, si fermò a Parigi, dove Luigi IX gli donò una teca d’oro, contenente una croce fatta del legno della vera Croce di Cristo e una delle spine della corona di spine.

Portando con sé le preziose reliquie, giunse nel 1260 a Vicenza, dove il clero e il popolo andarono ad incontrarlo, acclamando: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Già nello stesso anno volle che venisse iniziata la costruzione della Chiesa di Santa Corona e dell’annesso convento dei domenicani. La chiesa fu finita nel 1270, in tempo per accogliere proprio le spoglie di Bartolomeo, morto in quello stesso anno.

Subito dopo il suo insediamento, riaffermò le prerogative signorili da cui nel periodo ezzeliniano il vescovo era stato esautorato, convocando i vassalli per rivedere le concessioni feudali, ma si occupò anche di far restituire a Vicenza i territori bassanesi e marosticensi che Padova aveva sottratto e di svolgere un’azione pacificatrice tra le città della Marca Veronese.

Risollevò le sorti della Chiesa vicentina, caduta in un miserevole stato di degrado negli ultimi anni del dominio di Ezzelino, durante i quali egli non aveva potuto insediarsi nella sede episcopale.

Da buon domenicano e responsabile dell’inquisizione, egli affrontò la Chiesa catara di Vicenza in dibattiti pubblici, riuscendo a far convertire molti degli aderenti ad essa e a mandarne altri sul rogo.

Uomo, nonostante i roghi e la grande attività politica, di grande cultura e rettitudine, con azioni concrete promosse gli studi e il risanamento morale in una città ancora permeata di odi e violenza e dove si praticava, come un po’ dappertutto, l’usura.

Ricevette dalla popolazione e dal Comune un’enorme fiducia, che lo resero arbitro indiscusso di ogni contesa nella città, della quale divenne per un triennio il signore di fatto. I vicentini giunsero al punto da prestargli un giuramento di fedeltà.

Dopo che nel 1264 Vicenza fu soggiogata da Padova, egli perse gran parte del suo potere e visse gli ultimi anni nello sconforto e nella delusione che si riflettono nei suoi scritti.

Nel 1267 si rivolse a papa Clemente IV per essere esonerato dal governo della diocesi e dedicarsi esclusivamente al governo dell’Ordine; il papa tuttavia non accettò le sue dimissioni.

Morì nel 1270 a Vicenza, dopo aver lasciato come erede universale di quanto possedeva il convento di Santa Corona; fu sepolto nella sua chiesa, ormai ultimata.

Di lui restano, oltre ai Sermones, una Expositio Cantici Canticorum e un trattato De venatione divini amoris. Di particolare rilievo sono i suoi sermoni mariani, i “Sermones de beata Virgine”, una delle raccolte più interessanti del XIII secolo.

 

Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria(in latino Ordo Militiæ Mariæ Gloriosæ), detti anche Frati Gaudenti, erano un ordine militare e ospedaliero sorto nel XIII secolo per garantire la pace tra le fazioni cittadine; l’ordine si estinse verso la fine del XVI secolo.

L’ordine trae origine da una confraternita sorta a Bologna per svolgere attività di pacificazione nelle città e tra le famiglie e comporre le liti tra le varie fazioni: tale compagnia ebbe tra i principali promotori Loderingo degli Andalò.

La confraternita venne approvata da papa Urbano IV con la bolla Sol ille verus del 23 dicembre 1261: il pontefice elevò la fraternità a ordine militare e assegnò ai cavalieri come norma fondamentale la regola di sant’Agostino.

I membri dell’ordine, reclutati tra i membri dell’aristocrazia, si obbligavano a condurre un’esemplare vita cristiana mediante la professione dei voti di castità coniugale, di obbedienza e di protezione degli orfani e delle vedove; si impegnavano a impugnare le armi contro chiunque avesse turbato la pace pubblica e contro chi avesse violato la giustizia.

L’abito dei cavalieri della Beata Gloriosa Vergine Maria era bianco, con mantello grigio decorato con l’insegna dell’ordine: una croce rossa con due stelle.

La sede principale dell’ordine fu il convento di Ronzano, presso Bologna, e i cavalieri si diffusero soprattutto in Lombardia, in Toscana, in Romagna e nella marca Trevigiana.

Dante pone nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno (tra gli ipocriti) Loderingo degli Andalò e Catalano dei Malavolti, due dei primi gran maestri dei Gaudenti; frate Alberigo dei Manfredi viene invece posto nella terza zona del nono cerchio (nella Tolomea, fra i traditori degli ospiti).

Quando la situazione politica italiana cambiò e venne meno la ragion d’essere dell’ordine, i membri iniziarono a dedicarsi essenzialmente all’amministrazione del cospicuo patrimonio accumulato negli anni precedenti, guadagnandosi l’appellativo di gaudenti.

L’ordine si estinse a Bologna attorno al 1589 e a Treviso dopo il 1737.

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