Il Santo del giorno, 27 Dicembre: S. Giovani Apostolo, Patrono di  Scrittori, Editori, Teologi

Giovanni Apostolo ed Evangelista (Betsaida, 10 – Efeso, 98-99)

La tradizione cristiana lo identifica con l’autore del quarto vangelo.

Secondo le narrazioni dei vangeli canonici era il figlio di Zebedeo e Salomè e fratello dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Prima di seguire Gesù era discepolo di Giovanni Battista. La tradizione gli attribuisce un ruolo speciale all’interno della cerchia dei dodici apostoli: compreso nel ristretto gruppo includente anche Pietro e Giacomo il Maggiore, lo identifica con «il discepolo che Gesù amava», partecipe dei principali eventi della vita e del ministero del maestro e unico degli apostoli presenti alla sua morte in croce. Secondo antiche tradizioni cristiane Giovanni sarebbe morto in tarda età ad Efeso, ultimo sopravvissuto dei dodici apostoli.

A lui la tradizione cristiana ha attribuito cinque testi neotestamentari: il Vangelo secondo Giovanni, le tre Lettere di Giovanni e l’Apocalisse di Giovanni. Altra opera a lui attribuita è l’Apocrifo di Giovanni. Per la profondità speculativa dei suoi scritti è stato tradizionalmente indicato come “il teologo” per antonomasia, raffigurato artisticamente col simbolo dell’aquila, attribuitogli in quanto, con la sua visione descritta nell’Apocalisse, avrebbe contemplato la Vera Luce del Verbo, come descritto nel Prologo del quarto vangelo, così come l’aquila, si riteneva, può fissare direttamente la luce solare.

Giovanni. È il nome proprio usato nei testi neotestamentari (ad esclusione del quarto vangelo) e nella tradizione cristiana. Il termine corrisponde all’ebraico (Yehohanàn), letteralmente “YH fece grazia“, traslitterato in greco Ιωάννης (Ioànnes) e in latino Ioànnes.

Boanèrghes (Βοανηργες). È il soprannome aramaico che Gesù stesso avrebbe dato a Giovanni e suo fratello Giacomo. Secondo lo stesso passo evangelico significa «figli del tuono» forse inteso come voce di Dio. Oppure per il loro carattere irruento, per una ipotetica loro appartenenza al movimento nazionalista zelota.

Come detto, il quarto vangelo non nomina mai l’apostolo Giovanni. Di contro è presente in esso un personaggio assente negli altri testi neotestamentari, il «discepolo che Gesù amava». Le più antiche indicazioni a proposito risalgono alla prima metà del II secolo.

In un solo passo del Nuovo Testamento (Gal2,9) Paolo di Tarso chiama Giovanni, assieme a Pietro e Giacomo il Giusto, «colonna» della Chiesa, per sottolinearne l’importante ruolo rivestito nella Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù.

Evangelista. L’apostolo Giovanni viene dalla tradizione anche detto evangelista[13] in quanto ritenuto autore del quarto vangelo. 14]

Epistèthios, aggettivo neologistico plasmato dall’espressione ἐπὶ τὸ στῆθος (epì to stèthos, «sopra il petto») di Gv13,25;21,20: durante l’ultima cena Giovanni appoggiò il capo sul petto di Gesù per chiedergli chi l’avrebbe tradito. L’epiteto è proprio della tradizione patristica greca.

Nella tradizione cristiana il solo Eusebio di Cesarea riporta un’affermazione che attribuisce a Policrate di Efeso (fine II secolo), secondo la quale Giovanni, il quale poggiò il capo sul petto del Signore (durante l’ultima cena), indossava la placca sacerdotale (petalon), cioè apparteneva a una delle classi sacerdotali che gestivano il culto del tempio di Gerusalemme.

È l’unico dei dodici apostoli a non essere venerato con il titolo di martire, in quanto la tradizione lo dice morto per anzianità e non in modo violento.

I dettagli circa la vita di Giovanni prima dell’incontro con Gesù sono in gran parte ipotetici, desumibili da alcuni accenni sparsi nei vangeli. Il luogo e la data di nascita non sono noti. La tradizione successiva che lo indica come il più giovane degli apostoli, o meglio come l’unico di questi morto in tardissima età, può indicare una data di nascita alcuni anni successiva all’inizio dell’era cristiana (attorno al 10?). Il luogo di residenza, e probabilmente anche di nascita, era Betsaida, una località galilea sita sul Lago di Genesaret. Il padre era Zebedeo, la madre forse Salomè e aveva almeno un fratello, Giacomo detto «il maggiore».

La famiglia era dedita alla pesca. Il padre aveva dei garzoni e i suoi figli sono detti soci di Simon Pietro.

La vocazione di Giovanni da parte di Gesù è esplicitamente narrata dai tre vangeli sinottici. Matteo (4,21-22) e Marco (1,19-20) ne forniscono un sobrio resoconto: i due fratelli Giovanni e Giacomo vengono chiamati da Gesù “presso il Mare di Galilea” mentre sono sulla barca col padre Zebedeo, intenti a riparare le reti da pesca. Questa chiamata viene narrata subito dopo quella di Andrea e Pietro, avvenuta in simile contesto lavorativo.

Luca invece inserisce la chiamata all’interno del miracolo della cosiddetta pesca miracolosa (taciuta da Mt e Mc, riportata da Gv21,1-13 dopo la risurrezione di Gesù), e tace la presenza di Andrea.

Il Vangelo di Giovanni invece, assumendo la tradizionale identificazione dell'”altro discepolo” con lo stesso evangelista, ambienta la chiamata (Gv1,35-40) a Betania, presso il fiume Giordano (Gv1,28). Qui Giovanni e Andrea, discepoli di Giovanni Battista, furono da lui invitati a seguire Gesù con la frase “Ecco l’Agnello di Dio”. Particolarmente vivo appare il dettaglio per cui l’apostolo, futuro evangelista narratore, ricorda con precisione il momento della sua vocazione: “l’ora decima”, cioè le quattro del pomeriggio.

Dopo la sua vocazione, durante gli anni del ministero itinerante di Gesù (probabilmente 28-30), Giovanni sembra rivestire un ruolo importante all’interno della cerchia dei dodici apostoli, secondo solo a Pietro e seguito da suo fratello Giacomo. I tre sono presenti durante alcuni dei principali eventi della vita del maestro, quando sono preferiti in maniera esclusiva agli altri apostoli.

Il solo Luca (9,51-56) riporta un episodio che sottolinea il carattere focoso dei fratelli Giacomo e Giovanni. Un villaggio samaritano (ebrei considerati scismatici) aveva rifiutato ospitalità a Gesù e i figli di Zebedeo propongono la sua distruzione tramite un “fuoco discendente dal cielo” (vedi l’omologo episodio di Elia in 2Re1,2-15), attirandosi il rimprovero del maestro.

Sia Matteo (20,20-23, che introduce l’intermediazione della madre Salomè, una probabile finanziatrice del gruppo,) che Marco (10,35-40) riportano un episodio che indica il carattere ambizioso dei due fratelli. Questi avevano probabilmente una visione terrena del Regno predicato da Gesù e si aspettavano, in quanto particolarmente favoriti tra i suoi seguaci, un ruolo privilegiato in esso. Alla richiesta Gesù risponde evasivamente con l’assicurazione che “berranno il suo calice”, cioè che gli saranno associati nella sofferenza e nel martirio. Giacomo verrà effettivamente martirizzato attorno al 44 (At12,1-2).

Nel quarto vangelo, come sopra indicato, Giovanni viene tradizionalmente identificato col “discepolo che Gesù amava”. Durante l’ultima cena riveste un ruolo particolare a fianco del maestro (Gv13,23-25), interrogandolo sull’identità del traditore. È testimone privilegiato del processo di Gesù (Gv18,15). Nonostante fosse scappato con gli altri apostoli durante l’arresto nel Getsemani, è l’unico dei discepoli presenti durante la crocifissione di Gesù, il quale gli affida sua madre Maria (Gv19,26-27).[24] Dopo la risurrezione di Gesù corre con Pietro al sepolcro (Gv20,3-8). Durante l’apparizione in Galilea è il primo a riconoscere il maestro risorto (Gv21,7).

Negli Atti degli apostoli, che descrivono le vicende della Chiesa apostolica in un periodo compreso all’incirca tra il 30 e il 60, Giovanni gioca ancora un ruolo di primo piano, prima con una guarigione miracolosa, poi con un’altrettanto miracolosa liberazione, in una notte, dopo essere stato incarcerato.

L’ultimo accenno esplicito di Atti a Giovanni è in At8,14-25, quando l’apostolo viene inviato assieme a Pietro in Samaria dove avvenne l’incontro con Simon Mago. Questa missione evangelizzatrice non sembra comunque aver troncato i legami con la chiesa madre di Gerusalemme.

In occasione degli eventi del Concilio di Gerusalemme (circa 49-50, At15,1-35), che stabilì la non osservanza dei precetti della Torah per i pagani-cristiani, il ruolo svolto da Giovanni viene taciuto da Atti che mette in primo piano Pietro e Giacomo (non il “Maggiore” fratello di Giovanni, ucciso attorno al 44, ma il “fratello” di Gesù).

Circa gli anni successivi agli eventi narrati negli Atti, le antiche tradizioni cristiane concordano nel collocare l’operato di Giovanni in Asia (cioè l’attuale Turchia occidentale), in particolare a Efeso, con una breve parentesi di esilio nell’isola di Patmo.

Il contesto cronologico complessivo però è meno definito, e in particolare è ignota è la data in cui Giovanni (e secondo la tradizione anche Maria, sulla base di Gv19,26-27) si è trasferito in questa città, all’epoca la quarta metropoli dell’impero romano (dopo Roma, Alessandria e Antiochia). È possibile che l’apostolo si sia trasferito in Asia prima del Concilio di Gerusalemme (circa 49-50) e soprattutto del prolungato soggiorno nella città di Paolo (almeno due anni, dalle varie ipotesi cronologiche collocati tra il 52-58): in tal caso Giovanni sarebbe il fondatore di questa chiesa. Ad ogni modo, indipendentemente dalla sequenza cronologica (Giovanni poi Paolo oppure Paolo poi Giovanni), sarà la figura di Giovanni a lasciare una netta impronta alle chiese asiatiche.

L’apocrifo Atti di Giovanni (seconda metà II secolo) descrive dettagliatamente alcuni eventi della vita di Giovanni nel periodo del suo soggiorno a Efeso con resurrezioni, guarigioni, miracoli mirabolanti e conversioni di massa

Le varie versioni terminano col decesso dell’apostolo per cause naturali. In alcune versioni il corpo, dopo la sua sepoltura, non viene più ritrovato, lasciando ipotizzare un’assunzione al cielo.

Secondo la versione breve del testo, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70), l’imperatore Domiziano (regno 81-95) sente parlare dell’apostolo e manda a chiamarlo da Efeso. Giunto al suo cospetto a Roma gli parla della fede cristiana nel Regno futuro di Gesù, figlio di Dio. L’imperatore gli chiede una prova e Giovanni chiede una coppa di veleno che beve (vedi Mt20,20-23;Mc10,35-40) rimanendo miracolosamente illeso. Domiziano dubita dell’efficacia del veleno e lo fa bere a un condannato a morte che muore all’istante, ma Giovanni lo risuscita. Poco dopo risuscita anche un servo dell’imperatore da poco deceduto. Domiziano dunque, che aveva fatto votare dal senato un decreto contro i cristiani ma non voleva applicarlo a Giovanni, ordina che sia esiliato nell’isola di Patmo. Qui ha la rivelazione della fine (Apocalisse). A Domiziano succede Nerva (96-98), che abolì gli esili forzati imposti dal predecessore, ma solo sotto Traiano (98-117) Giovanni ritorna Efeso. Data la tarda età ordina come suo successore Policarpo. L’apocrifo termina con una lunga serie di preghiere di Giovanni in punto di morte e col suo decesso per cause naturali.

Tertulliano accenna brevemente a un episodio secondo il quale Giovanni a Roma, sede del martirio di Pietro e Paolo, fu immerso nell’olio bollente ma non ne patì e fu esiliato in un’isola (Patmo). Il miracolo, che non trova riscontro in nessun’altra fonte storica e va probabilmente inteso come una leggenda tardiva, non è contestualizzato ma la tradizione cristiana (ripresa in particolare dalla Legenda Aurea c. 69) lo ha localizzato presso la Chiesa di San Giovanni in Oleo, nei dintorni della Porta Latina, sotto l’imperatore Domiziano. Un possibile accenno al supplizio inflitto a Giovanni, secondo una recente e suggestiva ipotesi, è presente nella IV satira di Giovenale: dopo la narrazione dell’uccisione, per ordine di Domiziano, del nobile Acilio Glabrione, probabilmente a causa della sua adesione al Cristianesimo, è raccontata la cattura di un enorme pesce peregrinus (straniero) che l’imperatore avrebbe cucinato in una capiente padella in veste di Pontefice Massimo. L’allusione a Giovanni potrebbe cogliersi dal significato cristologico dell’immagine del pesce, dal contesto dell’intera satira, e dal legame fra la persecuzione anticristiana di Domiziano e un’indagine concernente il fiscus iudaicus.

Sul sito a Efeso considerato sede del sepolcro di Giovanni fu costruita una basilica nel VI secolo, sotto l’imperatore Giustiniano, della quale oggi rimangono solo tracce.

A Patmo una grotta detta “dell’Apocalisse” viene indicata come dimora dell’apostolo durante il suo momentaneo esilio. Dal 1999 è uno dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, assieme al Monastero di San Giovanni.

Ricerche archeologiche condotte alla fine del secolo scorso, sulla base delle visioni della monaca agostiniana Anna Katharina Emmerick (1774 – 1824), hanno permesso il ritrovamento a circa 9 km a sud di Efeso della casa di Maria (da non confondere con la “Santa Casa” di Loreto), dove sarebbero vissuti la madre di Gesù e l’apostolo Giovanni.

Giovanni rappresenta un caso particolare tra i dodici apostoli poiché la tradizione lo indica come l’unico morto per cause naturali e non per martirio, tanto che i paramenti liturgici per la sua festa sono bianchi e non rossi. Oltre agli Atti di Giovanni, alcune indicazioni patristiche sono concordi nel datare la morte a Efeso sotto l’impero di Traiano (98-117) e Girolamo specifica la data con precisione al 68º anno dopo la passione del Signore, cioè nel 98-99. Esiste comunque una secolare tradizione, riportata anche nella Legenda Aurea, secondo cui Giovanni fu martirizzato a Roma, presso porta Latina, durante la persecuzione di Domiziano; constatato che l’olio bollente non riusciva a bruciare il corpo dell’apostolo, Domiziano lo accecò e lo rimandò ad Efeso, dove poi morì.

Secondo un racconto del quarto vangelo (Gv21,20-23), c’era tra le comunità cristiane la curiosa leggenda per cui Giovanni, l’apostolo prediletto, non sarebbe morto prima della parusia di Gesù. Questa doveva essere nata per la notevole anzianità dell’apostolo: un’età di 90-100 anni rappresentava per l’epoca un elevato traguardo. Assumendo inoltre l’autenticità giovannea dell’Apocalisse, testo che rivela la fine del mondo e il ritorno del Signore, poteva essere logico ipotizzare che all’apostolo sarebbe stato concesso di vivere quello che aveva visto estaticamente.

 

27 dic JohnEvangelistReni

JohnEvangelist Reni

 

Opere

 

Per secoli la tradizione cristiana ha attribuito all’apostolo Giovanni il quarto vangelo, la prima, seconda e terza lettera e l’Apocalisse. In epoca contemporanea storici ed esegeti hanno rinunciato ad attribuire le cinque opere alla redazione di un unico personaggio e preferiscono parlare di una scuola (o circolo o tradizione) giovannea, che si rifà alla testimonianza e all’insegnamento dell’apostolo. La redazione delle opere, scritte in greco, è ipotizzata a Efeso verso fine I – inizio II secolo.

Prima lettera di Giovanni. Il testo non esplicita il nome dell’autore, e anche in questo caso la tradizione concordemente lo attribuisce all’apostolo Giovanni. È costituita da un insieme di esortazioni alla vita cristiana e compare il tema dell’anticristo. Come per il quarto vangelo, anche in questa lettera appaiono affermazioni di tipo anti-doceta e anti-adozionista che possono rimandare allo scontro tra Giovanni (e i suoi discepoli) e Cerinto.

Seconda e Terza lettera di Giovanni. Questi brevi testi, secondo le indicazioni dei rispettivi incipit (2Gv1;3Gv1), sono dette opera di un anonimo “presbitero”. Alcune indicazioni patristiche antiche, le quali attribuiscono all’anonimo il nome di Giovanni e collocano il suo operato a Efeso, lo distinguono dall’apostolo.

Apocalisse di Giovanni. Nell’ultimo libro del canone cristiano l’autore dell’Apocalisse si identifica col nome di Giovanni (Ap1,1;1,4;1,9;22,8) e si dice residente nell’isola di Patmo (Ap1,9). La successiva tradizione cristiana, a partire da inizio II secolo, lo ha identificato con certezza con l’apostolo ed evangelista. Il testo, al pari delle varie apocalissi giudaiche apocrife, si presenta come una visione estatica nel quale vengono rivelate “le cose che devono presto accadere”, facendo ampio ricorso a immagini e strutture numeriche. Per secoli il libro è stato inteso come fedele cronaca degli eventi relativi alla fine del mondo (parusia). L’esegesi contemporanea, più attenta alla contestualizzazione storica della redazione, la intende come una rilettura allegorica della Chiesa dell’epoca: adesso siamo perseguitati dalla bestia (l’impero romano), ma l’agnello (Cristo) risulterà infine vittorioso.

 

Apocrife

Atti di Giovanni. Scritto in greco nella seconda metà del II secolo, pervenutoci sotto diverse redazioni con alcune variazioni, descrive alcuni eventi della vita di Giovanni nel periodo del suo soggiorno a Efeso con lo stile agiografico-leggendario proprio degli apocrifi. Presenta influenze docetiste e gnostiche.

Apocrifo di Giovanni. Scritto in greco nel II secolo, prima del 185, contiene un dialogo privato (secretum) tra l’apostolo e Gesù dopo la sua risurrezione nel quale vengono rivelate verità di fede di tipo gnostico.

Interrogatio Johannis. Composto nel XII secolo presso la setta manichea del Bogomili della Bulgaria, ci è pervenuto in una traduzione latina. Contiene un dialogo privato tra Gesù e l’apostolo nel contesto dell’ultima cena e si presenta di matrice fondamentalmente manichea con influssi gnostici.

 

Pensiero

 

I cinque testi tradizionalmente attribuiti all’apostolo Giovanni mostrano, oltre a somiglianze di stile e vocabolario, anche temi concettuali e teologici comuni. Come sopra indicato l’esegesi contemporanea attribuisce la redazione definitiva dei testi non direttamente a Giovanni ma a una scuola di più autori-redattori che può aver raccolto l’insegnamento dell’apostolo. In tale ottica, la “teologia giovannea” deve essere vista non come il frutto diretto di un singolo pensatore ma come il condensato di una tradizione ecclesiologica a lui riferita.

Nella sostanza la teologia giovannea non si differenzia da quella presente implicitamente o esplicitamente negli altri scritti cristiani neotestamentari. Alcuni concetti sono però introdotti o sviluppati in una maniera propria e particolare che non trova paralleli.

 

 

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Logos

 

La più nota peculiarità della teologia giovannea è la definizione di Gesù come “Logos”. Il termine greco è ampiamente polisemico e può significare “parola”, “dialogo”, “ragionamento”, “progetto”, “ragion d’essere”. Nella traduzioni bibliche, che non possono rendere la polisemia originaria, viene talvolta reso con “parola” (escludendo così gli altri campi semantici) oppure con “verbo” (traslitterazione della resa verbum, adottata dalla Vulgata di Girolamo, che però non ha nulla a che vedere con la forma grammaticale omonima).

Al Logos giovanneo vengono attribuite esplicitamente alcune caratteristiche presenti anche in alcune lettere paoline ma non esplicitate negli altri tre vangeli. Per questo Giovanni è stato dalla tradizione successiva indicato come l’evangelista teologo per eccellenza. In particolare, il Logos-Gesù è Dio (Gv1,1;20,28),[38] è preesistente alla creazione del cosmo (Gv1,1;8,58;17,5;1Gv1,1), e questo è stato fatto tramite lui (Gv1,3;1,10). Una particolare enfasi viene data al fatto che il Logos preesistente si è fatto carne (Gv1,14;1Gv1,1-3;2Gv7), in modo tale da essere ascoltato, visto, contemplato, toccato. Nel cosiddetto “discorso del pane” di Gv6, dove a Gesù viene attribuita una lunga esortazione eucaristica, viene poi adottato il verbo “masticare” (reso solitamente col più blando “mangiare”) che vuole sottolineare la presenza reale-materiale, e non solo simbolica-spirituale, nel pane eucaristico.

Questi accenni alla preesistenza e alla realtà materiale dell’incarnazione, dai biblisti e storici contemporanei, sono solitamente contestualizzati al panorama teologico delle chiese nelle quali i testi sono stati redatti (sitz in leben, situazione vitale): l’autore (l’apostolo Giovanni e/o i suoi discepoli) voleva con queste precisazioni contestare alcune correnti teologiche giudicate eretiche come l’adozionismo (per cui Gesù non era “figlio di Dio” dalla nascita ma solo una persona virtuosa “adottata” da Dio al momento del suo battesimo) e il docetismo (per cui Gesù non era umano ma lo era solo in modo apparente).

 

Mondo e Giudei

Tutti i quattro vangeli concordano nel sostenere che il ministero di Gesù fu caratterizzato, dal punto di vista umano, da un sostanziale fallimento: le autorità ebraiche non lo riconobbero come il messia atteso, le folle passarono da un’iniziale entusiasmo ad un progressivo abbandono (la cosiddetta “crisi galilaica”), al suo arresto anche gli apostoli (secondo Gv19,26-27 fece eccezione il discepolo che amava) lo abbandonarono per paura. Il quarto vangelo sottolinea in diversi loci questo rifiuto, opponendo alla rivelazione di Gesù-Logos incarnato il suo rifiuto da parte di due categorie, il mondo-cosmo (Gv1,10;3,19;7,7;8,23;14,19;15,18-19;16,33;17; 1Gv15-17;3,1;3,13;5,5) e i Giudei (Gv5,16-18;6,41;7,1;7,13;8,52;9,22;10,31-33, e in particolare durante processo di Gesù nel c.18).

Questa colorazione negativa in blocco dei “Giudei” ha portato alcuni a vedere in Giovanni un esplicito antisemitismo. Tuttavia questa categoria deve essere intesa come una sorta di finzione letteraria, raggruppante gli oppositori di Gesù, e non come l’indicazione di un gruppo etnico. Tra i Giudei lo stesso vangelo riporta che diversi credettero in lui Gv8,31;12,11, e tutti i cristiani della prima ora erano Giudei, come lo stesso Gesù.

 

Dualismo

 

Oltre al dualismo antitetico Gesù-Logos / Giudei-Mondo, in particolare nel quarto vangelo compaiono antitesi dualiste come luce/tenebre, spirito/carne, vita/morte, fede/non fede.

L’inquadramento storico di questo dualismo ha dato origine a numerose speculazioni:

gli Esseni definivano se stessi come i “figli della luce”, contrapposti ai “figli delle tenebre”, similmente al dualismo giovanneo luce/tenebre. Questo ha fatto ipotizzare un’influenza essena sul quarto vangelo ma non è chiaro, se avvenuta, in quale momento della tradizione ha avuto luogo: Battista, maestro di Giovanni, esseno? Giovanni esseno? Gesù esseno? Contatti con movimenti esseni delle comunità giovannee?

nello gnosticismo era presente il dualismo corpo/materia ma in maniera estremizzata (bene/male). Questo ha fatto parlare di influssi gnostici nel quarto vangelo, ma in questo la carne non arriva mai ad essere “demonizzata”, e al contrario sottolinea il fatto che lo stesso Logos si fece carne. È stato quindi ipotizzato in Giovanni un dualismo che poi verrà estremizzato dagli gnostici.

 

Anticristo

In alcuni passi della Prima e Seconda lettera di Giovanni (1Gv2,18;2,22;4,3; 2Gv7) viene nominato l’Anticristo. In questi testi l’epiteto non sembra essere riferito a un preciso e definito personaggio storico (notare il plurale in 1Gv2,18), quanto piuttosto a una tendenza o corrente che negava Gesù, e in particolare l’incarnazione del Figlio-Logos in Gesù.

La figura dell’Anticristo ha goduto di una certa fortuna nella successiva tradizione cristiana che però lo ha decontestualizzato dalla situazione redazionale delle lettere: di volta in volta qualche studioso o autorità cristiana, senza però il riconoscimento ufficiale del magistero, ha bollato come anticristo qualche autorevole personaggio storico che si opponeva alla Chiesa o alla sua attività.

Secondo la tradizione esoterica Giovanni avrebbe ricevuto un insegnamento segreto dallo stesso Gesù e questo insegnamento Giovanni lo avrebbe trasmesso in seguito ad una Chiesa invisibile. Secondo questa concezione, il cristianesimo ufficiale o essoterico, quindi, non sarebbe altro che una volgarizzazione di quell’insegnamento primitivo. Secondo la tradizione esoterica accanto ad una Chiesa di Pietro essoterica ed esteriore esiste invisibile e sotterranea una Chiesa di Giovanni, una chiesa più interiore. Non è quindi un caso che Giovanni è stato ed è il patrono di numerose società segrete. Egli è per esempio tenuto in alta considerazione dalla massoneria.

Delle disavventure del pensiero originario di Giovanni all’interno di questa tradizione esoterica c’è da annoverare per esempio l’esperienza della Chiesa Gioannita, una setta che si rifaceva appunto all’evangelista Giovanni e ai suoi cosiddetti “insegnamenti segreti” che in seguito si è dissolta in un’altra setta denominata “Chiesa Gnostica”.

C’è chi sostiene che questa presunta Chiesa di San Giovanni abbia tramandato segretamente i suoi insegnamenti di generazione in generazione sino ad arrivare ai Templari, che di questa Chiesa sarebbero un’espressione.

In questo campo le opinioni che circolano sono le più disparate. Tra le tante quella che vede Giovanni affidare i suoi insegnamenti a Maria Maddalena prima che questa si imbarcasse diretta verso la Francia.

 

Riferimenti a Giovanni in Dante Alighieri

 

« Questi è colui che giacque sopra ‘l petto

del nostro pellicano, e questi fue

di su la croce al grande officio eletto. »

(Divina Commedia – Paradiso, XXV, 112-114)

 

Ai tempi di Dante, correva voce che l’apostolo Giovanni fosse salito in Cielo in anima e corpo, voce che lo stesso Giovanni sfata nel canto xxv del Paradiso.

 

« Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta

di vedere eclissar lo sole un poco,

che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec’io a quell’ultimo foco

mentre che detto fu: “Perché t’abbagli

per veder cosa che qui non ha loco?

In terra è terra ‘l mio corpo, e saragli

tanto con li altri, che ‘l numero nostro

con l’eterno proposito s’agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro

son le due luci sole che saliro;

e questo apporterai nel mondo vostro.

[…]

…quei che vide tutti i tempi gravi,

pria che morisse, de la bella sposa

che s’acquistò con la lancia e coi clavi »

(Divina Commedia – Paradiso XXV, 118 e XXXII, 127-129)

« Di voi pastor s’accorse il Vangelista

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista. »

(Divina Commedia – Inferno XIX, 106-108)

« incominciando

l’alto preconio, che grida l’arcano

di qui laggiù, sovra ad ogni altro bando »

(Divina Commedia – Paradiso, XXVI, 43-45))

 

È patrono degli scrittori assieme a San Cassiano di Imola, Santa Teresa d’Avila e Francesco di Sales.

 

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