Il Santo del giorno, 23 Novembre: S. Colombano, Patrono dei motociclisti, introdusse la confessione singola e privata, e, per primo, il concetto di Europa unita: un sogno da santo! – Santa Felicita 

 

Colombano di Bobbio, Abate, nato tra il 540 e il 543 nella cittadina di Navan, nel Leinster (Irlanda centro-orientale). – Bobbio, 23 novembre 615

Canonizzazione:  23 novembre 642

Santuario principale:     Abbazia di San Colombano

Ricorrenza: 23 novembre in Italia; 21 e 24 novembre in Irlanda

Patrono: dei motociclisti, di Luxeuil-les-Bains (in Francia), e naturalmente di Bobbio

Colombano: in gaelico: Colum Bán, «colomba bianca»; latino: Columbanus Bobiensis;

Per vedere quanto il monachesimo irlandese, di cui Colombano è uno dei pilastri, sia legato a Lucca, basti pensare all’importanza attribuita, qui, nella città murata anche allora, a S. Frediano (ed un S.Finnian, come era forse il vero nome del vescovo lucchese, ricorre anche nella vita del santo di oggi) e poi tutte le località lucchesi e le chiese che hanno preso nome da santi del nord e dell’Irlanda celtica!

È conosciuto anche con altri nomi, impropri e più rari, quali san Colombano di Luxeuil (in Francia) o san Columba il Vecchio.

Tramite le sue numerose fondazioni contribuì alla diffusione in Europa del monachesimo irlandese.

Stabilì una regola monastica che in seguito fu assimilata a quella benedettina e poi definitivamente abrogata. Introdusse,con il Paenitentiale, l’uso della confessione privata, in sostituzione di quella pubblica per il sacramento della penitenza.

Papa Benedetto XVI lo ha definito “santo europeo”. Infatti, San Colombano stessoscrisse in una lettera che gli europei dovevano essere un unico popolo, un “corpo solo” che viene unito da radici cristiane in cui le barriere etniche e culturali vanno superate; inoltre usò per la prima volta l’espressione latina totius Europae.

Secondo la leggenda agiografica della sua vita, la madre, in attesa della sua nascita, avrebbe visto un sole uscire dal suo seno per recare al mondo una grande luce.

Colombano andò a scuola presso un maestro laico, apprendendo a leggere e a scrivere con notevole impegno, applicandosi alle arti liberali delle lettere, agli studi grammaticali, alla retorica, alla geometria e a tutte le Sacre scritture. Come gli altri giovani si occupava inoltre dei lavori della famiglia (allevamento del bestiame, conciatura delle pelli, caccia e pesca) e apprese anche a cavalcare e ad usare l’arco e la spada.

Mentre la famiglia ed il clan prospettavano per lui un futuro radioso, egli incontrò nella foresta una donna pellegrina consacrata a Dio, che gli cambiò la vita, rivelandogli che per il suo futuro doveva lasciare la famiglia e la terra natale per farsi pellegrino di Cristo.

A quindici anni, quindi decise di farsi monaco, lasciando amici e compagni ed il clan.Nonostante l’opposizione della madre, che per non lasciarlo partire, si gettò di traverso sulla soglia della casa, che Colombano attraversò, dicendo che chi ama il padre e la madre più di Cristo, non è degno di Lui ed iniziò deciso il cammino errante da pellegrino.

Si recò quindi, al monastero sull’isola di Cleen e qui perfezionò le Sacre Scritture e apprese il latino.

Terminati gli studi si trasferì presso il monastero di Bangor(Irlanda del Nord, importantissimo centro monastico, che nel massimo splendore arrivò ad accogliere fino a tremila monaci!), dove si praticava una stretta disciplina ascetica e la mortificazione corporale.

Caratteristica di Bangor, la veste bianca, che li rendeva simili agli antichi druidi, rimarcando, agli occhi dei Celti, il carattere di sacralità di questi uomini.

Dopo aver trascorso molti anni nel monastero rivelò all’abate il desiderio di intraprendere la vita missionaria, formando assieme a lui un gruppo di giovani monaci che lo avrebbero accompagnano nella sua missione.

Inizia da qui, la peregrinatio pro Domino, partendo da pellegrino missionario per fondare altri nuclei religiosi e monasteri, evangelizzando e diffondendo la fede cristiana e la cultura.

Partì da Bangor verso il 590, all’età di 50 anni, imbarcandosi con 12 monaci suoi compagni e facendo un lungo cammino, per approdare in Gallia e fondare di continuo monasteri!

Come a Luxeuil-les-Bains, allora conosciuta come Luxovium, famosa come città romana dotata di un ricco castello e di terme di acque calde. Il castello venne trasformato nel nucleo centrale della grande Abbazia.

Qui in stretta osservanza di regole di penitenza e pratiche ascetiche, oltre che di intensi studi, i monasteri di Colombano entrarono in conflitto con l’episcopato francese, che non voleva vivere di penitenza! E allora lo attaccarono anche sul suo metodo di calcolare la Pasqua!

Nel 609 Colombano fu espulso da Luxeuil e fu messo in carcere a Besançon, da dove però, allentatasi la sorveglianza, riuscì a fuggire per tornare a Luxeuil. Nuovamente arrestato, nel 610 fu condotto in barca, lungo la Loira, verso Nantes, da dove avrebbe dovuto ritornare, per mare, verso l’Irlanda con i suoi dodici compagni.

Secondo la leggenda agiografica, durante il viaggio, giunti presso Tours, essendogli stato negato dai soldati il permesso di visitare la tomba di san Martino, il battello si diresse miracolosamente verso l’approdo, dove si incagliò e i soldati riuscirono a muoverlo di nuovo, solo dopo che gli fu concesso quanto desiderava.

A Nantes l’assoluta mancanza di vento impedì la partenza verso l’Irlanda e quando la scorta si fu miracolosamente addormentata, Colombano, sfuggì di nuovo alla sorveglianza.

Sfuggito al re burgundo, Colombano passò quindi in Neustria, verso Rouen, Soissons e Parigi, dove il santo e i suoi compagni e seguaci, come al solito, fondarono altri monasteri.

Colombano si spostò quindi nel 611 alla corte di Teodeberto II, re d’Austrasia, passando per le città di Coblenza, Magonza, Strasburgo, Basilea e Costanza.

Il re lo invitò ad evangelizzare le terre ancora pagane dei Sassoni e degli Alemanni, lungo il fiume Reno, e Colombano fondò un nuovo monastero a Bregenz, sulla riva del lago di Costanza, l’eremo di Sant’Aurelia.

Nel 612, Colombano decise di recarsi a Roma, per ottenere l’approvazione della propria regola da parte del papa Bonifacio IV. Lungo il cammino, il suo discepolo Gallo fu costretto a fermarsi, perché ammalato e fondò in quel luogo l’Abbazia di San Gallo.

Giunto a Milano, Colombano si pose sotto la protezione del re dei Longobardi, Agilulfo e della regina Teodolinda.

Da loro ottenne la possibilità di creare un nuovo centro di vita monastica. L’area si trovava nel cuore dell’Appennino in una zona fertile e molto produttiva. Nella zona si trovavano anche antiche terme e sorgenti, sia termali che saline da cui si traeva il sale. La scelta del luogo ne faceva un avamposto religioso e politico controllato dal regno longobardo verso le terre liguri, ancora bizantine.

Colombano giunse a Bobbio, zona celto-ligure, così vicina all’Irlanda e alle terre lucchesi e che più tardi controllerà un lungo tratto della Francigena, fino alla Cisa ed alla Lunigiana, detta “saltus Boielis” (Monte Penice) nell’autunno del 614, con il proprio discepolo Attala, riparò l’antica chiesa di San Pietro (situata dove ora è il castello malaspiniano) e vi costruì attorno delle strutture in legno, che costituirono il primo nucleo dell’abbazia di San Colombano.

Secondo la leggenda agiografica, nonostante la presenza di una fitta boscaglia, che ostacolava il trasporto dei materiali da costruzione, San Colombano avrebbe sollevato i tronchi come fuscelli, facendo il lavoro di trenta o quaranta uomini. La leggenda riferisce anche dell’episodio dell’orso e del bue, che fu in seguito numerose volte raffigurato nell’arte: un orso uscito dalla foresta avrebbe ucciso uno dei due buoi aggiogato all’aratro di un contadino, ma san Colombano avrebbe convinto l’orso a lasciarsi aggiogare all’aratro per terminare il lavoro al posto del bue ucciso!

Nella quaresima del 615, Colombano si ritirò nell’eremo di San Michele presso Coli, dove lo raggiungevano visite importanti come quella di Eustasio, suo successore a Luxeuil, inviato dal re Clotario II, il quale aveva nel frattempo riunito sotto il suo dominio i tre regni merovingi precedentemente esistenti e desiderava il suo ritorno in Francia.

Colombano morì a Bobbio, nell’abbazia che aveva fondato, all’età di 75 anni, la domenica 23 novembre del 615. Come secondo abate del monastero gli succedette Attala (615-627). La sua tomba si trova tuttora nella cripta dell’abbazia insieme a quelle degli abati suoi successori (Attala, Bertulfo, Bobuleno e Cumiano), e di altri diciotto monaci e di tre monache.

Nel panorama del monachesimo altomedioevale, l’abbazia di Bobbio acquisì un notevole rilievo, grazie non solo alla notevole dotazione patrimoniale, che ne fece un grande feudo monastico, e alla protezione regia e poi imperiale di cui godette fin dalla sua fondazione, ma anche e soprattutto per l’attività culturale che vi si svolgeva. Già nell’VIII secolo l’abbazia fu nota per l’attività del suo scriptorium e per la ricchezza della sua biblioteca.

Parte del teschio del Santo, che è nella teca del Busto argenteo di San Colombano, e gli utensili appartenuti al monaco irlandese (come la Tazza di San Colombano ed il Coltello di San Colombano) sono conservati nel Museo dell’Abbazia di San Colombano di Bobbio.

Se per l’abbazia de: “Il nome della rosa”, Umberto Eco ebbe in mente la Sacra di San Michele in provincia di Torino, per il centro del suo libro, le enormi, inaccessibili casseforti del sapere, le biblioteche dei monaci alto medioevali, Eco stesso ha dichiarato di aver pensare a due abbazie di San Colombano: San Gallo e Bobbio! famosa per il suo scriptorium, che al tempo del suo massimo splendore, conteneva più di 700 titoli, il maggiore centro di produzione libraria dell’Italia centro-settentrionale tra il VII e il IX secolo, quando descrive la sala di copiatura e trascrizione utilizzata dai monaci del suo romanzo.

 

 

Santa Felicita di Roma(ma nativa di Alife, secondo il Martirologio Beneventano del IX sec.) e i suoi sette Figli, denominati anche “Santi Sette Fratelli” (dalla pietà popolare detti pure Santi Sette Frati), sono venerati come martiri dalla Chiesa cattolica.

La loro memoria liturgica è il 23 novembre per Felicita e il 10 luglio per Felice, Filippo, Vitale, Marziale, Alessandro, Silano e Gennaro.

 

La Passio di Felicita, composta tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, narra che, ricca vedova romana, fu accusata di pratiche cristiane durante l’impero di Antonino Pio (tra il 138 e il 161 d.C.).

Dapprima fu interrogata da sola dal prefetto di Roma Publio, senza risultato.

Il giorno dopo Publio fece condurre davanti a lei i sette figli (Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale) che, a causa della loro fermezza nel rifiuto di rinnegare la fede, furono martirizzati uno alla volta, con diversi supplizi. Infine anche Felicita fu uccisa. Secondo vari studiosi, il racconto ha caratteristiche leggendarie ed è improntato alla vicenda biblica dei sette fratelli Maccabei. Gli ultimi studi, le testimonianze archeologiche, le omelie dei Papi e le traslazioni delle reliquie sembrano però, confermarne l’autenticità e la veridicità storica.

Il corpo della martire è attualmente custodito all’interno di un’urna, nella chiesa di Santa Maria della Pietà, nel quartiere della Kalsa a Palermo, in Sicilia.

 

Il culto e l’iconografia

 

Il culto di Felicita di Roma (di cui si fa memoria il 23 novembre e da non confondere con l’omonima martire compagna di Perpetua) e dei suoi sette figli (di cui si fa memoria il 10 luglio) è attestato fin dal IV secolo: Papa Bonifacio I (418 – 422) edificò una basilica sul sepolcro della santa, presso il cimitero di Massimo, sulla via Salaria, dove fu sepolto lui stesso. Si ha notizia che presso questo sepolcro si soffermò in preghiera san Gregorio Magno.

A Roma, Felicita era particolarmente venerata dalle donne che volevano avere figli, e in genere come protettrice delle donne romane: il titolo di Felicitas cultrix Romanarum risale al V secolo.

 

La venerazione in area beneventana, anch’essa molto antica, è legata alla traslazione di reliquie della santa a Benevento e dei Sette Fratelli ad Alife. Per quel che riguarda la traslazione dei corpi dei Sette Fratelli, potrebbe essere avvenuta nel V sec., a seguito di un editto dell’imperatore bizantino Leone I detto il Grande (457-474) il quale dispose che i corpi dei martiri disseminati nei vari cimiteri e catacombe di Roma, fossero estumulati e ricollocati sotto i pavimenti delle Chiese.

Ad Alife fu loro dedicata una chiesa, che risulta tra le più antiche della diocesi, costruita sulle rovine del tempio di Giove, fuori Porta Beneventana dove, ancora oggi, è rimasto il toponimo “Sette Frati” per indicare quel quartiere.

La chiesa alifana dei Santi Sette Fratelli era dotata di numerose rendite e possedimenti, come appare da molti documenti giunti fino a noi: essa aveva un soccorpo in cui vi erano sette nicchie scavate lungo le pareti in cui erano allocate le urne contenenti le spoglie dei Sette Fratelli, figli di Felicita, cittadina alifana. Grande venerazione ebbero questi santi dal popolo alifano, fino a quando, nell’anno 839, Sicardo, principe longobardo di Benevento, per la sua smania di collezionare reliquie di santi, giunto ad Alife con un nutrito esercito, le trafugò nottetempo e, con il pretesto che ad Alife i sepolcri dei sette martiri apparivano trascurati, le fece sistemare nel Duomo di Benevento, capitale del Principato, di cui la città di Alife, con la sua vasta contea, era un importante gastaldato.

Il vescovo Orso fa subito innalzare un altare in loro onore e lo benedice il 31 maggio 839, segno che la traslazione delle reliquie ai danni dei fedeli alifani era avvenuta prima.

Intanto, i corpi dei Sette Fratelli e di Felicita furono riposti sotto l’altare maggiore, dove sono rimasti per oltre undici secoli, tanto che se n’erano perse le tracce. Nel 1943, tra le macerie del Duomo di Benevento, distrutto durante la Seconda guerra mondiale, fu rinvenuta l’arca contenente le reliquie che, nel 1988, sono state ricomposte in un antico sarcofago in pietra che si può ammirare nella navata sinistra del Duomo, entrando dal portale d’ingresso.

 

Il culto di Felicita e suoi figli si è diffuso nel medioevo ad opera dei padri verginiani e benedettini. Altre reliquie si conservano nella cattedrale di Alife, dove nel X secolo furono traslate da Roma: lo attesta una passio dell’XI secolo custodita nella Biblioteca Capitolare di Benevento. Si conservano in questa diocesi i reliquiari lignei del XIX secolo dei figli e della Santa Martire.

 

Nella Basilica SS. Eusebio e F.lli Maccabei sono conservato le spoglie di San Gennarino uno dei sette fratelli.

 

L’iconografia più antica risale al V secolo: in un oratorio risalente a quel periodo, scoperto nel 1812 vicino alle Terme di Traiano, la santa è rappresentata in piedi contornata dai sette figli; in altri casi mostra un piatto o una spada con le loro teste mozzate, come nell’illustrazione che figura in questa pagina; altre volte è ritratta in trono, in posizione ieratica e solenne, sempre attorniata dai figli; più rara l’iconografia che la rappresenta come madre afflitta.

 

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