Il Santo del giorno, 22 Maggio: S. Rita da Cascia, la santa delle grazie impossibili! – Attone, vescovo di Pistoia

 

Possiamo ricorrere a tutti i santi! Per richiedere grazie ed aiuto: e non è debolezza umana! E’ essere umani come siamo!

Chi è ateo convinto, forse è intimamente convinto di essere un superman! Per coloro invece che sono sinceramente umili, ci sono anche i santi dei casi “disperati”, quelle grazie che sembrano impossibili!

S. Rita da Cascia (assieme a S. Filomena, S. Espedito, che addirittura risponde alle richieste entro la giornata! S. Giuda Taddeo e pochissimi altri, ma questi sono i maggiori): e a volte, ciò che pare impossibile…

 

di Daniele Vanni

 

 

Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, (assieme a S. Filomena) cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti. Forse è per questo, che il luogo dove nacque intorno al 1381, cioè a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia, è meta di continui pellegrinaggi.

Già quando i suoi anziani genitori, Antonio Lottius e Amata Ferri, l’aspettavano, si erano verificati prodigi. Altri, quando Rita (il diminutivo di Margherita) era piccola: uno sciame di api le cinse completamente la testa, ma senza pungerla. Passava in quel mentre un contadino che si era ferito gravemente alla mano con una falce e correva dal “medico” locale. Si fermò per scacciare quelle api dalla testa della bimba, ma via via che agitava la braccia, la ferita alla mano si risarciva finché scomparve!

I suoi, per sistemarla, combinarono il suo matrimonio già 13 anni e così Rita andò in sposa, ad un giovane violento, di cognome Mancini, che comandava una guarnigione locale di soldati.

Lei subì tante violenze, ma riuscì un poco ad ammansire il carattere del marito che le dette due figli. Ma certo le angherie che il soldato aveva commesso, non si perdonavano facilmente e, come spesso avveniva a quei tempi, una sera cadde vittima di un attentato.

I fratelli del marito, come sempre accadeva a quei tempi, misero in atto la vendetta familiare che avrebbe coinvolto anche i due figli di Rita: lei li affidò a Dio, che dopo un anno le volle a Sé per malattia!

Straziata dal dolore, si rivolse ad un convento di suore, che per tre volte la respinsero, per il timore di essere coinvolte nella faida!

Rita si recava ad uno “Scoglio” una specie di sperone di roccia a pregare in solitudine. Una volta che lei si trovava lassù sulle rocce a pregare così intensamente, le suore del convento, racchiuse dentro le loro spesse mura, se la videro apparire, come in una nuvola, attorniata da tre santi e finalmente l’accolsero!

Ma la vita per Rita non fu facile neanche al riparo del convento, perché la sua fu un’esistenza di estreme privazioni: si cibava così poco, che a volte, l’Eucarestia era il suo solo pasto! Malata e allettata, l’unica cosa che chiese fu una rosa del suo orto. Ma era pieno inverno! Andarono a controllare, perché ormai non si meravigliavano neppure più dei suoi prodigi e poterono cogliere e portarle una rosa sbocciata al suo solo desiderio! Del resto, una “spina” certo simbolica del male e del dolore del mondo, le si era “conficcata “ nella fronte come una stigmata. Così Rita è anche conosciuta come la Santa della Rosa e della Spina.

Quando chiuse gli occhi sulle fatiche del mondo, uno sciame di api nere venne al convento, dove sono ancora oggi! Senza fare miele.

Il corpo, che forse fu trattato con tecniche di allora di cui niente sappiamo, si è conservato in maniera straordinaria. Riuscendo indenne anche ad un incendio che invece distrusse la prima cassa di cipresso in cui Rita era stata deposta.

La fronte non ha più la “spina” che alla sua morte si era rimarginata.

 

 

 

22 maggio Sant_Attone-Atto-di_Pistoia

 

 

 

Attone, vescovo di Pistoia

 

Attone, vescovo di Pistoia (1070 – …)

 

Alcuni lo dicevano di origine iberica, forse perché portò a Pistoia, come reliquia, addirittura la testa del decapitato S. Jacopo da Compostela! Che certo convogliò nella città toscana, tantissimi pellegrini!

Così diventò, tanto venerato a Pistoia, da esserne patrono, con tanto di statua sul tetto del Duomo!

Altri, lo vogliono toscano, o di Pescia o della Val di Pesa.

Di certo era un grande studioso e scrittore, che entrato nell’Abbazia di Vallombrosa, nel Pratomagno, incastonato tra Valdarno e Casentino, ne divenne abate e a capo della Congregazione dei Vallombrosiani, che estese e rafforzò.

In questa veste, intervenne per conto del Papa, presso i Fiorentini, quando questi distrussero Fiesole e furono colpiti da censura ecclesiastica.

E successivamente, si adoperò in favore degli uomini di Serravalle, fatti prigionieri per una congiura contro Pisa.

E poi, fece da giudice, nella controversia fra il Vescovo di Lucca e quello di Pisa, per il controllo di Vada.

Umile, ma estremamente deciso, in linea con i Vallombrosiani, fu duro contro la simonia, contro la corruzione e la mondanità della Chiesa, equo verso i nobili pistoiesi, quanto nelle eterne controversie dei comuni e dei prelati italiani, impegnati a scannarsi eternamente tra di loro. Tanto bravo, che Attone ad un certo punto chiese al Papa di esonerarlo da questi continui incarichi, ma questi e i successori lo usarono ancora come mediatore autorevole. Per esempio per la città di Prato. Ma intercedva anche più in alto, perché fece cessare anche delle pestilenze che affliggevanola Toscana!

Edificando il nuovo battistero, nel 1337, fu scoperto il suo sepolcro, in cui era entrato com’era nato, perché aveva lasciato tutto ai poveri. Il suo corpo fu trovato intatto. Una seconda ricognizione nel 1953, stabilì che la morte lo aveva raggiunto verso gli ottanta anni, per cui essendo trapassato il 22 maggio 1153 (ma a Pistoia lo si celebra il 21 di giugno, dicendo che quella è la data della vera morte!), dovrebbe essere nato tra il 1070 ed il 1080.

 

Di ATTONE, santo, come detto, molto discussa è l’origine: la maggior parte dei biografi lo dice nato in Spagna, a Badajoz (addirittura portoghese), e pellegrino in Italia nei primi anni del secolo XII. Giunto a Vallombrosa durante il governo abazíale di s. Bernardo degli Uberti, sarebbe stato accolto nella Congregazione segnalandovisi ben presto per spirito di pietà e forza di carattere, tanto che alla morte del ven. Almario (o Ademaro) Alberti (dopo il 9 febbr. 1115 e prima della fine dell’anno 1125) venne chiamato a succedergli nella direzione del monastero di Vallombrosa e nel generalato della Congregazione.

Più facile, visto le conoscenze e i ruoli assegnatili, che fosse toscano: forse di Pescia o della Val di Pesa.

Lo stesso nome (usato da tantissimi altri vescovi, da Vercelli a quello dei Marsi, a Milano) lo fa sicuramente italiano. L’etimo deriva dal germanico (alcuni lo fanno vicino alla medesima parola sabina!) “atta” che vuol dire padre, da cui “attone” o “azzone”, nonno o avo o che dà una discendenza nobile, che nobilità.

La tradizione che lo vuole oriundo spagnolo non sembra però anteriore al secolo XVI, e trasse probabilmente motivo dai contatti che A. ebbe con Didaco, vescovo di Santiago de Compostela e dall’impulso da lui impresso al culto di s. Giacomo in Pistoia. L’italianità – se non la toscanità – di A. sembra piuttosto assicurata dal nome, prettamente italiano, dalla circostanza che difficilmente uno spagnolo sarebbe stato chiamato a capo della Congregazione vallombrosana, sorta da poco e retta fino allora da abati tutti toscani, e ancor meno a governare la diocesi di Pistoia, nonché dal fatto che per i suoi rapporti con l’arcivescovo di Compostela A. preferì valersi dei buoni uffici di Ranieri, chierico pistoiese divenuto canonico di Santiago, anziché rivolgersi direttamente a quel presule.

Del periodo in cui A. resse la Congregazione vallombrosana si hanno una sua supplica in forma di lettera al pontefice Onorio II, scritta alla fine del 1125 per impetrare il perdono in favore dei Fiorentini colpiti dalla censura ecclesiastica dopo la distruzione da loro perpetrata della rocca di Fiesole, e due documenti a lui indirizzati da Innocenzo II, rispettivamente del giugno 1130 e del 2 sett. 1133; gli si attribuisce anche la fondazione di nuovi monasteri, tra cui S. Maria di Vigesimo e S. Michele di Siena, entrambi sottoposti a Passignano.

Morto Ildebrando vescovo di Pistoia, anch’egli vallombrosano, A. fu eletto a succedergli nella diocesi: gli agiografi, che a più riprese ne lodano la modestia, parlano di un suo reiterato rifiuto, finché non si assoggettò al volere del pontefice: può darsi però che si tratti di una leggenda. Già il 21 dic. 1133 lo stesso papa confermava a lui i confini e i possessi dell’episcopato pistoiese e in pari data ingiungeva anche il clero di Prato di prestare obbedienza al nuovo vescovo.

L’attività pastorale di A. fu delle più intense ed energiche: combatté strenuamente la simonia e si schierò con decisione contro l’antipapa Anacleto II Una rapina sacrilega compiuta nel 1138 nella chiesa di S. Zenone lo accese di sdegno ed egli non esitò a colpire di scomunica i consoli della città, ispiratori dell’atto nefando, confortato dall’approvazione del pontefice. Nello stesso anno veniva delegato dal papa, insieme con altri vescovi, quale giudice nella vertenza tra il capitolo pisano e l’abate di S. Lussorio.

Tra il 1138 e il 1142 l’amarezza causatagli dalle continue controversie tra il clero di Prato e la pieve di S. Giusto lo indusse a chiedere a Innocenzo II di esonerarlo dal peso della cattedra episcopale, ma il papa, che ne aveva apprezzato le virtù, lo esortò a rimanere al suo posto e, ricevutolo in visita presso la Sede apostolica, gli dimostrò la propria solidarietà con un mandato ai Pistoiesi di prestare al loro vescovo onore ed affetto e con l’ingiunzione al clero di Prato di rendergli obbedienza. Uguale stima gli manifestò Celestino II, il quale tra l’altro lo nominava, nel 1143, delegato della Sede apostolica per dirimere una lite tra l’arcivescovo di Pisa e il vescovo di Lucca.

Nel 1144 A. ottenne dall’arcivescovo Didaco di Compostela, attraverso i buoni uffici del canonico Ranieri, già chierico di Pistoia e maestro nella scuola capitolare di Santiago de Compostela, la preziosa reliquia della testa di s. Giacomo il Maggiore: portata con venerazione dai pellegrini Mediovillano e Tebaldo, che lo stesso vescovo aveva inviato in Spagna, essa fu accolta solennemente e riposta nella cattedrale, dedicata a S. Zenone, dove fu subito eretta una sontuosa cappella, consacrata l’8 luglio 1145.

Da una lettera di Eugenio III del 22 nov. 1145 si apprende che a pochi mesi di distanza essa era già meta di numerosi pellegrinaggi; nella stessa data il pontefice concedeva ai visitatori sette giorni di indulgenza.

Come a Compostela abbiano deciso addirittura di privarsi del capo di S. Giacomo visto il Cammino percorso ogni ano da migliaia di pellegrini, è n vero mistero!

Certo è che Pistoia con questa reliquia, entra in concorrenza con il Volto Santo di Lucca.

Attone intervenne successivamente in favore degli uomini di Serravalle fatti prigionieri per la congiura contro Pisa; la pietà dei Pistoiesi attribuì anche all’intercessione del vescovo la salvezza da una pestilenza scoppiata nella regione intorno al 1150: a ricordo dell’evento venne edificata la chiesa di Maria S.ma delle Porrine.

Testimonianze della presenza di A. si hanno ancora il 25 nov. 1151, allorché consacrò un altare nel duomo di S. Zenone; il 16 febbr. 1153, quando conferì a Giovanni prete, pievano di S. Paolo, l’incarico di presenziare un atto di donazione fatto alla chiesa cattedrale; e il 24 apr. 1153, data in cui lo stesso vescovo locò un poderetto all’Ospedale di S. Giacomo.

Un documento pontificio di Anastasio IV in data 14 febbr. 1154 è indirizzato già al successore di A., il vescovo Traccia o Treccia; per cui si può senz’altro accettare la tradizione che ne fissa la morte al 22 maggio 1153 (la data del 1143, indicata per “lapsus” dal Rosati, fu poi meccanicamente ripetuta da altri autori).

Fu sepolto nella chiesa, oggi scomparsa, di S. Maria in Corte, senza che le sue spoglie fossero oggetto di venerazione particolare: ma il 25 genn. 1337, scavandosi le fondamenta del costruendo battistero, venne ritrovato il suo corpo intatto che fu solennemente traslato nella cattedrale (probabilmente il 22 giugno, poiché il ricordo più antico della commemorazione di A., documentato da aggiunte postume ad un calendario del secolo XI negli ultimi fogli di un codice miscellaneo della Biblioteca capitolare di Pistoia, si ha sotto questa data; nello stesso giorno si trova commemorato in messali vallombrosani del secolo XVI). Il 24 genn. 1605 Clemente VIII concedeva che se ne celebrasse il culto nella diocesi di Pistoia e presso la Congregazione vallombrosana con la Messa e l’Ufficio del comune dei confessori pontefici, fissandone la festa nel dies natalis (22 maggio). L’8 apr. 1614 Paolo V estese la medesima facoltà alla diocesi di Badajoz, mentre nel 1691 la Congregazione dei riti approvò la supplica del vescovo di Prato Leone Strozzi intesa a riconoscerne il culto anche nel territorio di sua giurisdizione.

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