Il Santo del giorno, 22 giugno: Tommaso Moro, politico autenticamente idealista e quindi: santo-martire!

 

Umanista, scrittore (è autore di Utopia) e politico cattolico inglese, fu Lord Cancelliere. E’ venerato come santo-martire. Cadde infatti, su ordine del re, il sanguinario Enrico VIII, che voleva sganciarsi da Roma per fare la sua riforma borghese dell’Inghilterra (la vicende delle mogli è solo una barzelletta ed un pretesto!) ed eliminare o almeno emarginare la classe aristocratica.

Cosa che in Europa avverrà molto dopo!

More non capì tutto questo e volle restare, fino alla morte, fedele all’antica religione!

Thomas More, latinizzato in Thomas Morus e poi italianizzato in Tommaso Moro (Londra, 7 febbraio 1478 – Londra, 6 luglio 1535), fu un umanista, scrittore e politico cattolico inglese; è venerato come santo martire.

Nel corso della sua vita si guadagnò fama a livello europeo e occupò numerose cariche pubbliche, compresa quella di Lord Cancelliere d’Inghilterra tra il 1529 e il 1532 sotto il re Enrico VIII.

Cattolico, il suo rifiuto di accettare l’Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il primato del Papa misero fine alla sua carriera politica e lo condussero alla pena capitale con l’accusa di tradimento.

Tommaso Moro coniò il termine “Utopia”, con cui battezzò un’immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, L’Utopia, appunto, l’isola felice che non esiste, pubblicata nel 1516.

Moro nacque a Londra, figlio di Sir Giovanni Moro, un avvocato di successo e giudice, la sua carriera forense è celebrata sebbene non sia sopravvissuta alcuna testimonianza dei casi di cui si occupò. Come studioso fu inizialmente un umanista nel senso più comune del termine. Fu grande amico di Erasmo da Rotterdam, che gli dedicò il suo Elogio della follia (la parola “follia” in greco si dice moria). In seguito, le relazioni tra i due si deteriorarono, poiché Moro fu impegnato nella difesa dell’ortodossia religiosa cattolica, mentre Erasmo denunciò apertamente quelli che a lui apparivano come errori della dottrina cattolica.

More entrò poi alla corte di Enrico VIII, come consigliere e segretario, contribuendo alla redazione de “La difesa dei sette sacramenti”, una polemica contro Lutero e la dottrina protestante e in difesa dell’istituzione del Papato che fece guadagnare al sovrano il titolo di Difensore della fede.

Moro fu un difensore strenuo ed eccezionalmente coerente del primato del Papato e della Chiesa cattolica, sia dal punto di vista dottrinale che del potere temporale. Il suo cancellierato si “distinse” anche per la sua costante caccia agli eretici, alle loro opere, e non pochi furono i riformisti portati al rogo come eretici.

Il cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York, non riuscì a ottenere il divorzio e l’annullamento che Enrico aveva cercato e fu costretto a dimettersi nel 1529. Moro venne nominato cancelliere al suo posto, tuttavia non solo non realizzò le richieste di Enrico su tale questione, ma vi si oppose!

La reazione di Enrico fu quella di mettersi a capo della Chiesa d’Inghilterra. Moro si dimise da cancelliere il 16 maggio 1532, piuttosto che servire il nuovo regime, ormai dichiaratamente anti-papale.

Ma cadde poco dopo, quando il Parlamento di Westminster votò una legge che riconosceva la legittimità di ogni figlio nato da Enrico e Anna Bolena, e ripudiava ogni autorità straniera, principe, o potentato, prevedendo un giuramento per coloro che rivestivano un incarico pubblico e che in qualche modo erano sospettati di non appoggiare il Re. Moro venne chiamato a prestare tale giuramento nell’aprile del 1535 e, a causa del suo rifiuto, fu imprigionato nella Torre di Londra.

Nella Torre di Londra egli continuò a scrivere. La sua scelta fu quella di mantenere il silenzio, comunemente interpretato come allo stesso tempo assenso e rifiuto di abiura.

Affrontò il processo ed il boia con estremo coraggio e dignità. La sua testa venne mostrata sul London Bridge per un mese, quindi recuperata (dietro pagamento di una tangente) da sua figlia, Margaret Roper.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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