Il Santo del giorno, 22 Dicembre: S.Francesca Saverio Cabrini, la Patrona degli Emigranti – Flaviano

 

Esile maestrina lombarda, la fede la trasformò in un potentissimo strumento a favore dell’educazione ed emancipazione femminile tra gli emigranti italiani in America

 

E un santo romano della Via Francigena! Flaviano

 

di Daniele Vanni

 

Flaviano(… – Montefiascone, 22 dicembre 361) è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la sua agiografia, fu martirizzato durante la persecuzione di Giuliano nel 361.

 

Agiografia

 

Sono pervenute notizie molto scarse su di lui e la sua esistenza è taciuta dai martiriologi più antichi.

Secondo la leggenda agiografica era un patrizio romano che rivestì la carica di prefetto di Roma al tempo degli imperatori Costantino II e Costanzo II, era marito di santa Dafrosa di Roma e padre di santa Bibiana e di santa Demetria.

 

La tradizione cristiana, non supportata da riscontri storici, vuole che quando divenne imperatore Giuliano, furono ripristinate le persecuzioni contro i cristiani e Flaviano fu costretto a lasciare la sua carica di prefetto, passandola nelle mani di un suo acerrimo rivale e acceso sostenitore del paganesimo, un tale Aproniano.

Sorpreso mentre seppelliva i martiri Prisco, Priscilliano e Benedetto, Flaviano venne bollato a fuoco sul volto con il marchio degli schiavi ed esiliato ad Aquas Taurinas (forse l’attuale Montefiascone) dove fu condannato a lavorare nelle terme, fu poi martirizzato il 22 dicembre 361.

 

Il fatto strano, davvero singolare, ma forse per noi che giochiamo tanto con i nomi! è che Montefiascone (nomen omen!) è celeberrimo per il vino!

EST EST EST!

 

Est! Est!! Est!!!di Montefiascone è un vino bianco italiano originario della Provincia di Viterbo, nell’Alto Lazio a Denominazione di Origine Controllata (DOC).

 

Il nome di questo vino deriva da una leggenda.

Nell’anno 1111 Enrico V di Germania stava raggiungendo Roma con il suo esercito per ricevere dal papa Pasquale II la corona di Imperatore del Sacro Romano Impero. Al suo seguito si trovava anche un vescovo, Johannes Defuk, intenditore di vini.

 

Per soddisfare questa sua passione alla scoperta di nuovi sapori, il vescovo mandava il suo coppiere Martino in avanscoperta, con l’incarico di precederlo lungo la via per Roma, per assaggiare e scegliere i vini migliori in ogni luogo in cui passavano. I due avevano concordato un segnale in codice: qualora Martino avesse trovato del buon vino in una locanda, avrebbe dovuto scrivere est, ovvero “c’è” vicino alla porta della locanda, e, se il vino era molto buono, avrebbe dovuto scrivere est est. Il servo, una volta giunto a Montefiascone e assaggiato il vino locale, non poté in altro modo comunicarne la qualità eccezionale.

Decise quindi di ripetere per tre volte il segnale convenuto e di rafforzare il messaggio con ben sei punti esclamativi: Est! Est!! Est!!!

Il vescovo, arrivato in paese, condivise il giudizio del suo coppiere e prolungò la sua permanenza a Montefiascone per tre giorni. Addirittura, al termine della missione imperiale vi tornò, fermandosi fino al giorno della sua morte (avvenuta, pare, per un eccesso di bevute). Venne sepolto nella chiesa di san Flaviano, dove ancora si può leggere, sulla lapide in peperino grigio, l’iscrizione: «Per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk». In riconoscenza dell’ospitalità ricevuta, il vescovo lasciò alla cittadinanza di Montefiascone un’eredità di 24.000 scudi, a condizione che ad ogni anniversario della sua morte una botticella di vino venisse versata sul sepolcro, tradizione che venne ripetuta per diversi secoli. Al vescovo è ancora dedicato un corteo storico con personaggi in costume d’epoca, che fanno rivivere questa leggenda.

Le reliquie di S. Flaviano sono custodite a Montefiascone: la testa, nella cattedrale in un artistico reliquario a busto, mentre frammenti del corpo in un’urna sotto l’altare maggiore dell’antichissima basilica a lui dedicata, che si trova alle pendici della città.

Culto

 

Le reliquie di San Flaviano dalla loro ubicazione originaria furono poste nella Chiesa di Santa Maria nel piccolo borgo sulla Cassia che di Flaviano prese il nome prima dell’837.

La denominazione di “Borgo di San Flaviano” diviene comune e così anche annotata nel suo Itinerario da Sigerico nel 990 come Sancte Flaviane, VII tappa del ritorno a Canterbury, fra la VI, Sancte Valentine (oggi Bulicame presso Viterbo) e l’VIII Sancta Cristina (oggi Bolsena). Siamo quindi all’ormai inflazionata: “Francigena”.

 

La vita del borgo si interruppe bruscamente nel 1187 quando le milizie di Federico Barbarossa lo distrussero, risparmiando solo la chiesa; conseguenza di ciò fu l’abbandono della zona fino al secondo Dopoguerra, la marginalizzazione della chiesa dalla vita sociale di Montefiascone (anche se non mancarono eventi storici all’interno della chiesa) e di San Flaviano dal patronato della città, soppiantato da Santa Margherita d’Antiochia, le cui reliquie erano state riesumate e condotte a Montefiascone nel 1185.

 

Il culto di san Flaviano oggi è considerato ufficialmente un culto locale della diocesi di Viterbo dove la memoria liturgica è fissata il 22 dicembre, quale dies natalis e il 26 aprile, data della consacrazione del suo tempio, in cui si celebrano anche i festeggiamenti civili in qualità di compatrono.

 

Iconografi

 

La figura di Flaviano è presente in quasi tutte le chiese di Montefiascone, principalmente abbigliato come un comandante militare romano, ma con delle variazioni.

La rappresentazione pittorica più antica è stata rinvenuta nella chiesa di Santa Maria di Castello, detta comunemente Madonna della neve, dove si conserva nella parete di sinistra un’absidiola con un affresco con la Madonna in trono col Bambino e i Santi Benedetto, Agostino, Francesco d’Assisi e san Flaviano, quest’ultimo con in mano il vessillo della vittoria (della risurrezione sulla morte).

 

Le successive raffigurazioni si trovano nella chiesa di San Flaviano, una nella prima campata di sinistra in un affresco di scuola giottesca, dove è rappresentato con il vessillo vittorioso, abbigliato con una corazza e con un mantello e un berretto medioevali; una seconda rappresentazione è posta nell’abside retrostante l’altare maggiore, opera di un modesto pittore forse quattrocentesco, che utilizzando più volte il medesimo cartone lo rappresenta a cavallo con armatura di foggia rinascimentale e vessillo simile ad un San Giorgio.

 

Da qui la rappresentazione guerriera prevarrà quasi ininterrottamente; una pala del Settecento voluta dal Cardinale Aldrovandi durante i suoi restauri del tempio, lo mostra prossimo al martirio ricevere a cavallo e in armatura romana palma e corona da un angelo; la coeva pala dell’altare di San Martino nella Cattedrale di Santa Margherita lo raffigura stagliato nel paesaggio montefiasconese (si vede la cupola della cattedrale stessa) in armatura romana e palma ai piedi della Vergine insieme a Santa Felicita e San Martino di Tours.

 

Sempre in Cattedrale altre tre raffigurazioni pittoriche: nel tamburo, il martirio con la marchiatura a fuoco ancora in abiti romani e sopra – nel corrispondente spicchio di cupola – la gloria celeste con la famiglia, ciascuno con la palma del proprio martirio, opere entrambe del pittore e scultore Luigi Fontana; infine un ovale nell’abside del presbiterio, opera di Pietro Gagliardi lo mostra con lo sguardo rivolto al cielo in contemplazione del mistero divino. Nella chiesa dei Cappuccini sulla strada Verentana è ritratto due volte in venerazione di Maria insieme a Santa Felicita e i suoi figli in veste di guerriero.

 

Due sole le rappresentazioni scultoree conosciute, distanti fra loro parecchi secoli, una prima lo ritrae a cavallo in un bassorilievo nel palazzo comunale e deve quindi risalire a quando era patrono di Montefiascone (quindi XII sec. circa); la seconda è una statua a tutto tondo posta sulla facciata della Cattedrale di Santa Margherita insieme alla santa stessa.

 

 

 

Santa Francesca Saverio Cabrini Vergine

 

Patrona degli Emigranti

 

 

Sant’Angelo Lodigiano, Lodi, 15 luglio 1850 – Chicago, Stati Uniti, 22 dicembre 1917

 

Una fragile, quanto straordinaria, maestrina di Sant’Angelo Lodigiano! Nata nella cittadina lombarda nel 1850, ultima di undici figli, e morta negli Stati Uniti, in terra di missione, a Chicago.

Orfana di padre e di madre, Francescaavrebbe voluto chiudersi in convento, ma non fu accettata a causa della sua malferma salute.

Prese allora l’incarico di accudire un orfanotrofio, affidatole dal parroco di Codogno.

La giovane, da poco diplomata maestra, fece molto di più: invogliò alcune compagne a unirsi a lei, costituendo il primo nucleo delle Suore Missionarie del Sacro Cuore, poste sotto la protezione di un intrepido missionario, san Francesco Saverio, di cui ella stessa, pronunciando i voti religiosi, assunse il nome.

Portò il suo carisma missionario negli Stati Uniti, tra gli italiani che vi avevano cercato fortuna. Per questo divenne la patrona dei migranti.

 

 

Etimologia: Francesca = libera, dall’antico tedesco

 

Emblema: Giglio

 

Tra il 1901 e il 1913, emigrarono in America ben quasi cinque milioni di italiani,di cui oltre tre milioni provenivano dal meridione.

Un vero morbo sociale, come lo hanno definito parecchi politici e sociologi.

Ispirandosi al grande San Francesco Saverio, sognava di salpare per la Cina, ma il Papa le indicò, quale luogo di missione, meno esotico, ma molto più concreto, l’America, dove migliaia e migliaia di emigranti italiani vivevano in drammatiche e disumane condizioni.

Anche lei, nella prima, delle sue decine e decine di traversate oceaniche, nel 1889, condivise i disagi e le incertezze dei nostri compatrioti.

Poi con straordinario coraggio, affrontò la metropoli di New York.

Partita dalla costa, penetrò all’interno del continente, conoscendo, benedicendo e convertendo anche tribù alle quali nessun bianco si era mai accostato. Imparò lo spagnolo e a cavalcare a dorso di mulo per superare i valichi più impervi.

Operò in altri 7 paesi con 80 istituti.

Costruì asili, scuole, convitti per studentesse, orfanotrofi, case di riposo per laiche e religiose, ospedali a New York e Chicago.

Nel 1909 prese la cittadinanza americana.

 

Aprì un collegio femminile a Granada (Minnesota).

Alla quale divenne addirittura una moda, un simbolo di superiorità, uno status symbol, per i potenti locali iscrivere le proprie figlie in età da marito, cattoliche e non, a quella scuola tenuta da religiose europee.

Per quanto riguarda la religione, Francesca Cabrini era tollerante: era pronta ad accogliere tutte le ragazze che le mandava Dio, anche se erano di un’altra fede. Non transigeva però, pena l’esclusione delle loro figlie dall’istituto, sul fatto che quei potenti legittimassero con il loro nome le ragazze frutto di unioni passeggere, oppure di relazioni con schiave o prostitute: “Non ci si libera di un essere umano dandolo in balia alle suore per lavarsi la coscienza!” tuonava, forse eccessivamente, non pensando ale tantissime così nate e venute al mondo e delle quali, nessuno, ma proprio nessuno! si occupava più!

 

La Compagnia femminile fondata dalla Cabrini, la congregazione cattolica delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, fu la prima sia ad affrontare l’impegno missionario (tradizionalmente prerogativa degli uomini), sia ad essere totalmente autonoma, ovvero non dipendente da un parallelo ramo maschile.

 

Le sue iniziative caritative, ben presto, si sviluppavano in opere di assistenza economicamente autosufficienti, grazie all’erogazione congiunta di servizi a pagamento. Le missionarie fornivano agli immigrati corsi di lingua, assistenza burocratica, corrispondenza con le famiglie di origine, raggiungendo anche i più emarginati sia logisticamente, sia perché infermi, istituzionalizzati o reclusi.

 

Nel 1890, quando a New Orleans il capo della polizia locale fu assassinato da ignoti, e la colpa ricadde, senza alcuna prova, sui Dagos, cioè gli italiani laceri, malnutriti, senza fissa dimora, la Cabrini si recò nella città due anni dopo, annunciando: “Gli italiani sono stati diffamati, al punto che la folla, aizzata da chi ne voleva l’espulsione, ne ha linciati a dozzine”. Prima di andarsene fece nascere dalle rovine un orfanotrofio e poi un ospedale.

 

La Cabrini fu viaggiatrice: ventotto traversate atlantiche e l’attraversamento delle Ande per raggiungere Buenos Aires partendo da Panamá.

 

Francesca Cabrini valorizzò la religiosità femminile in un modo considerato moderno, adatto ai tempi in cui visse, rispondente a problematiche ancora attuali, per via dell’evento migratorio.

Per le sue iniziative è ritenuta uno dei riferimenti del moderno servizio sociale.

Vide, nei principi della democrazia americana, una via d’integrazione e di avanzamento sociale per gli emigrati italiani. Promosse l’emancipazione delle capacità d’iniziativa femminile. Visse la sua devozione al Sacro Cuore interpretando il concetto di riparazione alle “offese fatte a Gesù”, come motivo d’impegno nelle opere caritatevoli.

 

 

La morte la colse in piena attività, durante l’ennesimo viaggio a Chicago, il 22 dicembre 1917.

Il suo corpo venne trionfalmente traslato a New York, presso la chiesa annessa alla “Mother Cabrini High School”, perché fosse vicino ai suoi “figli”.

Nei suoi quaderni di viaggio aveva scritto “Oggi è tempo che l’amore non sia nascosto, ma diventi operoso, vivo e vero”.

E’ stata la prima cittadina americana, ad essere proclamata santa.

 

 

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