Il Santo del giorno, 21 Febbraio: S. Pier Damiani

 

 

 

 

Il 21 febbraio è il 52º giorno del Calendario Gregoriano, mancano 313 giorni alla fine dell’anno (314 negli anni bisestili).

 

La religiosità cristiana ricorda:

 

 

Santa Eleonora di Provenza, regina d’Inghilterra

San Felice di Metz, vescovo

San Pier Damiani, vescovo e dottore della Chiesa

San Valerio del Bierzo, monaco ed eremita spagnolo del VII secolo

Beata Maria Enrichetta Dominici, vergine

Beato Natale Pinot, martire

Abbiamo scelto per Voi di raccontarVi la storia di:

San Pier Damiani

 Dante Alighieri, nella Divina Commedia, lui che si considera il massimo teologo, lo colloca nel settimo cielo del Paradiso, quello di Saturno, quello della meditazione e di coloro che si dettero alla vita contemplativa.

San Pier Damiani o Pier di Damiano o Pietro Damiani(Ravenna, 1007 – Faenza, 21 febbraio 1072) è stato un teologo, vescovo e cardinale italiano della Chiesa cattolica che lo venera come santo, proclamato dottore della Chiesanel 1828.

Fu grande riformatore e moralizzatore della Chiesa del suo tempo, autore di importanti scritti liturgici, teologici e morali. Fu uno dei migliori latinisti del suo tempo. Diceva di considerarsi Petrus ultimus monachorum servus (Pietro, ultimo servo dei monaci).

 

Piero Damiani nacque a Ravenna tra la fine del 1006 o più probabilmente l’inizio del 1007. La sua famiglia era probabilmente, o era stata, di illustri origini, ma quando Piero nacque non era più di condizione agiata. Aveva sei fratelli: il più grande era Damiano, che divenne arciprete e poi monaco. Piero era l’ultimo nato.

Rimase orfano di entrambi i genitori in giovanissima età. Fu allevato dapprima dalla sorella maggiore Rodelinda. Poi lo accolse in casa il fratello secondogenito, del quale non conosciamo il nome, che lo costrinse a durissimi servizi e lo maltrattò. Lasciò poi la casa del fratello malvagio e venne accolto dal fratello più grande Damiano, arciprete. Probabilmente per riconoscenza verso questo fratello Piero aggiungerà al suo nome “Damiani”, cioè “di Damiano”, che non va inteso dunque come patronimico.

Il fratello Damiano si occupò non solo del mantenimento, ma anche di fornire un’educazione al fratello Piero, cosa rara per quei tempi. Lo inviò a Faenza, a 15 anni, e Piero vi rimase per 4 anni, dal 1022 al 1025.

Terminati gli studi a Faenza, si spostò a Parma, inviato dal fratello o di sua iniziativa, per studiare le arti liberali, cioè quelle cosiddette del trivio e quadrivio. Rimase a Parma negli anni 1026-1032, cioè tra i 19-25 anni.

Terminati gli studi a Parma tornò a Ravenna dove intraprese la carriera di insegnante, che lo occupò probabilmente dal 1032 al 1035, cioè fino a circa 28 anni. Divenne un rinomato maestro di arti liberali, con molti allievi e acquisendo fama e una certa agiatezza economica.

Durante l’insegnamento maturò progressivamente l’idea di dedicarsi alla vita monacale. Mantenendo immutato lo stile di vita a stretto contatto con la società, cominciò a vivere interiormente come un monaco: sotto le vesti indossava il cilicio, digiunava, si prodigava in preghiere, veglie, digiuni, opere di carità.

 

Come egli stesso raccontò, un fatto preciso lo incoraggiò ad abbracciare la vita monastica vera e propria. Solitamente invitava a mensa alcuni poveri. Un giorno si trovò solo con un cieco e gli offrì del pane scuro, di qualità peggiore, tenendo per sé un pane bianco. Una lisca di pesce si conficcò nella sua gola, rischiando di soffocarlo. Interpretò l’incidente come una giusta punizione per il suo egoismo e prontamente offrì al cieco il pane migliore: immediatamente la lisca scivolò in gola lasciandolo indenne.

 

L’ingresso nella vita monastica avvenne quando conobbe a Ravenna due eremiti di Fonte Avellana, eremo nella Pentapoli bizantina fondato qualche decennio prima dal ravennate san Romualdo. Attratto dalla loro umile e composta modestia, li seguì nel loro eremo e vi si fece monaco. Era probabilmente l’anno 1035; Pier Damiani aveva compiuto 28 anni.

A Fonte Avellana, grazie al suo passato di maestro, gli venne chiesto di istruire i suoi fratelli in campo religioso ed esortarli alla vita monastica. Divenne ben presto anche magister dei novizi.

In seguito, probabilmente nel 1040, l’abate di Pomposa chiese al priore di Fonte Avellana di inviargli Pier Damiani come magister per istruire anche la sua comunità, probabilmente avendone già conosciuta la fama che lo circondava a Ravenna. Piero vi rimase circa due anni, tra il 1040 e il 1042.

Nel 1042, per ordine del suo priore di Fonte Avellana, passò da Pomposa al monastero di san Vincenzo al Furlo (presso Urbino), per riformarne la disciplina secondo la riforma romualdina. Qui scrisse la Vita Romaldi attingendo alle notizie dirette di chi aveva personalmente conosciuto il monaco anacoreta. Qui inoltre incontrò, e talvolta si scontrò, con alcuni potenti nobili del tempo, come il marchese Bonifacio di Toscana da Lucca o la dinastia dei Canossa.

A fine 1043, ritornò a Fonte Avellana, dove venne eletto dai suoi confratelli (circa venti monaci) come priore per 14 anni, fino al 1057.

Durante il suo priorato si adoperò nell’organizzazione e nella promozione della vita eremitica e di attuare gli ideali monastici nel suo monastero. Redasse una Regola in cui sottolineava fortemente il “rigore dell’eremo“: nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un’obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Pier Damiani qualificò la cella dell’eremo come «parlatorio dove Dio conversa con gli uomini».

Curò anche l’ampliamento e la ristrutturazione di edifici esistenti e ne costruì di nuovi. Curò in particolare la biblioteca dell’eremo.

Fondò, o comunque riorganizzò, all’interno della famiglia monastica di Fonte Avellana, diversi eremi e monasteri.

Intrattenne inoltre una notevole corrispondenza con i principali monasteri del centro Italia dell’epoca.

Oltre ad adoperarsi nell’ambito monastico, fu uno dei principali e zelanti attuatori della riforma gregoriana della Chiesa. Si recò in visita in molte diocesi

per esortare o rimproverare i vescovi. In alcuni casi fece pressione sul Papa per far rimuovere vescovi indegni o simoniaci (a Pesaro, Fano, Osimo e Città di Castello).

Nel 1046 assistette all’incoronazione dell’imperatore Enrico III a Roma ed entrò in contatto con l’ambiente di corte. I contatti avuti in seguito con la casa imperiale furono numerosi e cordiali; si recò più volte in Germania; l’imperatrice Agnese fu sua penitente.

Nel 1047 fu presente al sinodo romano, celebrato alla presenza dell’imperatore e presieduto dal Papa, per affrontare e risolvere il problema della simonia. Partecipò anche ai sinodi romani del 1049, 1050, 1051, 1053. Nel 1049 compose il Liber Gomorrhianus, trattante i peccati contro natura.

Col pontificato di papa Leone IX (1049-1054) si estese l’orizzonte d’azione riformatrice di Pier Damiani. La sua collaborazione proseguì con i successivi papati di Stefano IX, Niccolò II e Alessandro II.

Papa Stefano IX, nel 1057 o 1058, lo nominò cardinale e vescovo di Ostia, cioè uno dei sette cardinali vescovi suburbicari a più stretto contatto con il Papa. Stando ai suoi scritti, Pier Damiani non accolse la nomina con favore: si sentiva portato alla vita eremitica, implicante solitudine, silenzio, penitenza, preghiera. Si trasferì per obbedienza a Roma, a stretto contatto col Papa e con la corte pontificia, dove rivestì un ruolo di primissimo piano.

Nel novembre 1059 Papa Niccolò II inviò Pier Damiani a Milano, assieme ad Anselmo da Baggio, vescovo di Luccanonché futuro papa sotto il nome di Alessandro II. In quella città lo scandalo della compravendita delle cariche religiose (simonia) era sotto gli occhi di tutti. Il matrimonio dei sacerdoti era prassi corrente, come lo era il comportamento licenzioso di molti religiosi. Le riforme avviate dal papato trovarono nella chiesa ambrosiana una forte opposizione.

In controtendenza un gruppo di sacerdoti e diaconi, tra cui sant’Arialdo e i fratelli Landolfo ed Erlembaldo Cotta formarono nella città ambrosiana un movimento che gli oppositori soprannominarono Pataria, da patée che in dialetto milanese significa venditori di cianfrusaglie (sinonimo di “straccione”). Questo movimento si scagliava contro il concubinato del clero e contro il discredito che alcuni porporati gettavano sulla Chiesa – e non solo sulla Chiesa. I vescovi ambrosiani scomunicarono alcuni membri di questo movimento e provocarono l’intervento del papato per ristabilire l’ordine e l’obbedienza. Pier Damiani riunì tutto il clero in cattedrale e, richiamata l’autorità di Papa Niccolò, riuscì a strappare un accordo di accettazione del celibato del clero.

 

 

 

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