Il Santo del giorno, 18 Febbraio: il Beato Angelico, patrono degli artisti

 

di Daniele Vanni

 

Beato Giovanni da Fiesole(1395, Vicchio – 1455, Roma)

Frate domenicano

Santuario principale:     Santa Maria sopra Minerva

Ricorrenza:18 febbraio

Patrono degli artisti

 

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro(Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra’ Angelico, fu un religioso e grande pittore italiano.

Fu effettivamente beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1982, anche se già dopo la sua morte era stato chiamato Beato Angelico sia per l’emozionante religiosità di tutte le sue opere che per le sue personali doti di umanità e umiltà. Fu il Vasari, nelle Vite ad aggiungere al suo nome l’aggettivo “Angelico”, usato in precedenza da fra Domenico da Corella e da Cristoforo Landino.

Frate domenicano, cercò di saldare i nuovi principi rinascimentali, come la costruzione prospettica e l’attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell’arte e il valore mistico della luce.

 

Formazione come miniatore

 

Particolare dalla Pala di Fiesole (1424-1425 circa), Fiesole, Chiesa di San Domenico. L’opera è considerata la prima conosciuta dell’Angelico.

Guido di Pietro nacque nella cittadina di Vicchio nel Mugello, nel 1395 circa.Scarse sono le notizie pervenuteci sulla sua famiglia: sappiamo che il padre, di nome Pietro, era figlio di un certo Gino, mentre il fratello Benedetto, di poco più piccolo dell’artista, lo aveva imitato nella scelta di farsi frate. La sua educazione artistica si svolse nella Firenze di Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina: dal primo riprese sia l’uso di colori accesi e innaturali, sia l’uso di una luce fortissima che annulla le ombre e partecipa al misticismo della scena sacra, tutti temi che ritroviamo nella sua produzione miniaturistica e nelle sue prime tavole.

La miniatura dei manoscritti era una disciplina rigorosa che servì molto al Beato Angelico nelle sue opere più tarde. Con tale attività compose su scala anche minuscola figure di uno stile perfetto ed ineccepibile, spesso con costosi pigmenti, come il blu di lapislazzuli e l’oro in foglia, dosati con estrema cura poiché ogni contratto specificava la quantità da utilizzare. Nel gennaio e nel febbraio del 1418 è ricordato in documenti come “Guido di Pietro dipintore”.

Nel 1418, poco prima di prendere i voti nel convento di San Domenico a Fiesole, realizzò una pala d’altare per la cappella Gherardini in Santo Stefano a Firenze (perduta), nell’ambito di un progetto decorativo affidato ad Ambrogio di Baldese, forse maestro dell’Angelico. Entrò quindi a far parte dei Domenicani osservanti, una corrente minoritaria formatisi all’interno dell’ordine domenicano, in cui si osservava la regola originale di san Domenico, che richiedeva assoluta povertà e ascetismo. Non si conosce la data esatta in cui prese i voti, ma si può collocare tra il 1418 e il 1421, poiché ai novizi non era consentito dipingere il primo anno e il successivo documento di una sua opera è appunto del 1423.

In quell’anno dipinse una croce per l’Ospedale di Santa Maria Nuova, e viene indicato dai documenti come “frate Giovanni de’ frati di San Domenico di Fiesole”, quindi già ordinato religioso. Del 1424 è un San Girolamo (Princeton) di impostazione masaccesca. L’ordinazione sacerdotale risale invece all’intervallo 1427-1429.

Al 1428-1429 risale il Trittico di san Pietro martire, commissionato dalle suore di San Pietro Martire di Firenze. In queste opere l’Angelico mostra di conoscere ed apprezzare sia le novità di Gentile da Fabriano che di Masaccio e tra i due tenta una sorta di conciliazione, abbracciando il secondo in maniera gradualmente maggiore nel corso degli anni, ma sviluppa anche presto, a partire dagli anni trenta, uno stile personale. Se fra’ Giovanni mostra un fascino innegabile verso l’ornato, il dettaglio prezioso, le figure eleganti ed allungate (come nell’arte tardogotica), dall’altro è interessato a collocarle in uno spazio realistico, regolato dalle leggi della prospettiva, e a dare loro un volume corporeo percettibile e saldo. Già nel trittico di San Pietro Martire le vesti dei santi sono pesanti e con pieghe che scendono rettilinee, i colori accesi e luminosi, proprio come nelle miniature e lo spazio è profondo e misurabile, come suggerisce la disposizione dei piedi dei santi a semicerchio.

Tra le altre opere attribuite a questo periodo ci sono una Madonna col Bambino nel Museo di San Marco e una Madonna col Bambino e dodici angeli nello Staedelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno.

 

A San Domenico di Fiesole (1429-1440)

Entro il 1429 l’Angelico si trovava nel convento di San Domenico a Fiesole, dove il 22 ottobre venne registrato come “frate Johannes petri de Muscello” in una riunione del capitolo. Figurò inoltre in altre riunioni capitolari nel gennaio 1431, nel dicembre 1432, nel gennaio 1433 (come vicario al posto del priore assente) e nel gennaio 1435. Inoltre è documentato il 14 gennaio 1434 in un incarico secolare, come giudice per una stima, assieme al pittore Rossello di Jacopo Franchi, del dipinto di Bicci di Lorenzo e Stefano d’Antonio per San Niccolò Oltrarno; per decidere il compenso da dare agli artisti si ricorreva infatti spesso a perizie di altri affermati pittori.

Riguardo alla produzione artistica, tra gli anni venti e gli anni trenta del Quattrocento si dedicò ad alcune grandi pale per la chiesa di San Domenico, che gli valsero una notevole fama e spinsero altri istituti religiosi a commissionargli repliche e varianti.

Tra il 1424-1425 circa eseguì la prima delle tre tavole per gli altari della chiesa di San Domenico: la cosiddetta Pala di Fiesole (opera rimaneggiata da Lorenzo di Credi nel 1501, che rifece lo sfondo) tra le prime opere certe dell’artista. Si tratta di una pala molto originale, dove sono ormai assenti le divisioni dei santi entro gli scomparti di un polittico, anche se dovevano essere presenti delle cuspidi rimosse poi nel restauro cinquecentesco.

 

Annunciazione, Madrid, Museo del Prado

 

All’inizio degli anni Trenta si dedicò alle famose annunciazioni su tavola. La prima fu forse l’Annunciazione del Prado, destinata a San Domenico di Fiesole. La pala ha un’impostazione transitoria tra il tardo gotico e il Rinascimento, ma è soprattutto nelle cinque storie della Vergine nella predella che il pittore operò con maggiore libertà e inventiva. Quest’opera, che risente fortemente delle novità masaccesche, presenta per la prima volta il particolare uso della luce diafana, che avvolge la composizione, esaltando i colori e le masse plastiche delle figure in modo da unificare l’immagine e che divenne una delle caratteristiche più evidenti del suo stile. L’Annunciazione, in cui l’arcangelo Gabriele preannuncia alla Vergine Maria che sarebbe diventata la madre di Cristo, era un tema sentito nella pittura fiorentina. Il Beato Angelico contribuì molto a coltivare questa tradizione, adottando disegni moderni e rettangolari e composizioni unificate, con la Vergine seduta in un’aperta loggia colonnata all’interno di un giardino recintato. Nella stessa opera, in secondo piano, appaiono le figure di Adamo ed Eva, a simboleggiare i primi peccatori a redenzione dei quali Dio si è fatto uomo, ma anche a sottolineare che Maria, assentendo all’Ave dell’angelo, trasforma il nome di “Eva” (Eva/Ave): Maria, dunque, è la nuova Madre dell’umanità.

A questa opera seguirono (o precedettero) due altre grandi pale: l’Annunciazione di San Giovanni Valdarno e l’Annunciazione di Cortona.

Tra il 1431 e il 1433 eseguì il Giudizio universale, un grande pannello destinato a decorare la cimasa di un seggio. L’opera, legata stilisticamente ai modi di Lorenzo Monaco, presenta una scansione dei piani che dimostra un precoce interesse per un’impostazione prospettica dello spazio. Agli stessi anni risale forse la Deposizione, dipinta per Palla Strozzi per la Sagrestia di Santa Trinita e il piccolo pannello con l’Imposizione del nome al Battista, dove si notano già le caratteristiche della maturità dell’artista: figure dolci, tratto morbido, colori brillanti e accordate delicatamente, costruzione prospettica rigorosa.

Le opere di questo periodo sono spesso esercitazioni sul tema della luce, come l’abbagliante Incoronazione della Vergine agli Uffizi o quella del Louvre, databili rispettivamente al 1432 circa e al 1434-1435. L’Incoronazione del Louvre fu la terza e ultima tavola per gli altari della chiesa di San Domenico a Fiesole, e uin essa la luce costruisce le forme e le indaga in ogni minimo dettaglio.

Nel luglio 1433, l’Arte dei Lanaioli di Firenze commissionò all’Angelico la realizzazione di un Tabernacolo.

Nel 1438 l’Angelico venne coinvolto nei fatti legati al trasferimento da San Domenico di Fiesole a San Marco di Firenze. Per Cosimo de’ Medici, nel 1439-1440, andò a Cortona per donare ai confratelli del locale convento domenicano la vecchia pala d’altare di San Marco, opera tardogotica di Lorenzo di Niccolò. Nella cittadina l’Angelico aveva già lasciato due opere e in quell’occasione affrescò una lunetta sul portale della chiesa del convento con la Madonna col Bambino e i santi Domenico e Pietro Martire.

Probabilmente Angelico mantenne il suo laboratorio di San Domenico fino a buona parte del 1440, quando già aveva avviato e portato a buon punto la Pala di San Marco.

 

A San Marco di Firenze (1440-1445)

 Crocefissione del chiostro di San Marco

Trasfigurazione, San Marco

L’Angelico fu protagonista di quell’irripetibile stagione artistica che, sotto il patronato dei Medici, ebbe il culmine nel 1439 con il Concilio di Firenze e che vide grandi opere pubbliche tra cui lo stesso convento di San Marco.

Alcuni frati di San Domenico di Fiesole nel 1435 presero sede a Firenze, a San Giorgio alla Costa e un anno dopo, nel gennaio 1436, ebbero la sede di San Marco, dopo aver risolto un conteso coi monaci Silvestrini sugli stessi ambienti. Qui nel 1438 Michelozzo, su incarico di Cosimo de’ Medici iniziò la costruzione di un nuovo convento, all’avanguardia sia dal punto di vista funzionale che architettonico. L’Angelico non seguì i compagni né a San Giorgio alla Costa né a San Marco, poiché era vicario a Fiesole. Verso il 1440 Cosimo il Vecchio gli dovette però affidare la direzione della decorazione pittorica del convento e la prima prova documentaria della presenza del pittore in San Marco risale al 22 agosto 1441.

Tra le tracce documentarie dell’Angelico a San Marco ci sono la partecipazione in Capitolo nell’agosto 1442 e nel luglio 1445, quando firmò con altri l’atto di separazione della comunità fiorentina da quella fiesolana di origine. Nel 1443 fu “sindicho” del convento, una funzione di controllo amministrativo.

L’intervento decorativo a San Marco fu deciso con l’assitenza di Michelozzo, che lasciò ampie pareti bianche da decorare, e fu un lavoro organico, che interessò tutti gli ambienti pubblici e privati del cenobio: dalla chiesa (la pala di San Marco sull’altare maggiore) al chiostro (quattro lunette e una Crocifissione), dal refettorio (Crocifissione distrutta nel 1554) alla sala capitolare (Crocifissione con i santi), dai corridoi (Annunciazione, Crocifissione con san Domenico e Madonna delle Ombre) fino alle singole celle. Alla fine il risultato fu la più estesa decorazione pittorica mai immaginata fino ad allora per un convento.

La decorazione prevedeva in ogni cella dei frati un affresco con un episodio tratto dal Nuovo Testamento o una Crocifissione dove la presenza di san Domenico indicava ai frati l’esempio da seguire e le virtù da coltivare (prostrazione, compassione, preghiera, meditazione, ecc.).

Molto si è scritto circa l’autografia dell’Angelico per un complesso di decorazioni di così ampia portata, realizzato in tempi relativamente brevi. Gli affreschi del piano terra vengono concordamente attribuiti all’Angelico, in toto o in parte. Più incerta e discussa è l’attribuzione dei quarantatré affreschi delle celle e dei tre dei corridoio del primo piano. Se i contemporanei come Giuliano Lapaccini attribuiscono tutti gli affreschi all’Angelico, oggi, per un mero calcolo pratico del tempo necessario a un individuo per portare a termine un’opera del genere e per studi stilistici che evidenziano tre o quattro mani diverse, si tende a attribuire all’Angelico l’intera sovrintendenza della decorazione ma l’autografia di solo un ristretto numero di affreschi, mentre gli altri vennero dipinti su suo cartone o nel suo stile da allievi, tra cui Benozzo Gozzoli.

Gli affreschi di San Marco non furono solo una pietra miliare dell’arte rinascimentale, ma sono anche i più famosi ed amati del Beato Angelico.

 

A Roma (1445-1449) e Orvieto (estate 1447)

 l’Angelico venne convocato a Roma da papa Eugenio IV, che aveva vissuto ben nove anni a Firenze ed aveva avuto sicuramente modo di apprezzare la sua opera, anche perché aveva soggiornato in San Marco. Quell’anno la sede dell’arcidiocesi di Firenze divenne vacante e pare che, secondo voci insistenti, proprio all’Angelico fu offerto il pallio, il quale declinò offrendo un giudizio al papa circa la nomina invece di Antonino Pierozzi (gennaio 1446). Chiaro è il fatto che l’Angelico fosse intellettualmente stimato abbastanza da poter offrire consigli su una nomina al papa, come affermarono anche sei testimoni in occasione del processo di canonizzazione di Antonino, o addirittura da poter amministrare un’arcidiocesi.

L’Angelico stette a Roma per tutto il 1446 e il 1447, e risiedette nel convento di Santa Maria sopra Minerva. A San Pietro l’Angelico avrebbe dipinto gli affreschi nell’abside della basilica e una cappella “parva” con Storie di Cristo, distrutti all’epoca di Giulio II. In quest’ultima cappella sappiamo che la decorazione doveva avere un carattere specialmente “umanistico”, con una serie di ritratti di uomini illustri citati da Vasari e gli affreschi della Cappella Niccolina. Si tratta di tre pareti con le Storie dei protomartiri Stefano e Lorenzo, della volta con Evangelisti e di otto figure a grandezza naturale con Padri della Chiesa sui lati, che vennero dipinti con il ricorso di vari aiuti, tra cui spiccava già la figura di Benozzo Gozzoli.

L’11 maggio 1447 l’Angelico e il suo gruppo, con il consenso del papa, andarono ad Orvieto per trascorrere i mesi estivi e lavorare nella volta della Cappella di San Brizio nella cattedrale, dove il gruppo restò fino alla metà di settembre e dipinse due pennacchi con Cristo Giudice e Profeti. La velocità con cui vennero dipinte le vele testimonia l’ampio ricorso agli aiuti.

Tornato l’Angelico a Roma, completò la Cappella Niccolina entro il 1448. Il 1º gennaio 1449 era già impegnato in un altro appartamento del Vaticano, con la decorazione dello studio-biblioteca di Niccolò V, forse adiacente alla cappella Niccolina.. Nel giugno 1449 la decorazione doveva essere già a buon punto, poiché il principale assistente del maestro, il Gozzoli, ritornò ad Orvieto; entro la fine dell’anno o i primi mesi del 1450 la decorazione doveva essere terminata e l’Angelico tornò a Firenze.

 

Il rientro in Toscana (1450-1453/54)

Entro il 10 giugno 1450 l’Angelico era tornato in Toscana, dove venne nominato, in quella data, priore di San Domenico di Fiesoleprendendo il posto del fratello defunto.

Per gli anni successivi la documentazione è inesistente o scarsa.

Il 2 dicembre 1454 venne richiesto per una stima degli affreschi nel Palazzo dei Priori a Perugia assieme a Filippo Lippi e Domenico Veneziano, i tre pittori fiorentini maggiormente ammirati dell’epoca.

L’ultima opera dell’Angelico è in genere indicata nel tondo con l’Adorazione dei Magi, avviato forse nel 1455 e completato in seguito da Filippo Lippi.

 

La morte a Roma (1455)

 

La tomba dell’Angelico in Santa Maria sopra Minerva a Roma

Si pensa che nel 1453 o nel 1454 l’Angelico tornò a Roma, per realizzare probabilmente un’altra commissione papale della quale non si ha notizia certa. Morì a Roma nel febbraio del 1455, poche settimane prima della scomparsa del suo patrono Niccolò V. Venne sepolto nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva, ricca di testimonianze di personaggi fiorentini anche in seguito.

La sua lastra tombale è ancora oggi visibile, vicino all’altare maggiore. Vennero scritti due epitaffi, verosimilmente da Lorenzo Valla. Il primo, perduto, si doveva trovare su una lapide alla parete e recitava:

Già pochi anni dopo la morte l’Angelico figura come Angelicus pictor […] Johannes nomine, non Jotto, non Cimabove minor nel De Vita et Obitu B. Mariae del domenicano Domenico da Corella. Poco dopo venne citato con Pisanello, Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Pesellino e Domenico Veneziano in un famoso poema di Giovanni Santi. Con l’avvento di Savonarola l’arte venne usata come mezzo di propaganda spirituale e la figura dell’Angelico, artista e frate, venne presa a modello dai seguaci del frate ferrarese. Di questa lettura, che presupponeva la superiorità artistica dell’Angelico dovuta alla sua superiorità come uomo religioso si ha eco già nel primo racconto della vita dell’artista, pubblicato in un volume di eulogie domenicane di Leandro Alberti del 1517. Da quest’opera Vasari attinse il materiale per la biografia per Le Vite del 1550, integrata con i racconti dell’ottantenne Fra Eustachio che gli trasmise varie leggende legate agli artisti di San Marco.

I domenicani decisero di chiedere formalmente alla Santa Sede la beatificazione dell’Angelico nel capitolo generale di Viterbo del 1904. Nel 1955, in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte, la sua salma fu esumata e si procedette alla ricognizione canonica delle reliquie. Con il motu proprio Qui res Christi gerit del 3 ottobre 1982, papa Giovanni Paolo II ha concesso per indulto all’ordine domenicano la celebrazione della messa e dell’ufficio in onore dell’Angelico[4] e sabato 18 febbraio 1984, in Santa Maria sopra Minerva, il beato è stato proclamato patrono presso Dio degli artisti, specialmente dei pittori.

 

 

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