Antonio abate, Sant’ Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto, sant’Antonio l’Anacoreta (Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.

A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria.

La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357 circa, opera agiografica scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l’Arianesimo. L’opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all’affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sancti Pauli primi eremitae scritta da san Girolamo negli anni 375-377. Vi si narra l’incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l’episodio del corvo che porta loro un pane, affinché si sfamino, sino alla sepoltura del vecchissimo Paolo ad opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

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Antonio nacque a Coma in Egitto (l’odierna Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella ad una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l’intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un’attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.

In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, “guarigioni” e “liberazioni dal demonio”.

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale. Antonio contribuì all’espansione dell’anacoretismo in contrapposizione al cenobitismo.

Ilarione (291-371) visitò nel 307 Antonio, per avere consigli su come fondare una comunità monastica a Majuma, città marittima vicino a Gaza dove venne costruito il primo monastero della cristianità in Palestina.

Nel 311, durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati. Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quell’occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all’imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti. Tornata la pace, Antonio, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l’Arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

Le reliquie

La storia della traslazione delle reliquie di sant’Antonio in Occidente si basa principalmente sulla ricostruzione elaborata nel XVI secolo da Aymar Falco, storico ufficiale dell’Ordine dei Canonici Antoniani.

Dopo il ritrovamento del luogo di sepoltura nel deserto egiziano, le reliquie sarebbero state prima traslate, nella città di Alessandria, nella metà del VI secolo – così come espresso da numerosi martirologi medievali che datano la traslazione al tempo di Giustiniano (527-565) –, poi, a seguito dell’occupazione araba dell’Egitto, sarebbero state portate a Costantinopoli attorno al 670. Successivamente, nell’XI secolo, il nobile francese Jaucelin, signore di Châteauneuf, nella diocesi di Vienne, le ottenne in dono dall’imperatore di Costantinopoli e le portò in Francia nel Delfinato.

Qui il nobile Guigues de Didier fece poi costruire, nel villaggio di La Motte (in seguito Saint-Antoine), una chiesa che accolse le reliquie poste sotto la tutela del priorato benedettino che faceva capo all’abbazia di Montmajour (vicino ad Arles).

Nello stesso luogo si originò il primo nucleo di quello che poi divenne l’Ordine dei Canonici Ospedalieri Antoniani la cui vocazione originaria era quella dell’accoglienza dei malati di fuoco di sant’Antonio. L’afflusso di denaro proveniente dalla questua fece nascere forti contrasti tra il priorato e gli Ospedalieri. I primi furono costretti così ad andarsene per poi iniziare a sostenere, a partire dal XV secolo, di essere i veri possessori delle reliquie, sottratte durante la fuga agli antoniani, e quindi solennemente riposte ad Arles nella chiesa di Saint-Julien, di loro proprietà. Si creò quindi uno sdoppiamento del corpo del santo.

La tradizione che si riferisce alla traslazione delle reliquie di Antonio è in realtà molto complessa e le testimonianze più antiche identificano Jocelino come nipote di Guglielmo, colui che, parente di Carlomagno, dopo essere stato al suo fianco in diverse battaglie, si era ritirato a vita monastica e aveva fondato il monastero di Gellone (oggi Saint-Guilhelm-le-Désert).

Inoltre, se a partire dall’XI secolo inizia a svilupparsi il culto taumaturgico nella città di Saint-Antoine, attorno alle spoglie di Antonio, nello stesso periodo si origina la tradizione che narra della presenza di un altro corpo del santo all’interno dell’abbazia di Lézat (Lézat-sur-Léze). Quindi i corpi di Antonio, in Occidente, diventano tre, e tali rimarranno fino al XVIII secolo.

Per la prima volta nella storia, nel gennaio 2006, in occasione del Giubileo antoniano, le reliquie di sant’Antonio abate hanno lasciato la città di Arles (Francia) e sono state accolte sull’Isola d’Ischia. Poi hanno visitato, nel 2012, Gubbio e, due anni dopo, Sutri (VT)

Iconografia

La popolarità della vita del santo – esempio preclaro degli ideali della vita monastica – spiega il posto centrale che la sua raffigurazione ha costantemente avuto nell’arte sacra.

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A causa della diffusissima venerazione, troviamo immagini del santo, solitamente raffigurato come un anziano monaco dalla lunga barba bianca, nei codici miniati, nei capitelli, nelle vetrate (come in quelle del coro della cattedrale di Chartres), nelle sculture lignee destinate agli altari ed alle cappelle, negli affreschi, nelle tavole e nelle pale poste nei luoghi di culto. Con l’avvento della stampa la sua immagine comparve anche in molte incisioni che i devoti appendono nelle loro case così come nelle loro stalle.

Nel periodo medievale, il culto di Sant’Antonio fu reso popolare soprattutto per opera dell’ordine degli Ospedalieri Antoniani, che ne consacrarono altresì la iconografia: essa ritrae il santo ormai avanti negli anni, mentre incede scuotendo un campanello (come facevano appunto gli Antoniani), in compagnia di un maiale (animale dal quale essi ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe). Il bastone da pellegrino termina spesso (come nel dipinto di Matthias Grünewald per l’altare di Isenheim) con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio). Tra gli insediamenti degli Ospedalieri è famoso quello di Issenheim (Alto Reno), mentre in Italia deve essere ricordata almeno la precettoria di Sant’Antonio in Ranverso (vicino a Torino) ove si conservano affreschi con le storie del santo dipinte da Giacomo Jaquerio (circa 1426).

Grande popolarità ebbero anche le scene di incontro tra Sant’Antonio e San Paolo eremita, narrate da San Girolamo. Nel Camposanto di Pisa il pittore fiorentino Buonamico Buffalmacco affrescò (circa 1336) – con un linguaggio pittorico popolare ed ironico alquanto dissacrante – scene di vita che hanno per protagonisti i due grandi eremiti ambientate nel paesaggio roccioso della Tebaide.

Il tema dell’incontro dei due santi eremiti venne ripreso innumerevoli volte: citiamo la tavola del Sassetta alla National Gallery of Art di Washington (circa 1440), la tela di Gerolamo Savoldo alla Gallerie dell’Accademia in Venezia (circa 1510) e quella di Diego Velázquez (circa 1635) al Museo del Prado.

Ma l’abate Antonio, per la storia dell’arte, è soprattutto il santo delle tentazioni demoniache: sia che esse assumano l’aspetto dell’oro, oppure l’aspetto delle lusinghe muliebri come avviene nella tavola centrale del celebre trittico delle tentazioni di Hieronymus Bosch al Museo nazionale dell’Arte antica di Lisbona, oppure ancora quello della lotta, contro inquietanti demoni.

Attributi iconografici

Croce a Τ (tau), spesso di colore rosso, sulle vesti o all’apice del bastone.

Bastone (spesso a forma di tau, la lettera ‘t’ dell’alfabeto greco), se raffigurato in abiti monacali, spesso con una campanella.

Pastorale, se raffigurato in abiti da abate, talora con un campanello.

Maiale, ai piedi (talora altri animali, come il cinghiale).

Campanella, in mano o legata al bastone, talora più di una.

Mitria, se raffigurato in abiti abbaziali, sulla testa, ai piedi o sorretta da angeli.

Libro delle sacre scritture, in mano, generalmente aperto[6] (talvolta ai piedi o sostenuto da angeli).

Fuoco, sul libro o ai piedi (richiama la protezione del santo sui malati del fuoco di Sant’Antonio).

Serpente, schiacciato dal piede.

Corona del Rosario, in mano o pendente dal bastone.

Aquila, ai piedi.

Culto e Patronati

Sant’Antonio fu presto invocato in Occidente come patrono dei macellai e salumai, dei contadini e degli allevatori e come protettore degli animali domestici; fu reputato essere potente taumaturgo capace di guarire malattie terribili.

Gli animali domestici

Sant’Antonio è considerato anche il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella. Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo.

La tradizione di benedire gli animali (in particolare i maiali) non è legata direttamente a sant’Antonio: nasce nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all’ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di sant’Antonio.

A partire dall’XI secolo gli abitanti delle città si lamentavano della presenza di maiali che pascolavano liberamente nelle vie e i Comuni s’incaricarono allora di vietarne la circolazione, ma fatta sempre salva l’integrità fisica dei suini «di proprietà degli Antoniani, che ne ricavavano cibo per i malati (si capirà poi che per guarire bastava mangiare carne anziché segale), balsami per le piaghe, nonché sostentamento economico. Maiali, dunque, che via via acquisiscono un’aura di sacralità e guai a chi dovesse rubarne uno, perché Antonio si sarebbe vendicato colpendo con la malattia, anziché guarirla.».

Secondo una leggenda del Veneto (dove viene chiamato San Bovo o San Bò, da non confondere con l’omonimo santo), la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

La tradizione popolare

A Serracapriola, “ridente” paese delle Puglie, al confine con il Molise, è ancora viva la tradizione di “portare” il “Sènt’Endòn”, cioè di girare per abitazioni ed attività commerciali, suonando oltre a fisarmoniche, mandolini e chitarre, anche strumenti tipici della tradizione paesana (i Sciscèlè, u’ Bbuchet-e-bbù, u’ Cciarin, i Troccèlè) e cantando in vernacolo, canti dedicati al santo, inneggianti al riso, al ballo e ai prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, quali mezzi per trascorrere i giorni del Carnevale all’insegna del mangiare, bere e divertirsi visto che dal giorno successivo al Martedì Grasso incomincia la Quaresima, tempo dedicato alla preghiera, al digiuno e all’espiazione dei peccati; a capo della comitiva c’è un volontario vestito da frate a simboleggiare il santo che con la propria “forcinella” (lunga asta terminante a forcina) raccoglie dolci e salumi che vengono donati per ingraziarsi i favori del santo.

Il “fuoco di sant’Antonio”

Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant’Antonio, in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori.

Oggi con fuoco di sant’Antonio si intende, volgarmente, l’Herpes zoster, malattia virale a carico delle terminazioni nervose che, come evidente manifestazione clinica, presenta «un’eruzione di vescicole a disposizione spesso monolaterale e segmentaria corrispondente al territorio di innervazione di un ganglio nervoso cranico o spinale». Durante il Medioevo, e nella prima Età moderna, con tale nome si intendeva non solo l’ergotismo, come comunemente si racconta, ma in generale tutte le gangrene. A partire dal Settecento, dopo la scoperta della malattia ergotica, si incominciò ad associare il fuoco di sant’Antonio unicamente all’ergotismo. Spesso, in particolare nei testi medievali, il fuoco di sant’Antonio viene assimilato all’ignis sacer, espressione medica che, a partire dalle prime attestazioni nelle fonti classiche (Lucrezio), subì diverse trasformazioni semantiche. Durante tutto il Medioevo comunque, nonostante il culto tributato a sant’Antonio, in territorio francese la più grande taumaturga verso la malattia fu la Vergine.

La Fòcara di Novoli

La più grande fòcara si costruisce a Novoli, in occasione dei festeggiamenti in onore del santo patrono sant’Antonio abate. Il 16 gennaio la fòcara viene accesa da un magnifico spettacolo di fuochi d’artificio che illuminano a giorno il cielo novolese. L’evento conosciuto in tutta la Puglia attrae migliaia di spettatori da tutto il sud d’Italia ed è stato oggetto anche di un documentario della National Geographic. Di anno in anno i costruttori della “fòcara” s’impegnano a variarne la forma, dotandola a volte di un varco centrale, “la galleria”, che poi è attraversata dal Santo in processione. La fòcara è formata da almeno 90000 fascine, e il lavoro inizia già a metà dicembre. Oltre a quella di Novoli centinaia di falò vengono costruiti in tutto il Salento, specialmente d’inverno, per riscaldare le fredde notti dei pellegrini nel giorno della festa del paese.

Proverbi e modi di dire

Esiste, riferita a sant’Antonio, una sorta di giaculatoria scaramantica, abbastanza diffusa a livello popolare, nella quale si invoca il santo per ritrovare qualcosa che si è smarrito. Questo modo di dire si trova nei luoghi dove c’è tradizionalmente maggiore devozione al santo, e si declina in modi differenti secondo i dialetti e secondo la tradizione.

Uno dei modi più strutturati si trova nel Comune di Teora, in Irpinia e dice: “Sant’Antonij Abbat’ cu rr’ ccauz’ arrup’zzat’ cu lu cauzon’ dd’ vullut’ famm’ truvà quedd’ ch’ agg’ p’rdut'”, traducibile letteralmente in italiano come “Sant’Antonio Abate, con le calze rappezzate, con i pantaloni di velluto, fammi ritrovare ciò che ho perduto”. In questa cittadina si tiene annualmente il “falò di Sant’Antuono” presso la chiesa di san Vito ove alloggia la statua di sant’Antonio abate.

Il riferimento all’abito di velluto diventa più generico, sempre al sud, nel detto “Sant’Antonio di velluto, fammi ritrovare quello che ho perduto”.

A Varese, in Lombardia, la festività di sant’Antonio abate – qui detto sant’Antonio del porcello – è molto sentita; qui il detto si declina in “Sant’Antoni dala barba bianca famm’ truà che’l che ma manca, sant’Antoni du’l purscel famm’ truà propri che’l” (ossia “sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quello che mi manca, sant’Antonio fammi trovare proprio quello”).

Più in generale, al nord l’espressione si limita a “sant’Antoni dala barba bianca fam trua quel ca ma manca”. Questo detto viene a volte riferito a sant’Antonio da Padova, ma il riferimento è chiaramente erroneo, dato che il santo di Padova è morto a 36 anni e difficilmente può aver avuto (né sembra sia mai stato rappresentato con) la barba bianca.

In Serrano, dialetto parlato nella cittadina di Serracapriola, in provincia di Foggia, si dice “A sènt’Endòn ‘llong n’or”, con riferimento al fatto che a partire dal 17 gennaio, la durata media del giorno, inteso come ore di luce, è di un’ora più lunga rispetto al giorno più corto, tradizionalmente fissato nel giorno di santa Lucia, ossia il 13 dicembre.

In Piemonte è invece diffusa l’espressione “sant Antòni pien ëd virtù feme trové lòn ch’i l’hai perdu” (ossia “sant’Antonio pieno di virtù fammi trovare quel che ho perso”), anche se in questo caso il detto non è chiaramente riferito all’uno piuttosto che all’altro santo.

Nel già citato Comune di Teora si usa dire “Chi bbuon’ carnuval’ vol’ fà da sant’Antuon’ adda accum’enzà”, (ossia “chi buon carnevale vuole fare da sant’Antonio deve iniziare”) e “Sant’Antuon… masc’ch’re e suon'” (ovvero “Sant’Antonio….. maschere e suoni”). Si dice anche “Per sant’Antonio abate, maschere e serenate”.

Anche in Puglia a Manfredonia il 17 gennaio si festeggia “Sant’Andunje, masckere e sune!”(ovvero “Sant’Antonio, maschere e suoni”). È un evento molto importante per la città, infatti è la giornata che apre i festeggiamenti del Carnevale di Manfredonia.

In Veneto vige il detto “a Nadal un passo de gal e a sant’Antonio un passo del demonio” riferendosi al progressivo allungamento delle giornate.

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Nella tradizione contadina “umbro-marchigiana”, sempre in riferimento all’allungarsi delle giornate, si usa dire “a Natale ‘na pedeca de cane a sant’Antò un’ora ‘vò” (“a Natale un passo di cane a sant’Antonio un’ora in avanti”).

In Piemonte si dice: “sant’Antoni fam marié che a son stufa d’tribilé” (“Sant’Antonio fammi sposare che sono stufa di tribolare”), invocazione che le donne in cerca di marito fanno a sant’Antonio per potersi presto sposare.

In Napoletano si usa: “Chi festeggia sant’Antuono, tutto l’anno ‘o pass’ bbuon”.

A San Polo dei Cavalieri si dice: “Sant’Antogno allu desertu se magnea li maccarù, lu diavulu, pe’ despettu, glji ‘sse pià lu forchettò. … Sant’Antogno non se ‘ncagna: colle mani se li magna!!!” è una filastrocca che viene insegnata ai bambini del paese per far capire loro che la necessità aguzza l’ingegno e che con l’umiltà si può fare tutto.

In alcuni paesi della pianura campana (Macerata Campania e Portico di Caserta) in onore del santo i fedeli costruiscono “carri” detti “Battuglie di Pastellessa”. Molto spesso questi “carri” vengono costruiti in maniera da sembrare dei vascelli rifacendosi all’antica leggenda per cui Sant’Antuono avrebbe compiuto il suo viaggio dall’Africa su una barca. La popolazione del luogo è molto attaccata alla tradizione della sfilata, cui ogni anno prendono parte più di 1000 giovani; sui “carri” viene riproposta l’antica musica a pastellessa, nata a Macerata Campania in epoca antica, e gli strumenti utilizzati sono derivati da attrezzi per i lavori nei campi (botti, tini e falci) a causa del legame di tale festività con ancestrali ricorrenze pagane legate alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra in concomitanza con i cicli astronomici che, fin dalla notte dei tempi, hanno influenzato il calendario delle pratiche agricole. In aggiunta il rito conserva un valore apotropaico, secondo la convinzione che i fuochi tradizionali e i rumori ossessivi e ruvidi prodotti dagli ‘strumenti’ potessero spaventare e allontanare le presenze maligne che si credevano proliferate tutt’intorno durante la lunga notte invernale. Sant’Antuono è celebrato il 17 gennaio al Porticciolo situato nel quartiere Pastena a Salerno e lo si celebra con un falò.

L’Ordine degli Antoniani

Nel 1088, i monaci benedettini dell’Abbazia di Montmajeur presso Arles, vennero incaricati dell’assistenza religiosa dei pellegrini. Per quanto riguarda l’assistenza corporale, fu un nobile, certo Gaston de Valloire, che dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un hospitium e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati. Confraternita che si trasformerà nell'”Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Agostino di Sant’Antonio Abate”, detto comunemente degli Antoniani.

L’Ordine nel 1095 venne approvato da papa Urbano II al Concilio di Clermont e nel 1218 confermato con bolla papale di Onorio III. La divisa degli Antoniani era formata da una cappa nera con una tau azzurra posta sulla sinistra, e con le loro questue mantevano i loro ospedali dove curavano i pellegrini e gli ammalati.

Rappresentazione sacra

Alla devozione popolare del santo sono associate benedizioni agli animali domestici, nonché ai prodotti dell’agricoltura e la sacra rappresentazione della sua vita, soprattutto nell’Italia centrale. La narrazione, con varianti territoriali, si svolge su questo schema: la scelta dell’eremitaggio nel deserto, la tentazione da parte dei diavoli, rossi e neri, e della donzella, interpretata da un uomo come nel teatro elisabettiano e un particolare elemento buffo. Infine l’arrivo risolutore dell’angelo dal caratteristico cappello conico, tipico delle figure con contatti soprannaturali come fate e maghi.

Nel finale, attraverso la spada, elemento simbolico mutuato dalla devozione all’Arcangelo Michele, l’angelo aiuta il Santo a sconfiggere il male e a tornare alla sua vita di preghiera. Sempre presente al termine della rappresentazione la questua, richiesta di “offerte” in vino e salsicce per i figuranti. Esistono numerose versioni nei dialetti locali e una versione in forma di operetta dei primi anni del Novecento. In Abruzzo si svolge la competizione del campanello d’argento, premio alla migliore rievocazione tradizionale, vinto nell’ultima edizione dal gruppo di Caramanico Terme.

Una delle più belle feste dedicate a Sant’Antonio, qui detto il Barone, si svolge a Soriano nel Cimino (VT), in gennaio ed è caratterizzata dalla benedizione degli animali che in migliaia e di tutte le specie sfilano per il paese accompagnati dalla banda musicale e dal carro del “Signore della Festa”, eletto ogni anno, il quale offre presso la sua casa un grande rinfresco a tutti i turisti.

A Buti in provincia di Pisa la Domenica successiva al 17 gennaio si celebra il Palio di Sant Antonio Abate ( Palio di Buti ) che affonda le sue radici nel XVII secolo d.C quando la benedizione delle stalle e dei cavalli del paese il 17 di gennaio rappresentava un’importante cerimonia religiosa. Il palio è incentrato su una corsa di cavalli condotti da fantini che, rappresentando le sette contrade in cui è suddiviso il paese, si sfidano in una gara il cui scenario è la strada principale di accesso all’abitato;

A Nicolosi il culto di S. Antonio Abate è molto sentito. La festa del 17 gennaio è una celebrazione liturgica, mentre ogni prima domenica di luglio, viene celebrata la “Festa Grande” dove il Simulacro ligneo di S. Antonio, posto su di un artistico fercolo, procede in processione per le vie del paese tirato dai giovani nicolositi da lunghi cordoni. Tradizionale è la benedizione degli animali che si svolge la domenica mattina dopo l’uscita del Santo, dove gli animali domestici (cani, gatti, tartarughe ma anche cavalli ed asini) vengono portati davanti la statua del Santo e benedetti. Altro momento particolare della festa e molto sentito dagli abitanti di Nicolosi e ” A’cchianata a Sciara” (La salita della sciara) dove S. Antonio con il suo pesante fercolo viene tirato da due lunghi cordoni gremiti di devoti in corsa su una ripida salita per rievocare i tragici eventi dell’eruzione del 1886 che minacciava di travolgere e seppellire il paese sotto la lava.

Altra bella festa sempre in provincia di Viterbo si svolge a Bagnaia, una frazione del capoluogo laziale. Qui viene accesa un’enorme catasta di legna, alta oltre 8 metri per circa 30 metri di circonferenza, che brucia per tutta la notte compresa tra il 16 gennaio ed il 17 gennaio.

A Pietra Ligure (SV) al Santo è dedicata una antichissima compagnia dei patroni e dei capitani (ossia gli armatori e i comandanti delle imbarcazioni) la cui fondazione è antecedente al 1453 e nel corso della festa venivano benedetti gli animali e nel corso della Messa che si tiene nella Basilica di S. Nicolò, presenti tutti i Capitani avviene il passaggio annuale della bandiera al nuovo Capitano che la deterrà per un anno.

Altra importante manifestazione legata a Sant’Antonio abate si svolge a Tricarico (Lucania): essa testimonia l’assorbimento e quindi la cristianizzazione di riti precristiani. All’alba del 17 gennaio, Tricarico è svegliata dal suono cupo dei campanacci agitati dalle maschere delle mucche e dei tori che, dopo essersi radunate nel centro storico, si dirigono verso la chiesa di Sant’Antonio abate dove le attende il parroco che celebra la messa, aperta anche agli animali, e che al termine impartisce la benedizione, dopo la quale si compiono tre giri rituali intorno alla chiesa. La singolare “mandria”, subito dopo, parte per la “transumanza” verso l’abitato.

Caratteristica risulta la festa che si svolge a Collelongo (AQ) nella notte tra il 16 ed il 17 di gennaio. La festa inizia la sera del 16 alle 18,00 con l’accensione dei due “torcioni”, torce in legno di quercia alte oltre 5 metri che arderanno tutta la notte.

Contemporaneamente in apposite case del paese allestite per l’occasione con arance ed icone del santo viene posta sul fuoco la “cottora”, un enorme pentola nella quale viene messo a bollire parte del mais raccolto durante l’anno.

Alle cinque del mattino del 17, spari annunciano la sfilata delle conche “rescagnate”, si tratta di conche in rame, una volta usate per attingere l’acqua alla fonte, che addobbate con luci, piccole statue e scene di vita contadina, vengono portate in sfilata da giovani del paese vestiti nei tradizionali costumi popolari di festa. Alle sette inizia la santa messa e viene distribuito il mais benedetto bollito delle cottore per distribuirlo agli animali domestici.

Sempre in Abruzzo, è da ricordare la rievocazione de “Lu Sant’Andonie” che si svolge ogni anno a Villa San Giovanni di Rosciano, nel campagne del pescarese, a cura della locale Associazione culturale La Panarda. Nel pomeriggio del sabato precedente al 17 gennaio sul sagrato della chiesa parrocchiale si ripropone la sacra paraliturgia per la benedizione degli animali e dei prodotti della terra, mentre in serata, nella piazza principale del paese, attorno ad un grande fuoco si esibiscono gruppi di teatranti popolari rievocanti le scene de “Le tentazioni di Sant’Antonio”, con canti e poesie dialettali sul Santo e sulle tradizioni contadine del periodo invernale.

Ancora in Abruzzo, a Lettomanoppello si rievoca ogni anno “lu Sant’Andonije” che è una rappresentazione sacra della vita del santo composta e musicata da un poeta dialettale

Si tratta di una vera e propria storia sacra (a differenza delle altre rappresentazioni abruzzesi a volte goliardiche) che vede la partecipazione degli eremiti, di Sant’Antonio Abate, di due angeli e di due demoni che dopo alcune tentazioni agli anacoreti vengono cacciati all’inferno, grazie alla preghiera.

Di grande importanza la festa di Sant’Antonio abate che si svolge la domenica più vicina al 17 gennaio a Monterotondo un paese alle porte di Roma con una grande cavalcata, con vestiti particolari per il giorno e fuochi e falò che si tengono in altre cento città e paesi, come a Filattiera (MS) dove nella sera del 16 dopo la funzione religiosa e la processione del Santo con il tocco della prima campana si procede con l’accensione dei fuochi.: anche qui, si crede che la notte di S. Antonio, gli animali acquisiscono la facoltà di parlare: per questo, tutt’oggi i contadini prendono un tizzone ardente dai falò e lo pongono nelle stalle a protezione del bestiame.

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