Il Santo del giorno, 16 gennaio: San Marcello I Papa 

 

Papa dal 27/05/308 al 16/01/309, quindi oggi si celebra nel giorno del trapasso, resse la Chiesa subito dopo la persecuzione, tardiva e troppo ingrandita dagli Apologisti, di Diocleziano, che neppure la voleva, ma la subì sotto la spinta di Galerio

 

di Daniele Vanni

 

 

Marcello I (… – 309) fu il 30° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, dal 27 maggio 308, al 16 gennaio 309, data della morte e del suo ricordo.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse.

L’impero romano era stato in relativa pace fin dal 260 e, in questa situazione, circa sette milioni di persone su cinquanta milioni professavano la religione cristiana: ma molti di questi, erano a Roma ed in Anatolia.

Sorto dal seno, e qualcosa di più! della religione ebraica, il Cristianesimo anche se già dall’inizio e spesso in rotta di collisione con la religione-madre, rimase per molto tempo una fede circoscritta all’ambito delle comunità ebraiche, che assommavano a circa 5 milioni di individui in tutto l’Impero Romano.

Per questo, per essere in fondo una minoranza, anche se cospicua, il partito dell’antica religione capeggiato da Galerio riuscì a persuadere Diocleziano che la politica di restaurazione e centralizzazione dell’imperatore  esigeva la soppressione della religione cristiana. A causa di ciò l’imperatore proclamò una delle ultime persecuzioni. Di certo una delle più feroci, ma non così come hanno voluto far credere gli apologisti che in quegli anni erano così forti e numerosi, che ci rendono ben conto di quanto la Chiesa si fosse radicata e di quale potere potesse già disporre.

Diocleziano emanò quattro editti, che comandavano di distruggere le chiese, di bruciare le sacre scritture, di imprigionare i capi delle chiese, di torturare coloro che non volevano sacrificare agli antichi dèi e di ucciderli qualora, a dispetto delle torture, non avessero ceduto.

 

Tale persecuzione ebbe conseguenze epocali sulla disciplina interna della chiesa: ci furono molti martiri, ma anche innumerevoli lapsi, coloro cioè, che, per salvarsi, offrirono sacrifici agli idoli o brigarono per farsi iscrivere nei registri di coloro che avevano ubbidito agli editti. Ovunque costoro crearono seri problemi ai vescovi: come ci si doveva comportare qualora, finita la persecuzione, avessero espresso il desiderio di riconciliarsi con la Chiesa?

 

La persecuzione colpì anche papa Marcellino, (confuso spesso per il nome e la vicinanza con Marcello) che alcuni vogliono martire, altri semplicemente esiliato.

Secoli dopo, i donatisti accusarono Marcellino e alti prelati di adorazione degli idoli pagani, ma tali voci non vennero mai provate, anzi furono negate da molti dottori della chiesa, tra cui Sant’Agostino.

La sede romana rimase vacante per quasi quattro anni, anche se, già nel 305, con l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano, la persecuzione andò scemando d’intensità e, dopo il 307, con la proclamazione di Massenzio, in Italia e in Africa, cessò quasi del tutto. Sotto il suo dominio, i cristiani di Roma rientrarono lentamente in possesso dei loro beni e poterono riunirsi nuovamente senza paura.

Iniziarono, così, a riorganizzare la loro comunità.

In questa situazione, Marcello, un romano, fu eletto papa dal clero romano intorno alla metà del 308: sarebbe stato scelto come successore di Marcellino già alla fine del 306, ma avrebbe potuto essere consacrato e prendere possesso del soglio solo il 27 maggio 308.

Alla sua ascensione ufficiale, trovò la chiesa in una situazione disastrosa. I luoghi di riunione e alcuni cimiteri erano stati confiscati e le attività ordinarie erano state interrotte.

Oltre a questo, erano sorti dissensi interni, causati dal gran numero di persone che avevano abiurato la fede durante la persecuzione e che, sotto la guida di un apostata, pretendevano di essere riammessi in comunione senza fare atto di penitenza, perché, a loro avviso, la lunga vacanza della sede apostolica, dopo l’abdicazione dello stesso pontefice Marcellino, permetteva di ritenere tali procedure ormai obsolete e superate.

 

Una volta eletto, Marcello si accinse immediatamente alla riorganizzazione della Chiesa.

Secondo il Liber Pontificalis, suddivise il territorio metropolitano in 25 distretti(tituli) assimilabili alle odierne parrocchie, a capo dei quali era posto un presbitero, che sovrintendeva alla preparazione dei catecumeni, al battesimo, alla somministrazione delle penitenze, alle celebrazioni liturgiche e alla cura dei luoghi di sepoltura e della memoria.

 

Il suo nome è legato anche alla fondazione del cimitero di Novella (Cœmeterium Novellœ), sulla via Salaria, di fronte al cimitero di Priscilla.

 

All’inizio del VII secolo, probabilmente, a Roma esistevano 25 chiese titolari ed esiste una tradizione storica che riporta di come l’amministrazione ecclesiastica fosse stata riformata dopo la persecuzione di Diocleziano, pertanto il compilatore del Liber Pontificalis la attribuì a Marcello.

 

Il lavoro del papa fu, però, presto interrotto dalla controversia dei lapsi.Marcello, forte sostenitore delle antiche tradizioni, irrigidì la sua posizione e pretese da coloro che volevano essere riammessi, la penitenza.

A testimonianza di questa posizione, esiste l’epigrafe composta da Papa Damaso I per la sua tomba: “Pastore vero, perché manifestò ai lapsi l’obbligo che avevano di espiare il loro delitto con le lacrime della penitenza, fu considerato da quei miserabili come un terribile nemico. Di qui il furore, l’odio, la discordia, la sedizione, la morte. A causa del delitto di uno che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello fu deportato, vittima della crudeltà di un tiranno”.

A causa di tale situazione, si formò un partito che si opponeva al papa, e scoppiarono liti, sedizioni e stragi.

Massenzio, che diede credito alle accuse dei turbolenti, ritenne Marcello responsabile dei disordini e lo esiliò in un luogo che è tuttora ignoto.

Tutto questo avvenne alla fine del 308 o all’inizio del 309, in base a quanto riportato sul “Catalogo Liberiano”, che parla di un pontificato non più lungo di 1 anno, 6 (o 7) mesi e 20 giorni.

Marcello morì in esilio, poco dopo aver lasciato Roma e fu subito venerato come santo.

In base al Depositio episcoporum, alla “Cronografia” del 354 e ad altri documenti, la sua festa ricorre il 16 gennaio.

Nonostante ciò, si ignorano sia il luogo dell’esilio che la data esatta della sua morte, ipotizzata il 16 gennaio.

È certo, però, secondo il Martirologio Geronimiano, che fu traslato a Roma e sepolto nel cimitero di Priscilla. I suoi resti sono deposti nell’antica urna di basalto verde presso l’altare maggiore della Chiesa di San Marcello al Corso.

 

La Passio Marcelli

 

Nel Liber Pontificalis e nel Breviario romano, viene riportata una versione diversa della morte di Marcello, versione tramandata da una Passio Marcelli del V secolo, contenuta negli Acta Sanctorum: Massenzio, infuriato per la riorganizzazione della Chiesa intrapresa da Marcello, pretese dal papa che rinunciasse alla sua dignità episcopale e che sacrificasse agli dèi pagani, proprio come il predecessore. Al suo rifiuto, questi fu condannato a lavorare come schiavo presso una stazione postale (catabulum) di Roma.

Dopo nove mesi, fu liberato dal clero romano, ma fu nuovamente condannato, per aver consacrato la casa della matrona Lucina, presso la via Lata.

La condanna consisteva nell’accudire ai cavalli ricoverati presso lo stesso catabulum.

Pochi giorni dopo, Marcello morì.

Tale versione forse è stata creata per localizzare in qualche maniera il luogo del martirio del papa: il Titolo di Marcello, che era localizzato presso le poste pubbliche, da cui la denominazione di “San Marcello in catàbulo”.

Per tale motivo è considerato patrono degli stallieri e degli allevatori di cavalli.

L’attuale Chiesa di San Marcello al Corso risale all’inizio del XVI secolo, ed è stata probabilmente edificata sui resti della precedente chiesa che, a sua volta, si trovava forse nel luogo del catabulum, dove Marcello era morto.

Marcello è comunque spesso rappresentato in un atteggiamento davvero insolito per un Papa: in una stalla mentre accudisce cavalli e muli. E così non potrà stupire sapere che lo si considerava patrono di stallieri e palafrenieri.

È evidente l’ispirazione alla leggenda così proposta da Jacopo da Varagine nella sua celebre Leggenda aurea: « Marcello, essendo a Roma Sommo Pontefice e riprendendo Massimiano per la sua crudeltà contro i cristiani, mentre diceva Messa nella casa di una patrizia romana, l’imperatore adirato fece di tale casa una stalla di bestie e vi condannò il detto Marcello a guardare e servire gli animali, nel qual servizio, dopo molti anni, si riposò in pace». E la leggenda, che non lascia mai le cose a metà, vuole che la patrizia romana di cui si parla fosse la celebre Lucinae che la sua casa trasformata in stalla fosse sita esattamente nel luogo in cui si trova attualmente la chiesa di S. Marcello al Corso, uno degli antichi « titoli » della città. In verità la chiesa attuale è stata edificata, invertendone l’orientamento, su una chiesa bruciata nel 1519 e che era sorta forse al principio del IV sec. proprio sul «catabulum », la stazione centrale dei servizi di posta, e in occasione di recenti restauri si è trovata sotto l’altare maggiore una lamina di piombo con un’epigrafe del sec. X-Xll che parla del «corpo di S. Marcello papa e martire, Largo e Smaraldo [sic] martiri e di altri». In realtà di S. Marcello non si sanno molte cose con sicurezza, e c’è stato qualche critico che ne ha persino messo in dubbio l’esistenza, ritenendolo uno sdoppiamento di S. Marcellino, divenuto papa nel 296 e morto martire nel 304 e dopo del quale è accertato che vi fu la sede vacante per qualche anno, finché nel 309 venne eletto S. Eusebio. Ma l’affermazione è chiaramente eccessiva. Gli estensori del calendario rinnovato, pur relegando la memoria di S. Marcello ai calendari particolari, non essendo egli un santo d’importanza universale (come suggerisce il documento conciliare Sacrosanctum concilium, n.111), e pur chiarendo che egli non morì martire, ne ricordano la qualifica di papa e la morte avvenuta a Roma nel 309.

Duplice fu l’impegno del breve pontificato di S. Marcello: la ristrutturazione delle «parrocchie» romane devastate dalla feroce persecuzione di Diocleziano e il rigore nei confronti dei cosiddetti «lapsi», che pretendevano di essere ammessi ai sacramenti senza compiere la prescritta penitenza.

Etimologia: Marcello, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

 

Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria Nuova, deposizione di san Marcellino I, papa, che, come attesta san Damaso, vero pastore, fieramente osteggiato dagli apostati che rifiutavano la penitenza da lui stabilita e disonorevolmente denunciato presso il tiranno, morì esule scacciato dalla patria.

 

 

San Marcello è anche un problema.

Anzi, un groviglio di problemi, perché sulla sua figura fanno confusione anche i documenti antichi: Martirologio Romano e Geronimiano, Catalogo Liberiano, Liber pontificalis…

E i dati contrastanti si possono capire: quelli di Marcello I erano tempi di sconvolgimento per la vita di tutta la Chiesa, in Roma e altrove, a causa della persecuzione che va sotto il nome dell’imperatore Diocleziano, ma che è stata voluta dal suo “vice”, e poi successore, Galerio (morto nel 311).

Secondo il grande storico tedesco Theodor Mommsen e altri studiosi, addirittura Marcello non sarebbe stato vero Pontefice, bensì un semplice prete romano, che per qualche tempo può aver funzionato da reggente della Chiesa, dopo la morte di papa Marcellino nel 304.

Ma il pontificato di Marcello I, dopo alcuni anni oscuri, è bene attestato dalle fonti antiche. E di lui si sottolinea il comportamento nel dopo-persecuzione, verso i cosiddetti lapsi (ossia “caduti”, “scivolati”), come si chiamavano i cristiani che per paura avevano rinnegato la fede.

Altrove (in Africa, per esempio) molti vogliono escluderli per sempre dalla Chiesa.

Marcello non è così severo: li accoglierà, sì, ma soltanto dopo un periodo di penitenza.

A questo proposito, si cita l’elogio di Marcello, dettato da papa Damaso I (366-384): “Manifestò ai lapsi l’obbligo di espiare il loro delitto, con lacrime di penitenza: da quei miserabili fu considerato come un terribile nemico… Per il delitto di uno, che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello è stato deportato, vittima della crudeltà di un tiranno”.

Il Martirologio Romano, infatti, dice che fu perseguitato e costretto a fare lo stalliere nelle scuderie della posta imperiale, mentre secondo il Liber pontificalis lo mandarono in esilio.

Ma queste narrazioni non sono considerate attendibili.

Nelle fonti antiche troviamo anche differenti date del pontificato e della morte.

Seguendo il Martirologio Romano, oggi la Chiesa commemora Marcello I il 16 gennaio.

Sappiamo infine con certezza che egli è stato sepolto nel cimitero detto di Balbina, lungo la via Ardeatina, a Roma.

 

 

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