Il Santo del giorno, 16 Agosto: S. Rocco, invocato contro la peste, i terremoti, le grandi catastrofi,

le epidemie come l’AIDS, Patrono del mondo contadino e quindi degli animali

 

Pellegrino francese, di origini lombarde, studente di medicina e quindi taumaturgo e guaritore, invocato contro tutte le catastrofi naturali e tutte le epidemie che sanava: in carcere dove morì lasciò scitto: “Chiunque m’invocherà, sarà liberato dalla peste!”. E’ patrono di numerosissimi paesi e raffigurato in innumerevoli quadri.

 

Rocco di Montpellier, universalmente noto come San Rocco(Montpellier, anno imprecisato tra il 1346 ed il 1350 – Voghera, notte tra il 15 e il 16 agosto di anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379), fu un pellegrino e taumaturgo francese. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica ed è patrono di numerosissime città e paesi.

È il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste, e la sua popolarità è tuttora ampiamente diffusa.

Il suo patronato si è progressivamente esteso al mondo contadino, agli animali, alle grandi catastrofi come i terremoti, alle epidemie e malattie gravissime;in senso più moderno, è un grande esempio di solidarietà umana e di carità cristiana, nel segno del volontariato.

Con il passare dei secoli è divenuto uno dei santi più conosciuto nel continente europeo e oltreoceano, ma è rimasto anche uno dei più misteriosi.

Secondo gli ultimi studi, si può attestare che nelle carceri di Voghera, effettivamente, attorno al 1379, moriva un pellegrino di origine francese arrestato circa cinque anni prima con l’accusa di spionaggio, aggravata dalla reticenza nel dare le proprie generalità. Le più antiche fonti sono concordi nel ricordare che la morte di san Rocco di Montpellier avvenne di martedì 16 agosto: dalla verifica degli anni in cui il 16 agosto cadeva di martedì spicca, significativamente, il 1379. Attorno a quest’uomo, già in vita aleggiava già una certa fama di santità.

Per alcuni studiosi, Roch non sarebbe il nome, bensì il cognome. Altri chiamano in causa la famiglia Delacroix, ma anche in questo caso non esiste alcuna prova certa.

Secondo la tradizione, Rocco nacque, festeggiatissimo, come un dono miracoloso che veniva al mondo quando i genitori Jean e Libère, molto avanti negli anni, avevano perso la speranza di avere un erede per l’antico casato.

Ricevette un’educazione molto religiosa da parte della pia madre, che lo indirizzò verso una profonda devozione alla vergine Maria – a cui è associato in tutta l’iconografia che lo riguarda – e che lo spinse sin dalla nascita a diventare un “servo di Cristo”, ossia a seguire Cristo nelle sofferenze terrene prima di accedere alla gloria celeste, come si può notare dalla croce rossa marchiata sul suo petto come simbolo di vocazione eterna.

Il suo sentimento religioso, i suoi comportamenti abituali (consolare il pianto dell’orfano, prestare assistenza all’infermo, dare da mangiare all’affamato), il suo carattere amabile nonostante le sue ricche origini, ricordavano a distanza di un secolo Francesco d’Assisi a cui Rocco era devoto.

A siffatte qualità d’animo, con armonia si univano mirabili doti della mente grazie alla formazione sino all’età di vent’anni presso l’università di Montpellier, a cui affluivano giovani da ogni angolo della Francia.

Perduti i genitori in giovane età, distribuì i suoi averi ai poveri e s’incamminò in pellegrinaggio verso Roma.

Arrivato in Italia, durante le epidemie di peste andava a soccorrerne i contagiati anziché fuggire i luoghi ammorbati. Verosimilmente l’epidemia più rilevante di cui si tratta era la peste che investì l’Italia nel 1367-1368, anche se Rocco certamente aveva già conosciuto il drammatico evento durante la sua giovinezza, a Montpellier. La peste mieteva a migliaia le sue vittime, i colpiti non si contavano più e aumentavano i cadaveri insepolti. In questa immane tragedia, si faceva strada Rocco, allora ventenne, che nonostante la sua persona debolissima (piccolo di statura, pelle bianca, mani sottili ed eleganti, capelli biondi e arricciati, occhi dolci e pensosi e una testa piccola e regolare) si sentiva ugualmente idoneo ad affrontare il grave pericolo di un lungo viaggio e dedicarsi alla sua vera vocazione: la carità, senza alcun limite di tempo e spazio.

 

Ad Acquapendente, su invito di un angelo, egli benediceva gli appestati con il segno della croce e all’istante li guariva toccandoli con la mano taumaturgica. Così, in breve tempo, l’epidemia si estinse.

Analogamente si comportò Rocco in diverse altre località, dove intervenne per contrastare la peste, occupandosi di malati che, a volte, venivano abbandonati persino dai familiari. Molti di essi guarirono in modo miracoloso, il che contribuì a far emergere il carisma del santo presso una popolazione terrorizzata!

 

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Giunto a Roma, vi rimase tre annie qui curò, fino ad ottenerne la guarigione, un cardinale, che presentò Rocco al Papa, per un’udienza.

Anche il ritorno da Roma a Montpellier fu interrotto da un’epidemia di peste, in corso a Piacenza. Rocco vi si fermò, ma mentre assisteva gli ammalati, probabilmente nell’ospedale di Santa Maria di Betlemme, venne contagiato; per non mettere a rischio altre persone, si trascinò fino ad una grotta (tuttora esistente, trasformata in luogo di culto) lungo il fiume Trebbia, secondo la tradizione in una zona che all’epoca era alla periferia di Sarmato, sempre sulla via Francigena. Le antiche agiografie, a questo punto, narrano che un cane (che tanti artisti dipingeranno o scolpiranno al fianco del santo), durante la degenza di Rocco appestato, provvide quotidianamente a portargli come alimento un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone e signore del luogo;se si trattasse del castello di Sarmato, il nobile potrebbe essere identificato in Gottardo Pallastrelli, che, seguito il cane per i tortuosi sentieri della selva, giunse nella capanna di Rocco.

Soccorso e curato dal nobile signore, Rocco riprese il suo cammino. Gottardo voleva seguirlo nella vita di penitenza, ma Rocco glielo sconsigliò. Nonostante ciò, talmente commosso alla vista di quel mendico e affascinato dalle sue parole, cedette anch’egli ai poveri il suo patrimonio e si ritirò da pellegrino in quella capanna.

La peste intanto riapparve di nuovo violenta a Piacenza e quindi Rocco ritornò in città sul campo d’azione; debellato definitivamente il morbo nella città e nei villaggi circostanti, il santo si ritirò nella selva, per occuparsi degli animali colpiti dalla peste, non più isolato bensì accompagnato da parecchi piacentini che professandosi suoi discepoli, mostrarono l’interesse di coadiuvarlo e trasmettere il suo coraggio e le sue parole. Esaurito il suo compito, decise di ritornare in patria.

Quello che sarebbe dovuto essere il ritorno a Montpellier, si interruppe in terra italiana (probabilmente a Voghera). In quelle regioni funestate dalla guerra giunse Rocco, anelante di ritornare in patria senz’altro chiedere che tranquilla ospitalità. Dalla barba lunga e incolta, avvolto in poveri e polverosi abiti, con il viso trasfigurato dalla sofferenza della peste, giunse al confine della cittadina, non sfuggendo né alla curiosità della gente, né alla vigilanza delle sentinelle. Nessuno lo riconobbe, pur essendo i suoi parenti per parte di madre di origine lombarda: sospettato per la sua riluttanza a rivelare le sue generalità e scambiato per una spia, fu legato e condotto dinanzi al governatore, suo zio paterno, che non lo riconobbe (e nulla fece Rocco per farsi riconoscere). Non si ribellò quando senza ulteriori indagini e senza processo finì in carcere, restandovi per un lungo periodo (dai tre ai cinque anni, a seconda delle biografie) dimenticato da tutti.

La prigionia fu vissuta dal santo in un tormentoso silenzio e nel desiderio di essere lasciato in solitudine, non riconosciuto, a vivere quei pochi giorni che gli restavano. Non si lamentava della sua sorte, anzi aumentava i tormenti del carcere, castigando la sua persona con molte privazioni, continue veglie e flagellazioni cruente.

Se gli si domandava: «È mai vero che siete un esploratore dei nostri nemici?» lui rispondeva: «Io sono peggiore di una spia».

Nonostante gli innumerevoli sforzi di un sacerdote, insospettitosi dello strano atteggiamento di Rocco, durante le sue visite in carcere, di perorare la causa del prigioniero, il governatore non prestò ascolto.

Intanto nella cittadina correva la notizia che in carcere un innocente si lasciava morire. E Rocco morì davvero, trentaduenne, nella notte tra il 15 ed il 16 agosto, per gli antichi scrittori nel 1327, in realtà in un anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379.

L’annuncio della sua morte provocò un intenso dolore, che invase l’intera popolazione, unito allo sgomento per aver fatto morire un innocente in carcere.

Tale commozione esplose quando a fianco della sua salma venne ritrovata una tavoletta, sulla quale erano incisi il nome di Rocco e le seguenti parole: «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello»; ma soprattutto, suscitò scalpore il riconoscimento del corpo da parte di una dama – la nonna di Rocco, madre del governatore -, che grazie alla croce rossa impressa nelle carni di Rocco, identificò in lui suo nipote! Il compianto di un’intera cittadinanza fu il premio di tanta virtù, ed in sua memoria la salma, sulla quale si scolpirono le parole rinvenute sulla tavoletta, venne deposta in una grande chiesa.

Nel 1485, secondo il dato tradizionale, a seguito di un trafugamento, i suoi resti (salva una parte delle ossa di un braccio) furono portati da Voghera a Venezia, trovando definitiva collocazione, nella chiesa di San Rocco (per tale motivo è elencato come compatrono della città). In realtà, si trattò di una compravendita! Successivamente, per volontà del papa, una reliquia – sempre delle ossa di un braccio – fu fatta giungere a Roma ed un’altra porzione di reliquie (tra cui una tibia) fu donata alla sua chiesa – santuario di Montpellier.

 

Il culto di san Rocco è popolarissimo da secoli in Europa e nel resto del mondo.

Lo si invocava contro la peste, autentico flagello medievale e che a più riprese si diffuse per contagio nel vecchio continente, mietendo milioni di vittime. I recenti aggiornamenti liturgici gli riconoscono pure il patronato contro  le altre malattie contagiose, AIDS compresa.

È invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali,visto il suo carisma di guarigione e l’uso che aveva di invocare la protezione di Dio sui luoghi che toccava, prima di lasciarli. È patrono pure degli invalidi, dei prigionieri e degli emarginati,per aver provato le stesse condizioni durante la sua vita.

Numerosissime sono le sue raffigurazioni, da quelle più semplici e popolari, fino a quelle dei grandi maestri dell’arte. In esse il santo viene presentato in abito da pellegrino, con una serie di caratteristiche e simboli che si ripetono in modo più o meno costante e che comunque permettono di riconoscerlo abbastanza agevolmente e prontamente anche quando non ci sono altri dati che permettono di individuare chi è raffigurato sul simulacro di cui si tratta: il vestito caratteristico del pellegrino, consistente in tabarro(mantello a 360°) e relativo tabarrino(mantellina di dimensioni ridotte, posta sopra il lungo tabarro vero e proprio, con funzione protettiva del tronco e delle spalle, specie quando si trasportava bagaglio ecc.) che da lui ha poi preso il nome (sanrocchino), un cappello a larga tesa, un bastone, una zucca per contenere l’acqua (spesso appesa al bastone), conchiglie (da usarsi per attingere appunto l’acqua) fissate, a seconda dell’immagine, sul mantello o sul cappello oppure appese a mo’ di collana, bisaccia a tracolla, in alcuni casi pure una piccola fiaschetta attaccata alla cintola (forse il contenitore del medicamento recato con sé da questo ex studente di medicina presso la prestigiosa Facoltà della sua città natale) e nelle mani la “lancette” ossia il piccolo bisturi che si iniziava ad usare all’epoca per incidere i bubboni, favorendo la fuoriuscita del pus; la corona del Rosario e qualcuno, pure, sostituisce la cintura ai fianchi con un cordone francescano; esiste addirittura qualche rara raffigurazione che lo presenta rivestito dello scapolare trinitario; segni della peste: l’elemento distintivo per eccellenza è una piaga, solitamente sulla coscia: la lesione ha solitamente la forma di una piaga verticale, lineare ed ovale e somiglia alla ferita provocata da una freccia (simbolo della peste) oppure all’incisione che il chirurgo praticava per cercare di porvi rimedio. Croce rossa sugli abiti, sul lato del cuore, per indicare l’angioma a forma di croce che egliaveva sul petto dalla nascita e che costituirà l’elemento in base al quale verrà riconosciuto(da suo zio materno Bartolomeo) quando dopo il decesso sarà preparato per la sepoltura; l’angelo (che fu il primo “elemento” a comparire nelle più antiche immagini rocchiane), ossia il messaggero di Dio che conforta Rocco durante la malattia, gli annuncia la guarigione, lo avverte di prepararsi alla morte e di chiedere al Signore una grazia e la manifesta dopo il decesso del pellegrino, facendo trovare la tavoletta che reca: “Chi invocherà il mio servo sarà guarito”; il cane: talvolta raffigurato mentre lecca le piaghe dell’appestato, ma il più delle volte è accucciato ai suoi piedi con in bocca il tozzo di pane sottratto alla mensa di Gottardo Pallastrelli, con cui avrebbe provvidenzialmente nutrito il santo durante la malattia.

La frequente associazione tra san Rocco e il cane ha dato origine in francese alla parola roquet per indicare un bastardino!

 

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