Il Santo del giorno, 13 Dicembre: S. Lucia

 

 

Luce e seme del grano! Questi i due estremi di questa santa antica così legata a Siracusa, che era la patria, nell’isola di Ortigia, di Artemide, dea della luce e rappresentata come Lucia da una quaglia. Santa posta in questa data, in cui nella Roma antica si celebrava Demetra ed il seme di grano al centro dei della santa invocata per la vista! O, nel nord, vista come un Babbo Natale o come la festa della

 Luce e della presentazione al mondo delle Vergini!

 

Santa Lucia(Syracusæ, 283 – Siracusa, 13 dicembre 304) fu una martire cristiana, morta durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa.

 

Anticamente la sua festa era, e non a caso, a cavallo del solstizio d’inverno. Da qui la celebre frase: per Santa Lucia, c’è il giorno più corto che sia!

In contrasto, ma solo apparente, il nome: Lucia, che in latino sta per splendente, luminosa. Ma abbiamo visto quante sante sono state collocate dalla Chiesa proprio nel procedere dell’autunno che vede calare progressivamente l’intensità della luce e le ore di sole!

E legato alla luce, quella della vista, il suo emblema: i suoi occhi deposti sul piatto.

Tutto questo essere “la santa della luce”, ne fanno un’anticipatrice del Natale, della rinascita, del Sol Invictus: la festa di Mitra e di Zoroastro, sulla quale i Cristiani (prendendo tantissime cose di quel credo che si era tanto diffuso a Roma e nell’impero con innumerevoli mitrei) trapiantarono la nascita del loro Dio-Uomo: anch’Egli venuto sulla Terra per una nuova alleanza con l’umanità, per aiutarla nell’eterna lotta del bene e del male, che è simboleggiata proprio la vittoria della luce sul buio dell’inverno, attesa nella prossima pimavera. La lotta tra il bene ed il male alla base di tutte quelle religioni iranico-persiane, che vedevano la venuta sulla terra della divinità, la sua morte, la sua rinascita, il dare il suo corpo ed il suo sangue che i fedeli consumavano, anticipando tanti aspeti dottrinali e rituali del Cristianesimo.

 

La prima e fondamentale testimonianza sull’esistenza di Lucia, ci è data da un’iscrizione greca scoperta nel giugno del 1894, dal professor Paolo Orsi nella catacomba di San Giovanni, la più importante di Siracusa: essa ci mostra che, già alla fine del quarto secolo o all’inizio del quinto, un siracusano – come si deduce dall’epigrafe dedicata alla moglie Euschia, – nutriva una forte e tenerissima devozione per la “sua” santa Lucia, il cui anniversario era già commemorato da una festa liturgica:

 

« Euschia, irreprensibile, vissuta buona e pura per circa 25 anni, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio come conviene. Cristiana, fedele, perfetta, riconoscente a suo marito di una viva gratitudine. »

Di santa Lucia, sembra esistesse a Siracusa anche il «loculo», cioè la tomba primitiva, sulla quale sorse una chiesa, rifatta poi nel Seicento. Inoltre esistono iscrizioni, che testimoniano una remota e fervida devozione per la Martire e un culto liturgico già stabilito dai primi secoli. Infine, esiste una di quelle “Passioni”, molto tarde, con le quali la devozione dei fedeli ha ricamato di fantasia, sopra un canovaccio certamente storico.

 

I racconti, che risalgono al periodo normanno e non hanno molta plausibilità storica, narrano di una giovane, orfana di padre, appartenente ad una ricca famiglia di Syracusæ, che era stata promessa in sposa ad un pagano.

La madre di Lucia, Eutichia, da anni ammalata, aveva speso ingenti somme per curarsi, ma nulla le era giovato. Fu così che Lucia ed Eutichia, unendosi ad un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di Agata, pregarono la santa affinché intercedesse per la guarigione della donna. Durante la preghiera, a Catania, dove la santa divisa tra questa città e Palermo era stata brutalmente martirizzata nel 251, quindi da non moltissimi anni, Lucia si assopì e vide in sogno sant’Agata che le diceva:

 

“Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu, per tua madre?”

 

Nella visione sant’Agata le preannunciava anche il suo patronato sulla città.

Ritornata a Syracusæ e constatata la guarigione di Eutichia, Lucia comunicò alla madre la sua ferma decisione di consacrarsi a Cristo. Il pretendente, insospettito e preoccupato, nel vedere la desiderata sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall’imperatore Diocleziano.

 

Il processo che Lucia sostenne dinanzi all’arconte Pascasio, attesta la fede ed anche la fierezza di questa giovane donna nel proclamarsi cristiana. Minacciata di essere esposta tra le prostitute, Lucia rispose: “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente”.

Il proconsole allora ordinò che la donna fosse costretta con la forza, ma lei diventò così pesante, che decine di uomini non riuscirono a spostarla. Il dialogo serrato tra lei ed il magistrato vide addirittura quasi ribaltarsi le posizioni, tanto da vedere Lucia quasi mettere in difficoltà l’Arconte che, per piegarla all’abiura, le fece cavare gli occhi!

Lucia, cieca, non si piegò a nessun tormento fino a quando, inginocchiatasi, venne decapitata. Prima di morire annunciò la destituzione di Diocleziano e la pace per la Chiesa.

 

Sembra però che sia assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al secolo XV, l’episodio di Lucia che si strappa – o le vengono cavati – gli occhi.

L’emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia (da Lux, luce).

 

La sua iconografia vede spesso gli occhi accompagnati dal pugnale conficcato in gola. Il motivo di questa raffigurazione risiede nel racconto dei cosiddetti Atti latini che descrivono la morte di Lucia per jugulatio, piuttosto che per decapitazione.

 

Attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare, come il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646, domenica 13 dicembre 1646, una quaglia fu vista volteggiare dentro la Cattedrale di Palermo durante la Messa. Quando la quaglia si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali.La popolazione vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.

 

Culto

 

La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d’inverno è dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce.

Altre tradizioni religiose festeggiano la luce in periodi vicini al solstizio d’inverno: come ad esempio la festa di Hanukkah ebraica, che dura otto giorni ugualmente alle celebrazioni per la santa a Siracusa. O la festa di Diwali celebrata in India.

Ma sopra ogni cosa, è da sottolineare le diverse affinità del culto di Santa Lucia, con quello di Artemide, l’antica divinità greca venerata a Siracusa nell’isola di Ortigia!

Ad Artemide, come a Santa Lucia, è sacra la quaglia (quella volata durante la messa per annunciare l’arrivo della nave carica di grano!) e l’isola di Ortigia – anche chiamata ‘Delo’ in onore della dea della caccia.

Artemide e Lucia sono entrambe vergini. Anche se la Dea greca presiede ai parti!

E, soprattutto! Artemide è la dea della luce, raffigurata mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti.

 

Non pare proprio un caso che nell’antica Roma, oggi fosse la festa delle Sementivae, con la celebrazione del grano e del seme gettato nella terra, con la festa oggi di Tellus-Madre Terra- Demetra- Ceres!

 

Si racconta che il corpo della santa, prelevato a Siracusa nel 1040 dai Bizantini, giunse a Costantinopoli; da qui fu successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono la capitale bizantina nel 1204, nella Quarta Crociata ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia.

 

Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio e poi ancora nel 2014. L’arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani, tanto che da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite alcune trattative tra l’Arcivescovo di Siracusa e il Patriarca di Venezia.

 

Va però detto che, naturalmente, non vi sono prove che il corpo di Santa Lucia a Venezia sia autentico.

Una tradizione molto antica, che risale a Sigeberto di Gembloux († 1112), racconta che le spoglie della santa furono portate a Metz in Francia, dove tuttora sono venerate dai francesi in un altare di una cappella della chiesa di Saint-Vincent, dal vescovo Teodorico che lo avrebbe trafugato, a Péntima (Corfinium) in Abruzzo. Qui, conquistata la città, lo aveva portato nel secolo ottavo il duca di Spoleto, dopo averlo sottratto a Siracusa. L’anno mille, Metz fu meta di pellegrinaggi da tutto il mondo germanico, per vedere il corpo della santa conservato in una ‘bellissima’ cappella in fondo alla navata sinistra della abbazia di Saint-Vincent, fondata alla fine del X secolo dal vescovo Teodorico, forse anche con la finalità di ricevere tali sante reliquie.

 

 

 

Festeggiamenti e riti

 

Dal 13 al 20 dicembre si tiene la festa di santa Lucia all’inizio della quale viene portata in processione da uomini con il berretto verde dal Duomo di Siracusa, sito nella caratteristica isola di Ortigia, fino a piazza Santa Lucia nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, mentre delle donne portano le reliquie.

 

Feste si tengono anche a Brescia e a Bergamo, dove è molto amata, soprattutto dai bambini, che da lei ricevono i regali desiderati.

Qui la Santa svolge sostanzialmente le veci di Babbo Natale.

Come la leggenda popolare racconta, durante la notte tra il 12 ed il 13 dicembre, Santa Lucia passa per tutte le case con un carretto trainato da un asinello, facendo risuonare un campanello d’argento, e distribuisce ai bambini buoni dei doni e dolciumi. Per ricevere i doni i bambini devono scriverle una letterina la settimana prima del suo avvento, e la sera prima preparare del latte per la Santa e della paglia per l’asinello, da disporre sotto la cappa del camino, dal quale la Santa scenderà. Poi devono andare subito a letto, chiudere gli occhi ed addormentarsi immediatamente, perché la Santa non vuole assolutamente farsi vedere. Se i bambini cercheranno di scorgerla, la Santa gli butterà della cenere negli occhi! Qualora i bimbi non siano stati abbastanza buoni ed obbedienti durante l’anno, al posto dei doni richiesti, riceveranno solo del carbone.

 

Così è a Verona, dove secondo una tradizione popolare, intorno al XIII secolo, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi” dei bambini, ai quali la mattina dopo il 13 dicembre, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di santa Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l’altrettanto immancabile “ghiaia dell’Adige” ed il “carbone dolce” per i bambini “cattivi”. Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio.

Ma la sera prima, i bimbi, prima di chiudere gli occhi nel sonno per paura di essere accecati dalla cenere! hanno lasciato un piatto con del cibo – arance, biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso e del fieno, oppure farina gialla e sale, per l’asino che trasporta i doni.

Dal secolo scorso si è sviluppata, per l’occasione la tradizionale grande fiera,che ancora oggi si tiene nei tre giorni precedenti il 13 dicembre, in una piazza Bra’, riempita dai “bancheti de Santa Lussia”, ricchi di giocattoli e dolci di ogni tipo. Per sottolineare questo tradizionale giorno di festa per la città di Verona, su esempio del Teatro alla Scala, la sera del 13 dicembre si celebra ogni anno “La Prima”, lo spettacolo inaugurale della stagione invernale di opera al Teatro Filarmonico.

Ad Alessandria,in suo onore durante la festa si prepara uno speciale dolcetto, a forma di “grissino” con miele e zucchero: il “lacabon”.

 

A Belpasso di Catania, dove si conservano particolari reliquie della veste e del corpo della Santa, si fanno feste grandiose, con un simulacro d’argento e sfilate di carri alti anche quindici metri, che vengono svelati lentamente (“la spaccata”).

Feste così importanti si tengono sempre in Sicilia a Carlentini, Capracotta, a Castelbuono, sulle Madonie, a Catenanuova (EN), ad Enna, con “la notturna”…

A Crotone, vi è una particolare tradizione: costruire in ogni quartiere principale della città delle “piramidi” di legno alte anche 15-20 metri alla cui erezione partecipano tutti, bambini e adulti.

Tradizione vuole che al vertice di tali torri si collochi una bambola o una croce.

Subito dopo il tramonto, si assiste alla “vrusciatura” (accensione) di tali torri con grande spettacolo e meraviglia di piccoli e grandi. Questo antico rito festeggia l’evocazione della luce e sarebbe una reminiscenza dei culti dedicati alla dea romana Lucina e quindi originariamente ad Hera.

Ad Erchie (BR)si festeggia perché si racconta che qui il corpo di santa Lucia fu custodito dai monaci basiliani nella grotta dell’Annunziata, durante la deportazione delle spoglie della santa da Siracusa verso Costantinopoli. La leggenda racconta che un pastore vide la sua mucca allontanarsi costantemente dal resto del branco; un giorno incuriosito la seguì accorgendosi che si abbeverava non lontano; vicino a quella sorgente scorse un’effigie della santa realizzata durante l’epoca della sosta delle spoglie. I fedeli dell’allora “Hercle” vollero costruire una cappella in onore della santa e successivamente una basilica superiore. Il santuario si sviluppa su tre piani. In quello più basso sgorga l’acqua ritenuta da tanti miracolosa e molti fedeli accorrono da tutta Italia, per venerare la santa e approvvigionarsi dell’acqua santa nei tipici “milicchi”, per devozione, voto o ringraziamenti per grazie ricevute.

 

A Massaquano (NA) nella festa c’è il caratteristico e plurisecolare lancio delle nocciole, precedentemente benedette, adottate a simbolo delle pupille degli occhi, dal tetto della chiesa.

La presenza dei dolci in questa ricorrenza, non poteva mancare nella tradizione siciliana e la scelta del dolce tipico viene fatta risalire dai siracusani a quell’evento accaduto nel 1646, quando ci fu una terribile carestia, terminata con il volo della quaglia e l’arrivo del bastimento di grano!

Ecco che si torna alla festa romana delle Sementivae del 13 dicembre!

Il grano fu immediatamente distribuito alla popolazione, che, non avendo tempo per macinarlo, farne farina e poi pane, per la fretta e la gran fame, lo bollì e lo consumò con l’aggiunta di un filo d’olio, mangiandolo con le mani, chicco per chicco.

Proprio come fa la Terra-Demetra-Artemide, chicco per chicco, che “bolle” muore e rinasce, riacquista vita e luce!

Da qui nacque il divieto, nel giorno di Santa Lucia, di mangiare cibo fatto con la farina ed assumere solo la cuccìa, il cibo penitenziale inizialmente costituito solo da chicchi di frumento bolliti e conditi con olio con l’aggiunta di verdura. Il nome cuccìa deriva dal greco kykeò, una miscela o bevanda a base di farina a cui si aggiungevano formaggio, miele o vino.

 

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