Il Santo del giorno, 11 Novembre: S. Martino di Tours

 

Martino, che taglia il suo mantello (clamide o paludamentum) per darlo al  “Povero”, gesto che ripeterà S. Francesco, almeno secondo Bonaventura, oppure, più tardi e contestato, visto che a qualche decina di metri esistevano negozi dove si potevano acquistare i migliori capi di abbigliamento del mondo, il Sindaco La Pira.

Gesto quindi a volte di estrema generosità, a volte fatto per ostentare un animo buono, che, forse non tutti sanno, ha generato il termine “cappella” nell’architettura sacra!

E poi ancora: l’estate di S. Martino, il perchè si dice: “protettore die cornuti” che non ha nulla a che fare con i tradimenti, ma perchè il santo fu messo dalla Chiesa a “coprire” un’antica divinità con le corna!

 

 

 

 

 

 

Martino, Sabaria (ora Szombathely, Ungheria), 316-317 – Candes (Indre-et-Loire, Francia), 8 novembre 397Martino nacque nel 316 o 317 in Sabaria, un avamposto dell’Impero Romano alle frontiere con la Pannonia, l’odierna pianura ungherese.Il padre, tribuno della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra.

Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre era stato destinato, ed in quella città trascorse l’infanzia. Viene istruito sulla dottrina cristiana, ma non viene battezzato. Però a dieci anni vuole diventare cristiano e a 12 desidera vivere nel deserto, imitando gli asceti orientali.

A quindici anni, in quanto figlio di un militare, dovette entrare nell’esercito. Come figlio di veterano fu subito promosso al grado di circitor e venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens.

Il compito del circitor era la ronda di notte e l’ispezione dei posti di guardia, nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una di queste ronde avvenne l’episodio che gli cambiò la vita (ancora oggi quello più ricordato e più usato dall’iconografia).

Martino, trovandosi alle porte della città di Amiens, vide un mendicante seminudo, vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di San Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Su questo episodio si innesta la leggenda dell’estate, Martino incontra più avanti un altro mendicante e decide di regalargli anche l’altra metà di mantello rimanendo così esposto alle intemperie. A tale generoso gesto prodigiosamente il freddo e la neve per quel giorno si attenuarono e al loro posto fece capolino il sole che si fece così intenso da assomigliare al tepore estivo: fu quella la prima “estate di San Martino”. Una piccola parentesi di bel tempo, (quasi un regalo all’uomo che ha be operato nella stagione favorevole) prima dell’inizio di temperature poco più rigide ( e del freddo della vecchiaia!).

Tornando alla storia, il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Rimase ufficiale dell’esercito per una ventina d’anni raggiungendo il grado di ufficiale nelle alae scolares (un corpo scelto). Giunto all’età di circa quarant’anni, decise di lasciare l’esercito. Lasciato l’esercito nel 356, già battezzato forse ad Amiens, raggiunge a Poitiers il vescovo Ilario che lo ordina esorcista (un passo verso il sacerdozio).

Iniziò la seconda parte della sua vita impegnandosi nella lotta contro l’eresia ariana, condannata al Concilio di Nicea (325), e venne per questo anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani.

Si recò quindi nell’Isola Gallinara, un isolotto roccioso, ad Albenga in provincia di Savona, dove condusse quattro anni di vita eremitica.

Martino torna in Gallia, dove viene ordinato prete da Ilario, poi anche lui santo.

Nel 361 fonda a Ligugé una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa.

Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Si impegna a fondo per la cristianizzazione delle campagne.

Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo, anche se alcuni chierici avanzarono resistenze per il suo aspetto trasandato e le origini plebee. Come vescovo, Martino continuò ad abitare nella sua semplice casa di monaco e proseguì la sua missione di propagatore della fede, creando nel territorio nuove piccole comunità di monaci. La sua fama ebbe ampia diffusione nella comunità cristiana dove, oltre ad avere fama di taumaturgo, veniva visto come un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà.

Patronato: Mendicanti

Etimologia: Martino = dedicato a Marte

Emblema: Bastone pastorale, Globo di fuoco, Mantello

Siamo nel tempo dell’Arianesimo, ma la Gallia è ancora essenzialmente e profondamente pagana e piena di ritualità celtiche.

E’ qui che vive Martino, che tutti ricordano per il suo gesto alle porte di Amiens.

Tra i militari veniva adoperato un altro mantello il paludamentum, un mantello di color porpora. Doveva essere del tipo più peso essendo in Gallia.

Il paludamentum era aperto sul davanti e lungo fino alle ginocchia, venendo fissato sul petto da una fibula, di foggia variabile con l’epoca, posta sulla spalla destra o sinistra a seconda della comodità.

Un po’ il gesto che farà un giorno lontano, Francesco: la Chiesa anche se lui predica la povertà, adesso è diventata potente e lui può permettersi di regalare un mantello ad un cavaliere, nobile, ma caduto in disgrazia. Un po’ il gesto che farà il Sindaco di Firenze, La Pira, anch’egli in odore di santità, quando andando al più bel municipio del mondo, Palazzo Vecchio, si toglierà il bel cappotto, per darlo ad un povero che poco distante da dove venne bruciato Savonarola, gela dal freddo.

E Martino, tagliato anche simbolicamente il suo paludamentum a metà si reca dal Vescovo Ilario: una scelta fatta non a caso, perchè è un vescovo antiariano, organizzatore straordinario dell’opposizione all’eresia che entrò e rimase nella Chiesa dal IV (iniziò in Egitto) al VII secolo (gli ultimi residui rimasero fra i germani cristiani). Il Vescovo di Poitiers, colpito da una condanna all’esilio per aver osato opporsi alla politica arianista dell’imperatore Costanzo II, dovette stabilirsi in Asia, mentre Martino raggiunse le regioni centrali dell’Illirico per convertire la madre al cristianesimo, ma fu esposto ai duri maltrattamenti che i vescovi della regione, acquistati all’Arianesimo, gli inflissero.

Ritornò in Italia e organizzò un eremo a Milano, dove fu presto allontanato dal Vescovo Aussenzio, anch’egli eretico. Non appena apprese il ritorno di Ilario dall’esilio, nel 360 si diresse nuovamente a Poitiers, dove il Vescovo gli diede l’approvazione per realizzare la sua vocazione e ritirarsi in un eremo a 8 chilometri dalla città, a Ligugé. Alcuni seguaci lo raggiunsero, formando così, sotto la sua direzione, la prima comunità monastica attestata in Francia. Qui trascorse 15 anni, approfondendo la Sacra Scrittura, facendo apostolato nelle campagne e seminando miracoli al suo passare. «Colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli», scrisse Sulpicio Severo (360 ca.- 420 ca.) nella biografia a lui dedicata.

Contro la sua volontà gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo eleggono Vescovo nel 371. Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città. In questo ritiro, dove è ben presto raggiunto da numerosi seguaci, crea un monastero, Marmoutier, di cui è Abate e in cui impone a se stesso e ai fratelli una regola di povertà, di mortificazione e di preghiera. Qui fiorisce la sua eccezionale vita spirituale, nell’umile capanna in mezzo al bosco, che funge da cella e dove, respingendo le apparizioni diaboliche, conversa familiarmente con i santi e con gli angeli.

Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali. A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano. Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita. Al suo intervento anche i fenomeni naturali gli obbediscono. Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto. Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’umiltà e alla mortificazione.

San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. Quando muore, e da allora la località sarà denominata Candes-Saint-Martin, verso la mezzanotte di una domenica, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. Ai suoi funerali che per la disputa si celebrano tre giorni dopo, l’11 novembre, assistettero migliaia di monaci e monache. I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera.

Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, modello per i cristiani amanti della perfezione. Il suo culto si estese in tutta Europa e l’11 novembre (sua festa liturgica) ricorda il giorno della sua sepoltura. L’«apostolo delle Gallie», (con un’azione ultraventennale per cristianizzare le campagne) patrono dei sovrani di Francia, fu enormemente venerato dal popolo: in lui si associavano la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria. Quasi 500 paesi (Saint-Martin, Martigny…) e quasi 4000 parrocchie in territorio francese portano il suo nome.

I re merovingi e poi carolingi custodivano nel loro oratorio privato il mantello di san Martino, chiamato cappella. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace, sulla «cappa» di san Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Il termine cappella, usato dapprima per designare l’oratorio reale, sarà poi applicato a tutti gli oratori del mondo! 

S.Martino, è anche la cosiddetta festa dei cornuti: perché?

I motivi sono tantissimi e nessuno in sé soddisfa appieno la domanda. Forse più di uno assieme, concomitanti nella stessa giornata, spiegano questa buffa tradizione!

Intanto on questo giorno, in cui iniziava l’Avvento, che prevedeva penitenze e digiuni, si era soliti assaggiare per la prima volta il vino novello (che poi si “farà” appieno a marzo o aprile). Ma intanto in questo giorno, ci si ubriacava e si facevano feste che portavano anche a lasciarsi andare…

Altra origine della tradizione, si rifà alla mitologia romana: Martino è il diminutivo di Marte, Dio della guerra, e adultero con Venere, Dea dell’amore, che sorpresi da Vulcano, Dio del fuoco e marito della Dea della bellezza, furono da lui stesso rinchiusi in una rete di ferro per mostrarli agli Dei e averli quindi testimoni del torto subito.

Ma gli Dei dell’Olimpo lo sbeffeggiarono e lo derisero, così la delusione di Vulcano fu ancora più atroce; forse proprio in quella vicenda va collocata l’origine di “un detto” che dura da secoli: “cornuto e mazziato”.

 

Per alcuni, il fatto è dovuto alle numerose fiere di bestiame, per lo più munito di corna, che si tenevano proprio nel periodo attorno all’11 Novembre. Sono questi i giorni della cosiddetta Estate di S.Martino, eccezionalmente miti, di solito, prima del lungo periodo di freddo: logico fissare qui feste e fiere. In alcune di queste, pare che i cornuti fossero i proprietari terrieri, ai quali i mezzadri non consegnavano tuti i prodotti dovuti che vendevano in questa occasione.

In alcune zone si crede, e in verità Martino è un santo celtico e del nord, che per primi nelle processioni a Lui dedicate, sfilassero i Longobardi (o forse i Vichinghi) con gli eli decorati dalle corna!

Altri ancora pensano che derivi dallo stesso giorno, l’11 Novembre, 11/11, che ricorda il segno delle corna fatto con le mani.

Secondo un’altra leggenda, San Martino si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini, ma vanamente, perchè questa trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza del fratello.

Io penso, dalle mie ricerche, che Martino sia stato posto in questa data, per “coprire” proprio in terra franca e quindi celtica, Sucellos o Sucellus, un’antica divinità celtica dell’agricoltura, delle foreste e delle bevande alcooliche (e torniamo al vino novello!).

Il suo nome vorrebbe dire colui che batte bene, che lo collegherebbe in maniera molto forte al proprio martello. Sucellos viene mostrato come un uomo di mezza età con barba ed un grande martello come attributo; può reggere una coppa o una patera e viene raffigurato a volte con la moglie Nantosuelta.

Nantosueltaera la dea della terra e dispensatrice di fertilità,

spesso raffigurata con una…cornucopia! Il corno simbolo della fertilità che si ottiene anche con il tradimento, come nel mondo animale!

I Romani identificarono Sucelloscon il loro Silvano,per via del comune carattere agreste.Che deriva dal dio etrusco Selvans, divinità protettrice della Natura e delle attività agresti.

Come le divinità antiche della natura selvaggia era considerato temibile e pericoloso. In origine, era un epiteto del dio Faunoo di Marte, spesso identificato con Pan o con Sileno, con aspetto umano, ma con cosce e gambe di caprone e corna sulla fronte!

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