Vogliamo ricordare così Giovanni Falcone, con le parole dell´amico e collega che, di lí a poco, avrebbe condiviso con lui anche lo stesso crudele destino.

 

 

 

“La lotta alla mafia, primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata terra, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse:“La gente fa il tifo per noi”.
E con ciò intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza.
Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini.
Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.

In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Viene accusato di essersi troppo avvicinato. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni.
Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato.

Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
Molti cittadini collaborano con la giustizia.
Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
Occorre dare un senso alla morte di Falcone, di sua moglie, degli uomini della scorta.
Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro.
Questo debito dobbiamo pagarlo – gioiosamente – continuando la loro opera.
Facendo il nostro dovere.
Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici.
Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro).
Collaborando con la giustizia.
Testimoniando i valori in cui crediamo anche nelle aule di giustizia.
Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità e
dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

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