I fondi internazionali son pronti ad investire miliardi per le infrastrutture italiane. Ma senza riforme, niente soldi

di Massimo Tarabella

Sembra incredibile ma l’Italia è il paese europeo nel quale molti grandi fondi di investimento internazionali intendono investire di più. In cosa? Nelle infrastrutture strategiche. Lo afferma lo studio realizzato da uno dei maggior network di consulenza e revisione (EY), fra gli investitori che mettono soldi in questo settore. Le infrastrutture sono, ovunque nel mondo, uno dei motori per far ripartire l’economia, perché creano ricchezza e occupazione. Ma perché proprio l’Italia attrae più della Germania, della Francia o della Gran Bretagna. Per tre motivi principali: 1) la costruzione a tempo record del Ponte Morandi ha dimostrato che abbiamo le competenze nelle infrastrutture; 2) l’arrivo dei 209 mld del Recovery Fund; 3) rispetto agli altri da noi c’è da investire di più (vedi tabella): abbiamo un gap infrastrutturale di almeno 20 anni.

All’anno investiamo in infrastrutture 125-130 miliardi sia i soldi pubblici che quelli privati, ma da qui al 2040 ci mancano almeno 373 miliardi di investimenti per soddisfare i reali bisogni del Paese, che sono pari a 18 miliardi l’anno di «buco» da colmare.

Investimenti/annuo necessario per coprire il gap “infrastrutturale”

Germania

Francia

Spagna

Gran Bretagna

Polonia

Italia

-36,4ml. annui

-500 ml  annui

-3 mld

-7,4 mld

-4,5 mld

-18 mld

Soldi che andranno trovati e che vogliono dire 2,5 milioni di posti di lavoro in più.Per i treni ci sono dodici progetti sulle direttrici: dalla discussa Tav, alla Cagliari Sassari Olbia, passando per la Liguria Alpi e la Verona Brennero. Il costo è di 52, 8miliardi. Per le strade se ne contano venti: dall’Autostrada del Brennero all’Itinerario Tirrenico Centro Meridionale, e valgono tutti insieme 25 miliardi. Poi ci sono i porti, vogliamo controllarli noi o far entrare nella stanza dei bottoni Paesi stranieri?

Per diventare un Paese più veloce e moderno abbiamo bisogno anche di investimenti in tecnologia digitale, e di socialeNella classifica Ue della digitalizzazione dei 28 Paesi membri, siamo al 24 esimo posto. Recuperare questo ritardo nel campo della Pubblica amministrazione farebbe guadagnare 25 miliardi al bilancio dello Stat. C’è da investire nella mobilità sostenibile, nella sanità, nell’assistenza agli anziani (siamo tra i Paesi d’Europa con il più alto numero di anziani e la più alta aspettativa di vita, ma i meno attrezzati nella loro assistenza)Oggi ci sono poco più 200 mila posti letto, mentre ne servono almeno 600 mila. E i soldi di Bruxelles non basteranno. Sta di fatto che il 44% degli investitori mondiali sta facendo piani per investire di più in Italia nei prossimi 12 mesi. C’è un ostacolo però. L’incertezza politica e regolatoria. Perciò l’Europa sulla qualità dei progetti e il loro stato di avanzamento questa volta vigilerà la Commissione europea.

E la condizione per ottenere i fondi è subordinata a quelle riforme sempre annunciate, ma che non abbiamo mai fatto. A cominciare da la semplificazione della burocrazia, la riduzione dei tempi della giustizia sia penale che civile, un piano di lotta alla corruzione e di contrasto alla grande piaga: l’evasione fiscale (110 miliardi ogni anno). Seguono la riforma del mercato del lavoro, con la relativa riduzione della tassazione, l’introduzione di nuove misure di tutela soprattutto per i lavoratori atipici, l’istruzione e formazione professionale, con specifico riferimento alle competenze digitali.

In sostanza se non vogliamo perdere l’occasione del Recovery e anche l’interesse del capitale privato dobbiamo dimostrare di saper fare le stesse riforme che l’Europa ci chiede da anni. Metterle a terra, almeno alcune, ci renderebbe meno «politicamente instabili» agli occhi di chi è pronto a mettere soldi nel nostro Paese. Il governo ha tempo fino a gennaio 2021 per presentare un piano organico. Siamo a fine novembre, ma sul tavolo non c’è ancora nulla.

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