Gli “erbi” garfagnini fra riti magici e cerimonie religiose

fonte paolo marzi storico locale
“Insegnate ai vostri figli tutto ciò che noi abbiamo insegnato ai

nostri; che la terra è la madre di tutti. Tutto ciò che capita alla terra capita anche ai suoi figli. Sputare a terra è sputare a se stessi. La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Ciò che capita alla terra, capita anche ai suoi figli”. Queste erano le parole del medico francese David Servan-Schreiber che aveva capito quanto stretto e collegato fosse il legame fra l’uomo e il posto in cui vive. Questo vincolo è compreso ancor di più a colui che vive in mezzo alla natura, a colui che fin da tempi immemori ha cercato di trarre dalla terra il cibo da mettere in tavola, portando così l’uomo e i frutti della terra a una relazione intima che coinvolgeva e coinvolge tutti gli aspetti della vita. Infatti con i frutti della terra non ci sfamava “solamente“, ma con la raccolta delle erbe che

forniva la natura venivano fatte medicine, colori per i tessuti e manufatti, ma si utilizzavano anche per riti e magie. Il garfagnino nei tempi passati ha fatto di questo il suo Credo,  legando alla terra, ai suoi frutti e alle sue erbe una serie di credenze popolari, tant’è che nel tempo certe credenze si sono consolidate e hanno assunto in certi casi anche il ruolo di verità, tanto da suscitare gli interessi di sociologi e studiosi che hanno voluto riscontrare scientificamente quanto in tutto questo ci sia di vero.

Diamo anche noi allora un po’ di lavoro a questi ricercatori esaminando i meandri delle credenze e dei riti garfagnini legati al mondo delle piante, dei fiori e degli “erbi“. Nelle cerimonie religiose e nei riti magici la pianta che spicca su tutti è l’olivo. L’olivo benedetto nel rito cattolico ricorda la celebrazione dell’entrata trionfale in Gerusalemme di Gesù e nel giorno della sua ricorrenza,la domenica della palme, vengono benedetti i rametti di questa pianta, guai sarebbe se una volta finita la liturgia fossero buttati, poichè secondo il Codice di Diritto Canonico gli oggetti sacri non devono essere gettati nella spazzatura ma trattati con

rispetto, dato che durante la Messa sono stati presi dal sacerdote e trasformati in un sacramentale (n.d.r:oggetto che avvicina alla celebrazione dei sacramenti), anzi vanno mantenuti perchè efficaci contro i temporali e oltretutto assumono anche un valore misto fra religione e magia, difatti non mancava nelle mulattiere garfagnine di incontrare carretti o micci (n.d.r:asini)che avessero messo da qualche parte un rametto benedetto, aveva il potere di allontanare malattie e calamità.

Altra pianta legata al periodo pasquale è il bussolo e curiosamente a questo era legato un gioco per ragazzi. Per tutta la durata della Quaresima, secondo altre versioni soltanto nei giorni della Settimana Santa,i più giovani erano soliti mettersi in tasca un rametto di bussolo quale segno di buon augurio. Incontrandosi tra loro chiedevano: “Ce l’hai il mi verde?”; chi non ce l’aveva doveva pagare con una penitenza, offrendo al vincitore una caramella, un

Il bussolo

uovo, o un qualsiasi piccolo dono. Nelle testimonianze raccolte a Caprignana (San Romano Garfagnana), si doveva tenere per tutti e quaranta i giorni del periodo quaresimale una foglia di bussolo in bocca che “durava fino al giorno di Pasqua”. Da non dimenticare che il bussolo è anche utilizzato come antidoto contro gli streghi, poi pulire i forni dalla cenere con i rami di questo arbusto ha un significato protettivo.

 La Chiesa Cattolica come visto fa largo uso di piante e fiori, nella solennità del Corpus Domini era solito vedere nei paesi della valle, durante la processione della ricorrenza, spargere petali di rosa prima del passaggio di essa, gettare petali rossi aveva il significato di ricordare la coppa che raccolse il sangue di Cristo, oltre al concetto universalmente conosciuto di sinonimo di amore. Anche i santi non disdegnarono l’uso di piante e fiori. San Viano si cibava

Cavolo di San Viano

solamente di una specie di cavolo, oggi a lui dedicato e conosciuto proprio con il nome di cavolo di San Viano, particolarità botanica che si trova solamente nell’area di Campocatino e del Monte Tambura, proprio la zona dove viveva in epoca medievale l’eremita. Si sostiene che cibarsi di queste foglie o solamente conservarle in casa sia di buon augurio. Anche San Pellegrino non poteva mancare a questo elenco e la storia è molto simile a quella del suo “collega” raccontata nelle righe qui sopra.

Anche lui si cibava solo di un’arboscello, del cosiddetto fiore di San Pellegrino, l’unica differenza si dice che stia che tale fiore sia sempre rivolto verso il paese di San pellegrino in Alpe, dove ora riposano le spoglie del santo. Essendo vicini al Natale non poteva mancare una pianta che ricordi le festività, questa è  lo zinepro (o ginepro); al suono della campana la sera della vigilia di

Il fiore di San pellegrino

Natale  bruciare un ramo di questa pianta aveva due scopi, scacciare gli spiriti e scaldare il Bambinello. Lo stesso si faceva anche con l’elicrisio; il giorno di Natale allo scampanare dell’Ave Maria veniva bruciato nel camino di casa, inoltre si dice che i fiori seccati di questa pianticella vadano messi dentro le scarpe, sono un toccasana per chi ha i piedi freddi. Alcune piante avevano anche il potere di difendere o scacciare forze malefiche e fra queste il malocchio la faceva da padrona.

Il semplice finocchietto selvatico insieme a foglie d’olivo benedetto e sale, costituiva quello che negli anni passati era conosciuto come “breo“. Il “breo” era un sacchettino rosso dove all’interno erano racchiusi questi elementi sopra citati, spesso veniva collocato sulle corna delle mucche e non era nemmeno difficile notarlo qualche volta messo alla canottiera del contadino, era un deterrente formidabile contro il malocchio, così come il vezzadro; i butti della pianta in Garfagnana

il vezzadro

sono apprezzati nelle frittate, ma ancor di più se si usa facendo dei decotti delle foglie che sarebbero poi utilizzati per fare i bagni, utili contro questa maledizione. Ma in Garfagnana non c’è solo da difendersi dal malocchio, anche gli streghi danno il loro bel da fare; il timo selvatico per esempio, meglio conosciuto come Labiata, una volta seccato e appeso in camera da letto a testa in giù (con radici comprese),scaccia sicuramente le oscure presenze che potrebbero assalirci la notte.

Il pericolo di essere stregato veniva invece dalla pianta di noce; proprio com’è credenza in molte altre regioni italiane sotto il noce si raccoglievano in adunanza gli streghi e le streghe, quindi mai capitare in un bosco di noci, tale pregiudizio è ben sintetizzato a Sillano dove si racconta che chi andava in un campo dove c’erano dei noci veniva stregato e portato in Corsica, meta del durissimo lavoro di carbonaio per i garfagnini che emigravano in quel tempo. L’erbo dell’ascensione invece ha potere

L’erbo dell’Ascensione

divinatorio, tale consuetudine è molto consolidata in alta Garfagnana dove il giorno dell’Ascensione quest’erba veniva raccolta e portata in casa, se seccava se ne traeva un cattivo presagio, in caso contrario non sarebbe successo niente di grave e di conseguenza veniva posta in un vaso. Altra curiosa usanza viene da Orzaglia, nel comune di San Romano, e fa riferimento alla rosa canina, una volta benedetta il giorno di Santa Rita (22 maggio), i petali di questa rosa venivano mangiati da ogni componente della famiglia in segno di protezione divina. La più curiosa fra queste credenze riguarda comunque una bacca, conosciuta con il nome di bagola del lupo. Nel

la bagola del lupo

borgo di Dalli Sotto (comune di Sillano)si dice che questo frutto non va assolutamente mangiato perchè è maligno, dato che lo mangiano i lupi, animali che nella cultura popolare simboleggiano la cattiveria, ad ogni modo ricerche scientifiche dicono che questo falso mirtillo ha proprietà allucinogene, inoltre può portare anche vomito e nausea.

Dunque, ecco la degna conclusione di un semplice vademecum sui miti, leggende e usanze che si rifanno ad antiche paure, nascoste nella nostra certezza più profonda che la nostra vita sia sempre minacciata da qualche forza malefica. Quando ci sentiamo vittime cerchiamo protezione e riparo anche per mezzo di una innocente pianticella, di conseguenza tutte le nostre azioni e le nostre credenze vengono così legittimate…


Bibliografia:

  • “Cercare, raccogliere ed utilizzare piante spontanee (e non). Alcune indagini etno scientifiche in Provincia di Lucca” da uno studio di Maria Elena Giusti e Andrea Pieroni 

Share