Giorno del ricordo, la Regione coinvolge le scuole

Un viaggio con testimoni e studiosi nella complessità della storia

Giorno del ricordo, la Regione coinvolge le scuole

La Regione Toscana ricorda  le vittime delle foibe, l’esodo degli italiani dall’Istria, dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia ma soprattutto la storia complessa di un confine difficile come quello dell’alto-Adriatico.  L’ha fatto alla vigilia del “Giorno del ricordo”, il 9 febbraio, in un evento on line. In streaming storici e figli di testimoni da una parte (Raoul Pupo, Claudio Vercelli, Marino Micich, Luciana Rocchi, gli istituti storici e della Resistenza regionale e di Grosseto con i loro presidenti) e studentesse e studenti dall’altra. Un centinaio le scuole collegate.

Ma il lavoro non si chiuderà oggi, con la commemorazione, e  proseguirà nei prossimi mesi in classe  e sui luoghi della memoria: anche vicini, come a Renicci di Anghiari (dopo nel ventennio fascista e dell’italianizzazione forzata dell’Istria e della Dalmazia furono rinchiusi molti slavi), a Laterina (campo di profughi italiani fuggiti dopo la fine della guerra da quelle terre) o a Roma nel villaggio giuliano. Le scuole interessate e i docenti, per cui sarà organizzato un seminario di formazione, potranno candidarsi fin dai prossimi giorni. I posti sono undici.

Sarà un  progetto sulla conoscenza, senza cui non è possibile comprendere tutto quello che è successo da una parte e dall’altra di quel confine, per fare del “Giorno del ricordo” il giorno della conoscenza, della consapevolezza di quanto è accaduto e della complessità che gli storici hanno saputo spiegare.  Un progetto nel rispetto della pluralità delle memorie, svuotate di qualsiasi strumentalizzazione e manipolazione politica. Un progetto anche per un’Europa unita e un mondo di pace. Un racconto –  che parte dal lontano, forte di esperienze passate con studenti e insegnanti –  che prova a superare luoghi comuni e il rischio di  una mancata contestualizzazione di singoli aspetti, che proietta il suo sguardo sul passato ma anche sul presente, consapevole che una storia così complessa necessiti per narrarla di tanti voci e punti di vista diversi. Un’educazione  alla complessità della storia che significa allenarsi alla complessità della vita.

Il progetto che la Regione Toscana ha costruito è tutto questo e l’appuntamento on line del 9 febbraio ne è sintesi ed anticipazione al tempo stesso.

Lo è, ad esempio, nel momento in cui lo storico Raoul Pupo sottolinea l’importanza della storia comparata ma avverte anche che non si possono confrontare tra loro eventi che appartengono a categorie diverse: “si possono mettere in relazione – spiega – i lager tedeschi con i gulag, l’Olocausto con il genocidio degli Armeni, le deportazioni naziste con quelle staliniane, ma non si possono fare comparazioni incrociate e dunque raffrontare stragi con genocidi o spostamenti di popolazioni con la Shoah, perché sarebbero operazioni prive di senso che confondono le idee”.

Lungo il confine alto-adriatico le violenze certo ci furono e i crimini anche, che sono nei fatti. Nessuno lo può negare. Lo storico Pupo le ricostruisce in una cavalcata attraverso la storia, dall’Ottocento fino agli anni Cinquanta del Novecento. Quelle violenze ci sono state e vanno condannate, ancora prima studiate e capite. Non si può neppure stilare una gerarchia del dolore: non avrebbe senso.. Ma un parallelo tra foibe e Shoah rimane, da un punto di vista storico, impossibile.

Gli italiani, spiega ancora Pupo, furono uccisi (assieme ad alcuni sloveni e croati) perché ritenuti collusi con l’amministrazione fascista, perché poliziotti e dunque legati al vecchio potere; furono uccisi, pur non fascisti, perché anticomunisti o contrari all’annessione alla Yugoslavia, perché avevano un ruolo di rilievo e dunque scomodo nella società di allora. Tutti giudicati “nemici del popolo”. Fu sicuramente una violenza programmata dall’alto, con strascichi episodici di violenze dal basso di una guerra totale che non poteva finire dall’oggi al domani.  Ma non fu, spiegano ancora gli storici, un genocidio: fu la strategia violenta du un regime rivoluzionario che voleva consolidarsi, non così monolitico all’interno come poteva sembrare, e dove poveri diavoli o pedine scomode furono annientate perché di ostacolo al progetto di Tito di uno stato yugoslavo con Trieste e l’Istria all’interno. Un laboratorio di violenza politica e di Stato, con una strategia ben definita, soffocata nel silenzio pubblico per buona parte del Novecento da ragion di Stato, clima da guerra fredda e movimento dei Paesi non allineati.

Così quasi cinquecento persone scomparvero nel 1943 (e 217 furono i corpi ritrovati), tra le quattro e le cinquemila svanirono nel nulla tra maggio e giugno del 1945 subito dopo la Liberazione (482 cadaveri in 48 foibe diverse rintracciati sul Carso, altri 411 negli scantinati di Trieste). E forse i numeri veri furono anche maggiori.

Ma la storia del confine dell’alto-Adriatico è anche storia di matrimoni misti e di convivenze pacifiche tra etnie diverse, “perché l’amore non guarda a razze inventate” come ricorda Marino Micich, figlio di esuli, direttore della Società di studi fiumani e Archivio storico di Fiume a Roma. Nella sua famiglia i nonni materni erano albanesi e il padre bosniaco in fuga dai Turchi dopo aver combattuto per gli Austriaci. La mamma ha imparato prima l’albanese, poi l’italiano a scuola quando Zara fu annessa all’Italia, il croato quando arrivarono i partigiani di Tito; ma in casa, come quasi tutti, si parlava il dialetto veneto.

Serve “un lessico adeguato” e “la conoscenza della storia” per “fare un buon uso del ricordo”, annota lo storico Claudio Vercelli: per districarsi tra nazionalismi dell’una e dell’altra parte, tra riduzionisti e negazionisti, “recuperando una dimensione di biografia collettiva nazionale”, che riannoda i fili “di quel che fu per raccontare il presente”. Lo si fa, è stato detto, imparando anche a fare storia di noi stessi, rifuggendo le contrapposizione ma cercando lo scambio. Qualcosa che riassume bene il senso della giornata di questo 9 febbraio e il progetto con le scuole della Regione.

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