Tra i tanti racconti che cela la Garfagnana più misteriosa, uno su tutti riesce a far venire i brividi lungo la schiena: i frati cannibali.

La parola cannibale, strano a dirsi, fu coniata da Cristoforo Colombo. Di ritorno dal Nuovo Mondo, per indicare i costumi selvaggi degli abitanti di quelle terre, descrisse i Canibal, una tribù dei Caraibi. Il nome divenne così celebre da identificare la parola cannibali come sinonimo di antropofagi.

La leggenda dei frati cannibali ha radici antiche ed è rappresentata dai ruderi della Chiesaccia, logisticamente situata sopra i boschi di Fornovolasco, lungo il sentiero che porta al Monte Forato.

Da notare che la Chiesaccia non è nel comune di Fabbriche di Vergemoli ma in quello di Stazzema.

La Chiesaccia era in antichità un monastero custodito dai frati agostiniani ed aveva principalmente lo scopo di rifocillare e far riposare pellegrini, commercianti e viandanti che dalla Garfagnana si spostavano in Versilia.

Fino a questo punto niente di strano. I monti erano pericolosi, pieni di briganti, ed un rifugio protetto risultava la scelta migliore, soprattutto per passare la notte.

Secondo la storia però i frati erano dediti a pratiche di antropofagia, ovvero di cannibalismo umano.

I poveri viandanti venivano portati in una stanza e letteralmente “mangiati vivi” dai frati. Durante questo truce banchetto, un frate suonava ininterrottamente la campana del monastero per accompagnare l’orgia di carne e sangue.

Finito l’inferno, tutto veniva riportato alla normalità in attesa dei prossimi viandanti in cerca di cibo e riposo.

Anche le telecamere del programma Mistero si interessarono della storia dei monaci cannibali.

Le tesi più accreditata per giustificare questo banchetto è che la tradizione orale abbia, di passo in passo, estremizzato i racconti, finendo per trasformare dei frati che forse derubavano i viandanti in persone che mangiavano carne umana.

Non ci sono elementi tali da poter giustificare un’indagine su questi fatti. Prendendo per buono la base della leggenda, ovvero il cannibalismo, si potrebbe immaginare i frati dediti al cannibalismo rituale, una sorta di teofagia deviata. La teofagia consiste nel mangiare cibo considerato divino o cibo che rappresenta l’incarnazione simbolica di una divinità.

Un racconto crudo, forte, ben radicato nella storia della Garfagnana.

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