Escursione su monti Sagro e Spallone, Alpi Apuane

 

Aspettavamo la neve, per il mio esordio sullo Spallone, ma questo inverno non è inverno, è primautunno, un mix tra marzo e novembre. Caldo, piovoso, se spolvera neve dopo un giorno non c’è più. Io però, dopo due mesi di pioggia, vissuti solo in palestra e falesia, avevo voglia di camminare.

 

A Stefano basta dirlo e si mette in marcia. Ma sì, il meteo è un po’ schifoso, ma non mette pioggia. Solo nebbia, quindi andiamo. Niente neve, quella putroppo non c’è, si cammina e basta. Abbiamo voglia di macinare strada, quindi ci mettiamo a guardare anche le relazioni sul Monte Maggiore. “Si aggira qui, là occhio che c’è un taglio di cava…”.

Ok, si parte. Arriviamo a Foce di Pianza e vediamo che il Sagro devono averlo smontato durante la notte. Questa, almeno, la mia teoria. Stefano più razionale, mi fa presente che è solo nascosto dalla nebbia. Putroppo, pur non vedendo il Sagro, vedo bene le cave, col solito colpo al cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sento il rumore forte dei lavori, siamo dentro la settimana, e perdo la mia solita quiete che tanto vado cercando. Lasciamo la macchina e ci copriamo un po’ di più, dando retta a mia nonna: “non è il freddo, è l’umidità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In effetti mi entra nelle ossa e c’è un po’ di vento. Prendiamo il 172, dopo il primo tratto saremo al riparo da questo venticello che non è forte, non comporta rischi. Però aumenta la sensazione di freddo che proviamo. Il programma è: 172 fino alla Foce della Faggiola, da lì proseguire a vista seguendo la cresta nord del Maggiore, tornare indietro e riprendere il 172, per poi abbandonarlo e salire lo Spallone. Seguire la cresta fino alla vetta del Sagro e scendere dalla normale.

 

 

 

La pratica: sul 172, dove diventa riparato dalle rocce, troviamo verglass. Uno strato sottilissimo, ma infido e bastardo. Si pattina, invece di camminare. Questo si presenta esattamente a nord, facciamo un rapido calcolo per capire che con ogni probabilità, la cresta del Maggiore sarà uguale. E se si scivola già su sentiero, una cresta del genere diventa veramente troppo pericolosa. Quell’umidità, ghiacciata col freddo della notte, rende troppo rischiosi anche semplici passaggi di primo e secondo grado. Io sono scoraggiata, da buona fifona. Stefano, in base alla direzione del vento e all’esposizione della via da percorrere, mi dice che invece lo Spallone sarà sicuramente fattibile, lì non troveremo ghiaccio. Beata esperienza, io volevo fare testamento! Proseguiamo sul 172 fino a dove il sentiero si divide dal 173.

 

Lì, in una bella giornata, capire la direzione è facile. Noi non abbiamo comunque avuto problemi, conoscendo la geografia del luogo e controllando ogni tanto col gps, per vedere se dovevamo aggiustarci un po’. In effetti la cresta è libera dal ghiaccio. C’è solo sul paleo un po’ di galaverna, bellissima. La cresta non presenta difficoltà particolari. Non è banale, niente lo è sulle Apuane. Qualche tratto esposto, ma mai opprimente. Ben presto siamo allo Spallone. Ogni tanto la foschia si dirada leggermente e ci permette di ammirare il panorama. Per il resto, siamo avvolti nella nebbia che nasconde, certo, ma sembra di camminare dentro un film fantasy. Mi aspetto di vedere comparire la Compagnia dell’Anello da un momento all’altro. Foto di rito e si riparte, il Sagro ci aspetta!
Vederlo già sarebbe una buona cosa. È sparito di nuovo. Intuiamo la direzione da tenere, ma vediamo sbucare la sua cima molto di rado. Un po’ stufi di questo “vedo non vedo” decidiamo di tagliare su paleo, ben sapendo che in quel punto il monte non presenta sorprese.

 

Nonostante i guanti, ho freddo alle mani. La galaverna me li ha bagnati. Stefano mi presta i suoi da neve. Li metto e per me sono enormi, le mie mani diventano sproporzionate, come le manine appiccicose nei pacchetti di patatine, o, per restare in tema fantasy, un po’ come i piedi degli hobbit.
Ben presto siamo in vetta. Facciamo una seconda colazione, riprendiamo giù per la normale, per scendere e scoprire che era molto più semplice la ravanata su paleo. Aumentando le temperature con l’andare della giornata, pareva di camminare nella porcilaia: fango e viscidume. Riprendiamo subito a camminare sull’erba. La nebbia dirada, vedo il Maggiore in lontananza e ho gli occhi a cuoricino. Com’è bella, quella cresta…. Ma ormai no, non è il suo momento. Ci torneremo, magari già in primavera, chi lo sa.
Adesso ci meritiamo però un pranzo caldo, una birra e un caffè al Rifugio Carrara, che come sempre segnalo per l’ottima cucina. Il Maggiore mi aspetterà.
Scerpa B: Silvia Montagna

Scerpa B: Spallone Mummery e Sagro Parbat. Ovvero: l’uscita della speranza.

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