Da uno studio dell’Università di Pisa, condotto alla foce di Arno e Serchio il dato sconvolgente che ci conferma il sospetto che sulle spiagge italiane ci siano migliaia e migliaia di tonnellate di microplastiche!

 Inquinamento-mare

di Daniele Vanni

 

 

 

La stima è dei ricercatori del dipartimento di chimica e chimica industriale dell’Università di Pisa che hanno analizzato campioni di sabbia, inferiori ai 2 millimetri, raccolti nei pressi delle foci dell’Arno e del Serchiotrovando una grande quantità di polimeri, fino a 5-10 grammi per metro quadrato, derivanti per lo più da imballaggi e oggetti monouso restituiti dal mare, ma portati lì dai fiumi che ormai non sono altro che collettori dei nostri scarichi “civili” e industriali.

La stima è compresa fra mille e duemila tonnellate di microplastiche, ma non è chiaro su quale estensione di costa.

Sono comunque, – dicono gli esperti, – particelle piccolissime, quasi indistinguibili dalla sabbia, le microplastiche sulle spiagge italiane sono una forma di inquinamento elusivo e pervasivo con cui è sempre più necessario fare i conti.

 

Riguardo alle plastiche individuate nel Pisano, la ricerca, coordinata da Valter Castelvetro e pubblicata sulla rivista ‘Environmental Science and Technology’ – la rivista dell’American Chemical Society, tra le più autorevoli nel settore tecnologico-ambientale – spiega che “si tratta prevalentemente di poliolefine, di cui sono fatti gran parte degli imballaggi alimentari, e di polistirene, una plastica rigida ed economica usata anche per i contenitori dei cd o i rasoi usa e getta”. Uno dei principali rischi, sottolinea Castelvetro, è che queste “microplastiche agiscano da collettori di sostanze inquinanti anche altamente tossiche come pesticidi e idrocarburi policiclici aromatici”.

 

Lo studio mira a definire un modello analitico relativo alla distribuzione delle varie tipologie di microplastiche sulle coste italiane, basato su analisi a campione. “E’ importante – conclude Castelvetro – sensibilizzare il mondo scientifico e istituzionale anche internazionale verso il problema delle microplastiche che sebbene potenzialmente di grande impatto è stato finora poco compreso”.

 

La gestione dell’inquinamento marino e lacustre da plastica, in Italia e nel mondo, si è finora per lo più limitata a campagne di raccolta e conta (più raramente di identificazione) di frammenti plastici in mare, spiegano all’Università di Pisa.

In genere viene utilizzata la cosiddetta “manta”, una specie di retino a maglia fine trainato da imbarcazioni, che cattura oggetti e frammenti galleggianti generalmente di dimensioni maggiori di 2 millimetri.

Molto più sporadiche sono invece le campagne di raccolta di plastiche sulle spiagge costiere, così come gli studi scientifici sulla loro distribuzione e gli eventuali effetti sull’ecosistema.

 

La domanda, da giornalista, ma anche da profano, vista l’esperienza con le microparticelle inquinanti dell’aria, per cui all’inizio si dava importanza a quelle PM 10, poi si è passati alle PM 2,5 fino ad arrivare a dirci che si è addirittura modificata, ad opera sconsiderato dell’uomo moderno, addirittura la composizione chimica cioè delle percentuali di azoto, ossigeno, ecc. di cui è composta l’atmosfera, che a me pare una cosa mostruosa! : “Ma le particelle, le molecole della plastica, quelle che si sono “dissolte” e non si vedono ad occhio nudo, come in questa ricerca, che prende in esame, almeno così mi pare di aver capito dei corpuscoli simili alla sabbia, cioè al di sotto dei 2 millimetri presi in esame, dove vanno a finire e quant’è la quantità totale della plastica da noi scaricata nei mari??!”.

Share