Era il 25 settembre 2001 quando insieme all’amico Paolo, dopo un interminabile viaggio in treno, arrivammo alla Stazione Sants di Barcellona.
Da due settimane il mondo era cambiato e nel lessico della quotidianità le parole fondamentalismo, terrorismo e guerra erano divenute le più utilizzate.
Noi eravamo parte della generazione Erasmus, ovvero quella onda buona di studenti viaggiatori che hanno contribuito alla costruzione di una Europa più unita e di una società più aperta. Nel corso degli anni avrei avuto il tempo per imparare ad amare la fierezza e la nobiltà di Barcellona e della terra catalana, ma in quei mesi prevaleva il fascino per la città multietnica e multiculturale.
Cosa rimane del sogno erasmiano? È svanito al Bataclan, a Berlino o sulla Rambla?
Quando Erasmo da Rotterdam scrisse parole di pace e di convivenza universale il Vecchio Continente era dilaniato da guerre; quando credette nel dialogo culturale e religioso l’Europa era terrorrizzata dai fanatismi.
Eppure il suo messaggio ha resistito nei secoli, il mondo è diventato migliore e la civiltà e la ragione, se pur offese e ferite dai vari fondamentalismi politici e religiosi, hanno sempre prevalso. E continuerà ad essere così, con buona pace dei vecchi e dei nuovi alfieri di morte e paura.
Anche se può sembrare un gesto puramente istintivo, il grido che si è alzato ieri da Plaza de Catalunya esprime il sentimento più “razionale” che dobbiamo continuare a coltivare: “No tinc por! (Non ho paura!)”.

Niccolò Roni

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