Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei…Come si vestivano i garfagnini una volta

C’erano una volta toppe e rammendi. Ora al primo segno di cedimento

In Garfagnana nel giorno di festa

(o al primo cambio di moda), il capo d’abbigliamento finisce nella spazzatura. Non è cosa da poco se si pensa che fra le industrie più inquinanti quella tessile scala posizioni fino ad arrivare al secondo posto, dietro al petrolio. Insomma l’abbigliamento ieri come oggi influenza molto il nostro modo di vivere, in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Gli studiosi del comportamento umano hanno elaborato una tesi che dice che il nostro cervello (che lo si voglia o no) impiega circa 10 secondi per valutare una persona “nuova” e giudicarla per come si presenta, per le sue espressioni e da come si veste, tutto questo senza che l’individuo che abbiamo davanti non abbia ancora aperto bocca. Un noto proverbio infatti dice che “l’abito non fa il monaco“, per dire poi che non bisogna fermarsi alla sola apparenza, ma a dire il vero nei secoli passati certi abbigliamenti erano distintivi di classi sociali ben separate. Adesso il discorso è cambiato e grazie al benessere ci siamo un po’ tutti omologati, ma una volta era diverso, ciascun capo d’abbigliamento aveva  un significato culturale e sociale, in esso si condensavano alcune funzioni tramandate ed evolute nel tempo. All’epoca era netta la distinzione fra il signore e il contadino, un

abito definiva chiaramente il mestiere che svolgeva e tutto era ben distinto e specificava lo status sociale e civile della persona. Questo era ben chiaro in Garfagnana, la cultura contadina, il lavoro della terra e la povertà segnava anche sotto questo punto di vista. Documentazioni sul vestiario nella Valle del Serchio ce ne sono molte già a partire dal medioevo, ma naturalmente le più comprovanti sono quelle di inizio 1900, dato che la memoria dei nostri nonni e anche la fotografia ci può aiutare molto. Tutto questo ci è stato tramandato e ci dice che le garfagnine anche se portavano abiti di foggia complicata, non avevano nessuna pretesa di eleganza, la praticità e la comodità di muoversi ed agire nei campi, quella doveva essere la miglior caratteristica. L’uomo invece di solito possedeva due abiti che venivano usati finchè non si rendevano inservibili, anzi, rattoppati in qualche maniera passavano di padre in figlio, proprio come un eredità necessaria. C’era dunque l’abito che si usava tutti i giorni e quello delle grandi occasioni, di stoffa un po’ più pregiata che veniva usato per le feste o per andare alla messa. Naturalmente la povertà agli inizi del secolo scorso la faceva da padrona in Garfagnana, nonostante che il nuovo secolo avesse portato innovazioni tecnologiche e sociali, dalle nostre parti eravamo ancora indietro molti anni rispetto al Paese, quindi la famiglia

Raccolta della canapa

patriarcale del tempo doveva trovare sostentamento nella natura (non nelle nuove ed emergenti industrie)  perfino la materia utile per confezionare stoffe e vestiti. Difatti nella nostra zona crescevano rigogliosamente lino e canapa che fornivano fibre molto resistenti che le donne con pazienza e dedizione filavano nei telai, ma non solo i vegetali fornivano sostentamento per il vestirsi, anche gli animali davano il loro contributo, le pecore infatti oltre al formaggio davano lana in abbondanza. Ma scendiamo adesso un po’ più nel particolare e svisceriamo quello che era l’abito femminile tipico, innanzitutto cominciamo con il dire che non esistevano i colori (sia per uomini che per donne), niente rosso, giallo, verde, ma dei semplici e austeri colori neutri: grigio, nero, bianco, per il resto la vestizione consisteva in un lungo vestito che si componeva di vari pezzi: la sottana lunga  fino alle caviglie e larga, sopra di essa di ugual misura un grembiule multiuso che serviva per non sporcare il “sottanone” e per “cogliere”, per raccogliere “gli erbi boni” (n.d.r: erbe di campo), le verdure dell’orto e sopratutto le

castagne, completava il vestito un corpetto piuttosto aderente dalle grandi e larghe maniche che si restringevano al di sotto del gomito, unica vezzosità concessa (per alcune)un corto gilè. D’inverno sopra  il vestito il classico scialle, ampio, fatto in modo che coprisse la maggior parte del corpo, per molte garfagnine era usanza portare un fazzoletto di panno più o meno pesante sulla testa. Altro discorso era per le cosiddette “signore”, le donne benestanti del paese. Le ricche signore indossavano vestiti che più o meno riproducevano lo stesso modello, i vestiti però erano ornati con più gusto e raffinatezza, spesso ricamati con merletti e trine, un ruolo importante lo conferivano gli accessori: i guanti di pelle finissima in inverno, mentre per l’estate erano traforati, il capo era adornato con un capello con veletta che arrivava fino al mento, non mancava la borsetta e l’ombrellino per ripararsi dal sole. In barba a tutta questa

eleganza le contadine invece spesso stavano a piedi nudi o con gli “scappini”, rudimentali zoccoletti artigianali di legno, molte donne dell’epoca testimoniano che era talmente l’abitudine (nella buona stagione) di andare scalze che questi “scappini” venivano indossati solo quando andavano in paese.
L’abbigliamento maschile generalmente consisteva in una camicia

bianca di tela su cui veniva indossato un gilè senza maniche abbottonato davanti, portavano calzoni di panno grossolano di color nero larghi e lunghi, avevano giacche corte di fustagno o velluto e per copricapo il classico cappello a tesa stretta. I signorotti indossavano vestiti che si componevano di pantaloni lunghi, giacca abbottonata in alto con tre o quattro bottoni accompagnata dal gilè su cui spiccava la catena dell’orologio da taschino, sotto la giacca naturalmente era d’obbligo la camicia bianca di seta o di cotone e per coronare il tutto un bel cappello in stile homburg.
Ma dentro questi abiti c’erano sopratutto uomini, e le loro azioni, a loro non importava apparire, non davano peso all’aspetto, quello che contava per quelle persone erano solo fatti e parole…

dal blog di PAOLO MARZI STORICO LOCALE

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