«Difendere l’agricoltura locale e la sovranità alimentare è un dovere di qualunque Stato nazionale.

Il primo aprile è caduto il primo anniversario dalla fine del regime delle quote latte in Europa. Andando a rivedere gli articoli di un anno fa, colpisce il tono di speranza e di fiducia che aleggiava intorno a questo passaggio storico. Finalmente il libero mercato entrava a pieno titolo anche nella filiera lattiero casearia, e le quote che per anni avevano limitato la potenza produttiva degli allevatori italiani ed europei sarebbero diventate finalmente un brutto ricordo. La crisi del settore vedeva uno spiraglio di speranza.animaliFeliciMucca

A un anno esatto da quel momento di svolta, la situazione è, se possibile, ancor più drammatica. Sempre il primo aprile di quest’anno, infatti, sono scaduti gli accordi che fissavano il prezzo al litro a 36 centesimi (un prezzo già troppo basso, perché le organizzazioni di categoria denunciavano da tempo come il costo di produzione oscillasse tra i 38 e i 41 centesimi al litro). Risultato? I prezzi sono scesi ulteriormente, i distributori non raccolgono più il latte nelle stalle e gli allevatori lo distruggono, come successo pochi giorni fa in alcune stalle del cuneese ma come sta avvenendo in ogni parte d’Italia. Tutto questo in presenza di un’importazione di latte dall’estero che ammonta a 85 milioni di quintali contro i 110 milioni prodotte in Italia.

I numeri parlano, e mai come in questo caso. Dal 1984 ad oggi, in 30 anni, il numero delle stalle italiane è passato da 180.000 a 35.000 (non certo un processo figlio della scomparsa delle quote latte dunque, quanto qualcosa di molto più profondo e duraturo).

Questo significa l’abbandono di interi territori, la scomparsa di un tessuto economico che per secoli ha caratterizzato le aree più marginali della nostra penisola e anche un disastro sociale che colpisce decine di migliaia di famiglie. Bisogna proteggere i nostri agricoltori, anche se questo suona come una bestemmia in chiesa agli occhi dei teorici del neoliberismo senza controllo. Fino a quando, infatti, siamo disposti ad accettare che il feticcio di un libero mercato deregolato consenta il sacrificio di un settore che rappresenta senza dubbio una delle eccellenze italiane di maggior valore? E che senso ha inseguire un modello che non genera benessere né felicità ma solo lotta per la sopravvivenza a costi sociali sempre più alti? Siamo di fronte a una schizofrenia nel nostro paese: da una parte si lotta per difendere posti di lavoro in contesti che distruggono l’ambiente e la salute dei lavoratori, e dall’altra nessuno batte ciglio quando a soffrire è un comparto che invece il paesaggio lo preserva e lo mantiene, soprattutto in zone marginali e difficili. Occorre ribaltare questa situazione, anche a costo di far inorridire qualche economista.

Difendere l’agricoltura locale e la sovranità alimentare è un dovere di qualunque Stato nazionale.

Il sistema del libero mercato applicato ai prodotti agricoli e alimentari non funziona, soprattutto quando l’informazione ai consumatori è volutamente incompleta e lacunosa e non consente scelte consapevoli e ragionate. L’importazione di latte straniero non è un male in sé, e nemmeno possiamo partire dall’assunto che quello italiano sia per forza di cose migliore. Possiamo al limite dire che in Italia sappiamo che il sistema di controllo della filiera funziona bene, ma il tema è piuttosto un altro: che senso ha importare milioni di tonnellate di latte dal nord e dall’est Europa quando nelle stalle delle nostre province non viene ritirato se non a prezzi inferiori ai costi di produzione? E ancora, che senso ha che produzioni casearie che rappresentano l’identità nazionale come la mozzarella non siano interamente prodotte con latte italiano (1 su 4 secondo Coldiretti è prodotta con latte o semilavorati stranieri)? Che cosa significa perdere le stalle per il paesaggio economico e sociale italiano?

Mettere in condizione i consumatori di conoscere l’incidenza di questi fattori sulla filiera del latte è il primo passo per costruire un’alleanza con gli allevatori e provare a cambiare rotta. Non possiamo permetterci di perdere un patrimonio nazionale di questa entità, e non si può sopportare di vedere allevatori in lacrime versare il proprio latte appena munto nelle concimaie. Bene ha fatto il Ministero delle Politiche Agricole a sostenere l’implementazione dell’etichetta “100% latte italiano”, ma non è sufficiente perché l’applicazione rimane facoltativa e demandata ai privati. Bisogna incidere più a fondo e con più decisione, fidandosi dell’intelligenza dei cittadini. Questo è il momento di una mobilitazione di consapevolezza e partecipazione perché le scelte individuali possono influenzare il mercato e le sue logiche perverse. Senza informazione, però, non c’è scelta. Chiediamo di sapere quale latte è utilizzato per produrre i formaggi che mangiamo, esigiamo etichette chiare e scegliamo di conseguenza.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da La Repubblica del 5 aprile 2016

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