COL DI FAVILLA, bastano queste parole per entrare in un mondo “scomparso ma ancora vivo nel cuore di ognuno” come recita una bellissima targa, semplice e soprattutto non retorica – posta sulla chiesa del paesino.
Col di Favilla, posto ad un’altitudine di 940 metri, sorge su una dorsale pianeggiante, che scende dolcemente dal Corchia fino ad immergersi nel sottostante lago di Isola Santa, il luogo è magico, dominato da castagni secolari (veri e propri monumenti) e con una vista mozzafiato sul versante nord del Pizzo delle Saette che da qui sembra veramente un castello inespugnabile. Bellissima è poi la visuale sulla marmorea parete sud del Sumbra e sul vicino Freddone. D’autunno poi il luogo acquista un fascino ancora maggiore, con colorazioni struggenti.
Il borgo, o almeno quello che ne rimane, si trova nel Comune di Stazzema ed è oramai abbandonato da moltissimi anni, molte case sono semidistrutte, ma la chiesa dedicata a Sant’Anna – restaurata grazie all’impegno dei discendenti degli antichi abitanti – è in un ottimo stato di conservazione, mentre sul retro della chiesa, a poca distanza, c’è il piccolo cimitero del paese. Un luogo davvero di grande pace e silenzio, che merita una visita.
Girando per i sentieri del paese il pensiero va sicuramente alla vita di un tempo, chissà quei muri, quelle pietre oramai, quante storie, quanti segreti, quante gioie, quante storie tristi o allegre, custodiscono!
Come detto, il borgo è un muto testimone di una società oramai scomparsa, qui le attività ruotavano sicuramente intorno alle castagne e alla loro lavorazione, alla pastorizia, al commercio di legname e di tannino, nonché a modeste miniere di ferro, poste nel sottostante Canale delle Verghe.
Ma non c’è migliore descrizione di questo luogo di quella di Fosco Maraini, che da qui, appena sedicenne, transitò nel 1928, in un avventuroso viaggio – con il suo amico Bernardo – alla scoperta delle Apuane (tratto dal bellissimo libro “Le Alpi Apuane” di Bruno Giovannetti – Ed. Le Lettere).
“Lasciato il pastore proseguimmo facilmente in piano per la Foce di Mosceta, e poi in discesa per un paesino il cui nome, letto sulle carte, ci aveva incantato: Col di Favilla. “Colle va bene – diceva Bernardo – ma perchè di Favilla? Che ci fosse stato qualche fenomeno vulcanico da quelle parti? Oppure il nome ricordava qualche apparizione soprannaturale? Scendi e risali, risali e scendi, finalmente scorgemmo, quasi sepolto tra giganteschi castagni, un campanile, poi comparvero dei tetti a lastre di pietra grigia, e delle case.
Il villaggio sorgeva in un punto di straordinaria bellezza, sulla cresta pianeggiante d’un monte, a quasi mille metri di quota, proprio dinanzi ai dirupi spettacolari e selvaggi del Pizzo delle Saette.
Col di Favilla, oggi tristemente abbandonato, era davvero alla fine del mondo. Per giungervi c’era un solo mezzo: il caval di San Francesco, e a larghe o lunghe dosi. A ogni modo lì trovammo calda e cordiale accoglienza presso una vedova del luogo, che dava in affitto due stanze agli alpinisti e ai cacciatori, a lire due per notte, se non sbaglio, compresa una ciotola di latte cremoso la mattina. Della casa ospitale ricordo soprattutto il letto, un trabiccolo di metallo nero, indicibilmente alto e vasto: inerpicarvisi era come salire su di un altopiano. Odorava un poco di antiche muffe, però ci si dormiva regalmente.
La vita materiale a Col di Favilla ruotava ancora in pieno attorno al dio castagna. Le piante che producevano i frutti preziosi erano secolari, gigantesche, con certi tronchi da abbracciarsi in tre o quattro persone, curatissime, rispettate, amate. Il terreno ai loro piedi era tenuto libero da frasche, sterpi, cespugli d’ogni genere, per poter raccogliere più facilmente i ricci d’autunno. Il castagneto aveva insomma gentilezza e respiro di un vero parco.
E si mangiavano in continuazione i prodotti di questi alberi solenni e generosi: castagne secche nel latte, necci di farina dolce, pattona da tagliarsi col filo, migliacci di variate specie, tutte saporitissime.
In quei tempi viveva a Col di Favilla – temporaneamente o stabilmente? Non si capiva – una strana e vistosa fanciulla. Era alta, formosa, e si vestiva più da borgo trafficato che da villaggio remoto, con una gonna che prefigurava con l’anticipo di parecchi decenni Mary Quant e le sue mini.
Teneva evidentemente moltissimo alle sue gambe che infatti erano assai ben modellate. Le facemmo una foto e tutti del villaggio, uomini e donne, giovani e anziani, vennero a godersi la scena. Ci fossero state delle cave di marmo nelle vicinanze, un seminatore di ipotesi azzardate avrebbe potuto gettar là un discorso sugli amori venali dei cavatori lontani da casa; ma le cave più vicine, allora, si trovavano ad Arni, quindi lontanissime. Incuriositi chiedemmo notizie alla nostra vedova, padrona del letto-altopiano. La brava donna parve molto imbarazzata, stralunò gli occhi ed esclamò: “Eh, quella là…!”. Poi non volle aggiungere altro”.
fonte paesi apuani

Share