Che dolore Gigi sapere che te ne sei andato.

Sarà perché pochi giorni fa ero nel tuo ufficio e parlavamo proprio di questo maledetto Covid. Divisi da un largo pannello di plexiglas che non ha impedito di scambiarci sorrisi e sguardi di complicità.
Ci siamo incoraggiati a vicenda pensando all’arrivo dell’estate e sperando in un’accelerazione della campagna vaccinale.
“Sai che io lo conosco il Giani” m’hai detto gonfiando un po’ il petto, “ho dei parenti a di S. Miniato dove il presidente è nato” e sei partito a elencarmi tutta una serie e di articolare connessioni che ora stento a rinfilare.
Poi m’hai accompagnato fuori dal comune e, nella piazza assolata e calda, m’hai salutato con la solita cordialità e quegli occhi vivi appiccicati ad un faccione grande come la tua bontà. “Ci vediamo sabato prossimo” m’hai ricordato, “alla cerimonia di intitolazione della piazza del paese a Roberto Nobili”.
Quel giorno guardavi avanti Gigi e nel cuore avevi la primavera. Ti sentivi protetto dietro a quel pezzo di plexiglas e con il flacone pieno di igienizzante sul bancone. Avevi fiducia Gigi, perché quel tuo conoscente in regione “sta andando forte” e poi “è una persona per bene”.
Invece, prima hai saltando l’intitolazione della piazza, perché il virus t’ha costretto in un letto d’ospedale. Da quel letto, per telefono, hai diretto la cerimonia perché “deve andare tutto bene”.
Poi la drammatica notizia, proprio oggi, che c’avevi da predisporre la bandiera del comune a mezz’asta per onorare la memoria di tutte le vittime del Coronavirus.
Il destino è crudele e beffardo, ma il virus è reale e bastardo.
Ciao Gigi che la terra ti sia lieve.
MARIO PUPPA

 

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