BRODO DI GIUGGIOLE

Andare in brodo di giuggiole, espressione di origine Toscana, andare in solluchero, uscire quasi di sé dalla contentezza, le giuggiole cioè i frutti del giuggiolo, sono impiegati, fra l’altro, sia in medicina, per decotti contro la tosse che nelle marmellate e in cucina.
Nella prima e seconda settimana di ottobre a Casola Valsenio in Romagna ma in odor di Toscana, (dista solo 80 km da Firenze, passando per Scarperia e Borgo San Lorenzo) c’è una sagra di un frutto dimenticato: la giuggiola.

La ricetta locale recita così: dopo aver colto o acquistato delle giuggiole mature, prive di ammaccature, delle mele cotogne, dell’uva rossa Zibibbo fresca e un limone non trattato bisogna disporre le giuggiole in un cestino per lasciarle appassire per 2 giorni. A questo punto bisogna lavare le giuggiole e denocciolarle per poi metterle in una pentola con l’aggiunta dell’uva e lo zucchero (circa 50% del peso della frutta).
Ricoperto tutto con acqua bisogna lasciare bollire il tutto per 90 minuti, a fuoco dolce e senza coperchio. Ogni tanto non è scorretta una mescolata con cucchiaio di legno.

Passato questo tempo bisogna aggiungere le mele cotogne e mescolate.

Quando l’acqua si è asciugata si può aggiungere del vino fino a farlo evaporare. Verso la fine della cottura, quando il brodo sta gelificando si aggiunga una buccia del limone grattugiato. Nel momento in cui il brodo di giuggiole raggiunge una consistenza cremosa è possibile toglietelo dal fuoco.
Dopo averlo lasciato intiepidire è necessario passarlo al setaccio. Infine, a temperatura ambiente va travasato in bottiglie sterili per poi essere conservato in un luogo fresco e buio.
FONTE EZIO LUCCHESI

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