Aviaria, mancherà carne italiana di pollo e di tacchino. Così aumenteranno importazioni da Ucraina, Argentina e Brasile

VENEZIA – Il settore avicolo pagherà un alto prezzo con l’epidemia aviaria, che, oltre a enormi danni per le aziende agricole venete, comporterà anche una forte mancanza di prodotto.

A dirlo è Michele Barbetta, rieletto presidente della sezione avicoltori di Confagricoltura Veneto per il prossimo quadriennio.

Ad affiancarlo nel ruolo di vicepresidente sarà Diego Zoccante, veronese, titolare di un allevamento di 15 mila tacchini da carne a Bolca e presidente degli avicoltori di Confagricoltura Verona.

“Stiamo vivendo la più grande epidemia aviaria che si sia mai vista in Italia e in Veneto, che avrà tremende ripercussioni sul settore – sottolinea Barbetta, allevatore di Carceri (Padova), titolare di un’azienda agrozootecnica che comprende quattro allevamenti avicoli -. Innanzitutto ci troveremo presto di fronte a una considerevole mancanza di prodotto, a cominciare dalla carne di pollo e tacchino, perché siamo a quasi 8 milioni di capi abbattuti su circa 176 focolai, con il Veneto che conta il 90 per cento degli allevamenti colpiti in Italia. La conseguenza più probabile sarà che tutta la filiera, a  partire dalla grande distribuzione, andrà a cercare carni altrove e quindi in Paesi competitor come l’Ucraina, l’Argentina e il Brasile. Oltre a perdere quote di mercato, il nostro Paese non potrà più garantire ai consumatori una carne di qualità, controllata e quindi sicura come quella nostrana. Una batosta quindi non solo per le aziende agricole, ma anche per i consumatori”.

Di questa terribile epidemia, al momento, non si vede la fine

“Questa è la peggiore in assoluto, sia per diffusione, sia per aggressività del virus, dal momento che può uccidere fino al 100 per cento degli animali di un allevamento – rimarca Barbetta -. Oltre al Basso Veronese, che conta il maggior numero di focolai, a soffrire è anche il Basso Padovano, che attualmente conta oltre 35 aziende agricole colpite. Il virus si è diffuso nonostante le rigide normative e i sistemi di sicurezza attivati dagli allevatori italiani, che sono costantemente soggetti a visite ispettive delle Asl. Probabilmente la causa va ricercata nel fatto che gli animali allevati all’aperto hanno più probabilità di essere contagiati da uccelli migratori. Il risultato è che moltissime aziende avicole si ritrovano da un giorno all’altro con fatturato pari a zero e ciononostante devono continuare a far fronte a spese ingenti per pulire e sanificare gli stabilimenti e pagare le bollette dell’energia elettrica, che hanno subìto rincari abnormi. Chiediamo perciò ristori tempestivi sia per gli allevatori che per il personale, dato che con le aziende chiuse e improduttive il lavoro verrà a mancare. Bisogna considerare che, per far ripartire un allevamento che ha perduto tutti gli animali, ci vorranno mesi. Nella speranza che nel frattempo si riesca a contenere l’epidemia”.

A partire dall’inizio degli anni Duemila, il Veneto è stato coinvolto in numerose epidemie di influenza aviaria, sia a bassa che ad alta patogenicità. Nel 2017 si era assistito all’ultima emergenza epidemica, nel corso della quale erano stati abbattuti milioni di volatili ed era stato disposto il divieto di allevamento all’aperto nelle aree a rischio.

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