Arrivederci Gimondi. Il mito, ora, è immortale

20 ago 2019 – Per Felice Gimondi tifava anche Eddy Merckx. Il Cannibale non sarebbe stato così grande se non avesse avuto un avversario come l’italiano. Così forti tutti e due l’uno dell’altro al punto che ogni sconfitta faceva più ammirato anche Gimondi invece del contrario. Perché c’è modo e modo anche nel perdere e quella frase “stavolta ho perso io”, detta da Eddy Merckx appena saputo della scomparsa del rivale di mille gare diventa più di un omaggio.

Era il ciclismo dei duelli, quello in cui si tifava per uno o per l’altro ma poi si applaudivano tutti e due.

A qualcuno ora manca la biglia preferita, Gimondi: un’istituzione. Gimondi, il Bergamasco di Sedrina che parlava poco e osservava. Ogni tanto borbottava ma al momento giusto sapeva alzare la voce. Quante volte lo abbiamo visto così in occasioni ufficiali o meno.

Voce rude e parole giuste. Il ciclismo a spasso con la storia, e Gimondi, con la sua ultima fuga, ha riunito l’Italia nell’orgoglio del campione, dimostrando la dignità di chi è sconfitto e non si arrende. Non mollava mai Gimondi e non la faceva passare liscia a nessuno.

Felice Gimondi, se passavi in Bianchi, potevi trovarlo lì. A fare cosa? A salutare, a curiosare, a dire la sua. Ed era un momento piacevole dove si finiva per imparare sempre qualcosa. Era legato al marchio di Treviglio così come Coppi, come Pantani. Nomi che sanno di mito, come Gimondi. Nomi che, al momento della morte, sono diventati ancora più mito, come gli eroi dello sport di cui sono già storia.

Quella del ciclismo è una storia speciale, perché si fonde con la storia stessa, specialmente dell’Italia. E Gimondi ce l’ha sottolineato con il suo ricordo. Nell’agosto di questioni politiche di basso livello Gimondi ha rimesso insieme tutti gli italiani, risollevandoli in un accordo più alto e lontano da beghe politiche che sanno di tifosi allo stadio, di insulto.

Ha avuto la forza, con la sua storia, di tirare fuori il meglio dagli italiani pronti alla discussione. Ha rispolverato i ricordi, ha fatto ritrovare quei ritagli di giornali che avevano unito le famiglie. Ha riportato all’attualità un ciclismo che sembrava passato, quello dell’orgoglio.

Ecco, in Gimondi c’erano orgoglio e fierezza che non vogliono dire essere i migliori a tutti i costi. Nella sua storia sportiva lui lo ha sempre ammesso: «Merckx era più forte di me – poi, però, aggiungeva – ma per arrivarmi davanti doveva morirci in bicicletta».

Ci ha insegnato la fierezza di dare il massimo, anche quando il risultato non poteva premiare pienamente.
E quanto è attuale, oggi, questo insegnamento.

Nel giorno del suo funerale lo ricorderemo con una canzone che è diventata un inno.

Ma non mi potrò voltare
Non mi chiamare
Non risponderò
[…]
E tu che mi vuoi lasciare
Non ci provare
Non mi stancherò

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