Domani sarà il 19 giugno, giorno in cui inizieranno le cerimonie di commemorazione in ricordo delle vittime dell’ alluvione del 1996, che colpì duramente il paese di Cardoso ma che si propagò per gran parte della Versilia, seminando morte e distruzione. Vogliamo ricordare coloro che da quella maledetta furia di fango, acqua e detriti non ebbero scampo: Giulia, Alessio, Elena, Valeria, Margherita, Alma, Norma, Amos, Marino, Isolina, Renata, Manuela, Graziana, Valentino.

Il ricordo di questa tragedia è ancora molto forte in ogni abitante del territorio colpito, chi ha visto la morte da troppo vicino, non potrà mai scordare il freddo, il buio, il rumore sordo della furia che l’ accompagnarono. Oggi voglio condividere con voi ciò che vissi in prima persona, durante quei tristi giorni. “Furono giorni terribili, inutile dirlo, ringrazio ancora oggi il cielo di abitare a Seravezza, dove potei solo vedere la forza distruttiva di quel maledetto mostro, senza doverne toccare gli effetti da vicino, ma avevo molti amici a Pontestazzemese e Cardoso, persone care, che non riuscivo a contattare e che si trovavano nelle zone colpite.

Le notizie che si rincorrevano erano terribili. Nei giorni seguenti al disastro, con una mia carissima amica, decidemmo di raggiungere i paesi isolati, a piedi, fin dove ci sarebbe stato consentito. Nei pressi di Ruosina, il primo ostacolo, ci dovevamo arrampicare su una montagna di circa 5 metri, formata da alberi sradicati, detriti e fango, ma si potevano riconoscere chiaramente anche abiti stracciati e oggetti che, normalmente, si tengono sul mobile di casa…da quel momento, iniziai ad avere una vaga misura di quanto fosse realmente accaduto. Prima di proseguire oltre, incontrammo delle donne sedute sui gradini delle case che piangevano disperate. Sentimmo il bisogno di stare loro accanto, per dare un po’ di conforto. In quel momento, conobbi il motivo del loro pianto e mi si spaccò letteralmente il cuore in due. Da pochi istanti era stato ritrovato il corpicino di un bambino, al di là del fiume, dove prima dell’alluvione si trovavano dei laboratori. Fu terribile sapere che quel bambino non sarebbe mai cresciuto, non sono più riuscita a dimenticarmi di lui. Ogni volta che percorro quella stessa strada, istintivamente, anche a distanza di moltissimi anni, mi giro sempre dalla parte oltre il fiume, ricordando quel piccolo angelo.

Proseguimmo e riuscimmo a raggiungere i nostri conoscenti, i quali, per fortuna, avevano bisogno di molte cose, ma erano vivi. Nei mesi successivi, il padre di quel bambino, percorse, quasi ogni giorno, il letto del fiume per cercare la madre, che non fu mai più trovata. Con il suo dolore, sempre composto, frugava in ogni anfratto del fiume con il bastone in mano, sotto ogni cumulo di detriti, per cercare anche la più piccola traccia che potesse ricondurlo a lei, la sua compagna di vita, la stessa che al momento del disastro era abbracciata al suo bambino. Ogni volta che passeggiavo per il centro storico, potevo trovare questo signore nel fiume, attento ad ogni particolare, con la faccia scolpita dall’immenso dolore di chi ha perso tutto ed è condannato comunque a vivere.

Mai mi sarei immaginata che potesse esistere tanto amore, così tanto da vincere la morte e tutto quel nefasto scenario che si era portata con sé”.

Foto di Gian Piero Lorenzoni

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