Accadde Oggi, 8 Ottobre: la Battaglia di Cibalae con la morte di 20.000 Romani  

Ecco come finì e cosa fece terminare veramente,  l’Impero Romano: le continue lotte fratricide per il potere!

di Daniele Vanni

Sulla caduta dell’Impero Romano o meglio della potenza e del potere di Roma che pure durò mille anni in Occidente e fino al 1453, cioè quasi 2200 anni a Costantinopoli, si sono fatte le ipotesi più varie! Ed anche spesso strampalate, dal decadimento dei costumi al saturnismo ed alla susseguente pazzia dei Romani che si approvvigionavano per l’acqua con tubature di piombo che a lungo andare…

Naturalmente nessuno nella storia è riuscito, a mantenere un impero vasto per sempre. Sono caduti quello immenso dei Mongoli, che certo non era radicato ed organizzato come quello di Roma, quello dei Maya, come quello di Alessandro Magno, di Napoleone o i Persiani, quello egiziano, e gli imperi musulmani e poi ottomani…

fa parte della storia. E quanto più un dominio si estende tanto più aumentano le difficoltà. Sono finiti gli imperi coloniali, francese, belga, portoghese, olandese, tedesco…figuriamoci se difficoltà non avevano i Romani un piccolissimo popolo a fronteggiare milioni di “barbari” che premettero sempre su tutti i limes.

Vi sono poi ragioni economiche, soprattutto tra un Occidente che importava sempre più ed un Oriente sempre più ricco.

Una grande parte dello sfaldamento di un impero che si basava su una ferrea disciplina militare, amministrativa ed ideologica, l’ebbe sicuramente il Cristianesimo.

Ma ciò che, a mio modo di vedere, distrusse la supremazia romana, sgretolò assai prima del naturale avvicendarsi della storia, furono le guerre civili, che da subito dopo la vittoria su Cartagine, si scatenarono, prima come vere e proprie lotte di classe, poi per il predominio politico di potenti che si aggregarono ora gli uni contro gli altri e viceversa, poi per l’Imperium! In battaglia, scontri, guerre, nelle quali, – non credo esistano statistiche e calcoli precisi, – ma penso caddero, dalle guerra tra Cesare e Pompeo e poi Filippo e Marco Antonio e Cleopatra fino all’ultimo imperatore Romolo Augustolo, io penso centinaia e centinai di migliaia, forse un milione o due di soldati romani che combattevano contro altri Romani!!

Un giorno tenterò un calcolo all’ingrosso, ma il numero è impressionante, perché nelle battaglie contro gli eserciti nemici, stranieri, barbari, le perdite romane sono sempre relative. Gigantesche quando i migliori soldati del mondo, con le migliori armi, con le stesse tattiche più avanzate dell’epoca e con i macchinari da guerra più all’avanguardia si affrontano tra di loro!!!!

Senza contare che, attorno a queste battaglie, tutte da guerra civile, s’imbastivano tutta una serie di omicidi, suicidi indotti, una quantità impressionante di sicari, sì che all’epoca diNerone, tutta l’antica classe senatoriale, con famiglie, famigli, liberti e clientes, erano state sterminate a partire dalle lotte dei Gracchi!!

Questa è la maggior causa del declino di Roma.

Basta osservare Costantino e la battaglia di oggi.

Costantino, che era andato al potere uccidendo il suocero Massimiano, devastò le città alleate di Massenzio e lo sconfisse a Torino, Verona epoi al Ponte Milvio, dove si affrontarono e decimarono due eserciti romani, ciascuno di 100.000 uomini, nel Nord Italia, e ancora di più a Roma!!

La battaglia di Cibalae fu combattuta l’8 ottobre 316(o forse nel 314, data l’incerta cronologia dell’evento) tra le forze degli imperatori romani Costantino I e Licinio (uno dei quattro Cesari iniziali, assieme a Galerio, Massimino Daia) e terminò con la vittoria di Costantino.Costantino era nuovamente entrato in collisione con Licinio nell’autunno del 316, a seguito del tradimento del cognato Bassiano, istigato da Licinio. Radunò 20.000 soldati dalle province meridionali e, con estrema celerità, entrò nel territorio del suo avversario, in Pannonia, dove Licinio si trovava accampato dopo una campagna contro i Goti. Licinio e i suoi 35.000 uomini incrociarono l’esercito di Costantino nella pianura tra i fiumi Sava e Drava, nei pressi di Cibalae.

La battaglia

Licinio aveva riunito il suo esercito a Cibalae(l’attuale Vinkovci), città della Pannonia,posto su una collina. Stretta è la strada che portava alla città, circondata in gran parte da una palude profonda, larga cinque stadi. Il resto è montagna, dove si ergeva un colle sopra il quale sorgeva la città. Da lì si apriva una pianura vasta e sconfinata nella quale Licinio decise di accamparsi, disponendo le proprie schiere in lunghezza sotto il colle per nascondere la debolezza delle ali (di cavalleria).

Gli arcieri diedero inizio alla battaglia con una serie di lanci, seguiti dallo scontro delle fanterie, che durò l’intera giornata (dall’alba alla sera[3]). La battaglia fu decisa da un iniziale attacco della cavalleria di Costantino (posta dallo stesso in prima fila e comandata dall’imperatore in persona[4]), che attaccò l’ala sinistra, distruggendola, mentre Licinio resisteva al centro. Costantino lo attaccò quindi sul fianco, costringendolo a fronteggiare la nuova minaccia, alla quale seguì una carneficina degli uomini di Licinio: 20.000 di loro morirono, e l’imperatore sconfitto dovette fuggire con la cavalleria verso Sirmio (città della Pannonia bagnata dalla Sava prima di gettarsi nell’Istro), approfittando del calar delle tenebre, ma abbandonando viveri, bestiame ed ogni altro equipaggiamento.

Da Sirmio, Licinio arretrò verso la Tracia dove pensava di raccogliere un nuovo esercito, tagliando dietro di sé il ponte sulla Sava.[5] Costantino una volta conquistati Cibalae e poi Sirmium, fece ricostruire il ponte sulla Sava e mandò 5.000 fanti all’esercito di Licinio per intercettarlo e rallentarne la marcia, ma non furono in grado di raggiungerlo.[6]

Licino decise anche di elevare al rango di co-augusto (o cesare secondo Zosimo) Aurelio Valerio Valente, un atto che mostrava disprezzo per Costantino, il quale rifiutò le offerte di pace di Licinio e lo affrontò nuovamente nella battaglia di Mardia (della fine del 316 o inizi del 317), sconfiggendolo nuovamente e costringendolo ad una pace umiliante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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