Accadde oggi: 8 Gennaio 1944, si apre il Processo di Verona contro i firmatari dell’ordine del giorno Grandi

 

 

Il 25 luglio dell’anno prima si era avuta la caduta del Fascismo.

Con un ordine del giorno ed il “tradimento” che Mussolini conosceva da settimane, se non da mesi!

Adesso, tardivamente, con una giustizia perlomeno sommaria, con la Repubblica di Salò, i Tedeschi volevano, assieme a tutta l’ala intransigente del Fascismo, la resa dei conti, che porterà alla fucilazione di Ciano, genero di Mussolini, e di altri 4 membri del Gran Consiglio

 

di Daniele Vanni

 

 

Il processo di Verona fu un procedimento giudiziario tenutosi, dall’8 al 10 gennaio 1944, nella città veneta che, all’epoca, era sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana (RSI).

 

Il processo si tenne a Verona, in Castelvecchio, nella sala da concerto degli Amici della Musica, dove nel novembre dell’anno precedente aveva avuto luogo il I° (ed unico!) Congresso Nazionale del Partito Fascista Repubblicano (PFR).

Sul banco degli imputati, sei membri del Gran Consiglio del Fascismo, che, nella seduta del 25 luglio 1943, avevano sfiduciato Benito Mussolini dalla carica di Presidente del Consiglio.

 

Dopo l’arresto a Villa Savoia Mussolini considerava conclusa la sua attività e appariva rassegnato a farsi da parte.

Il 12 settembre 1943, dopo vari, incredibili spostamenti!, fu infine liberato al Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi.

Trasferito in Germania, oltre a non mostrare alcun interesse a riprendere la guida del rinato fascismo, non nutriva alcun sentimento di vendetta nei confronti dei gerarchi che lo avevano sfiduciato.

Anzi il 13, ebbe un cordiale incontro con la figlia Edda che, insieme al marito Galeazzo Ciano, era anche lei in Germania.

Il 15 settembre, Mussolini ebbe un incontro con Hitler, dove alla presenza di Rudolf Rahn, già nominato ambasciatore presso il costituendo governo fascista, ebbe, secondo le sue stesse parole, un brusco “richiamo alla realtà“! Nel corso dell’incontro Mussolini dovette accettare i piani di Hitler che comprendevano il processo e la condanna a morte dei gerarchi che lo avevano sfiduciato il 25 luglio.Dai diari di Joseph Goebbels è riscontrabile l’intento punitivo tedesco nei confronti dei firmatari dell’Ordine del giorno Grandi.

 

Sempre in base a quanto riportato nei diari di Goebbels, Mussolini, nel corso del colloquio con Hitler, fece un tentativo di alleviare la posizione di Ciano, accennando al fatto che fosse pur sempre il marito di sua figlia, ma Hitler gli ribatté che ciò non faceva altro che aggravarne la posizione e aggiungendo subito dopo: “Sarò molto chiaro. Se venissero trattati con indulgenza i traditori dell’Italia, questo avrebbe delle serie ripercussioni altrove”.

Il 17 settembre Mussolini si incontrò con Ciano, con il quale ebbe un colloquio. Ciano nel corso del processo di Verona raccontò che Mussolini lo aveva informato di aver interceduto per lui presso Hitler, ma di aver riscontrato anche “ostilità aperta” da parte di Ribbentrop.

 

Oltre ai Tedeschi, Mussolini si trovò ad affrontare i desideri di vendetta dei fascisti più estremisti, che, sentendosi traditi, pretendevano punizioni esemplari per i firmatari. Ed in particolare contro Ciano.

Il 18 settembre Mussolini, da radio Monaco, pronunciò il suo primo discorso dopo la caduta del Regime nel corso del quale promise di “Eliminare i traditori; in particolar modo quelli che sino alle ore 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nel Partito e sono passati nelle file del nemico”.

L’ultima aggiunta, pare inserita per cercare di dare copertura a Ciano e agli altri. Ma pare detta da un uomo ormai, totalmente ridotto ad una marionetta in mano dei Tedeschi, diversissimo da quello del Gran Consiglio, del 25 luglio, del quale conosceva le intenzioni e gli esiti da parecchi giorni!!

 

Il 14 novembre 1943, nel corso del Congresso di Verona, fu proposto a gran voce di costituire il Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI, per processare i firmatari dell’Ordine del giorno Grandi dove, data la natura politica del caso, i giudici sarebbero stati nominati direttamente dal Partito Fascista Repubblicano, nove fascisti “di provata fede” che, come assicurò lo stesso Alessandro Pavolini, nuovo segretario del Partito Fascista Repubblicano, offrissero la garanzia di pronunciare sentenza di morte, soprattutto nel caso di Galeazzo Ciano.

 

Critiche aspre furono mosse all’operato di Mussolini, che fu accusato di tergiversare e di voler in realtà salvare gli imputati e Ciano.

Il 17 ottobre 1943, Galeazzo Ciano che ancora si trovava a Monaco di Baviera, in stato di libertà, fu trasferito in Italia a Verona, dove fu ufficialmente consegnato alla polizia della RSI.

In serata fu imprigionato nelle carceri giudiziarie, site nell’ex convento dei Carmelitani Scalzi.

Il 4 novembre 1943, presso il carcere di Padova, furono presi in consegna dal prefetto di Verona, Piero Cosmin, i prigionieri: Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi, Luciano Gottardi e Tullio Cianetti.

 

Emilio De Bono, invece, per tutta la durata dell’istruttoria, per disposizione di Mussolini, fu lasciato nella propria casa a Cassano d’Adda, e solo all’inizio del processo, fu trasferito a Verona.

Nessun altro dei firmatari fu rintracciato.

Il 24 novembre il consiglio dei ministri approvò ufficialmente l’istituzione del Tribunale speciale.

Gli imputati furono sottoposti alla consueta sorveglianza ad eccezione di Ciano davanti alla cella del quale, la N° 27, stavano due Schutzstaffel tedesche.

Il giudice istruttore Vincenzo Cersosimo si occupò di raccogliere la documentazione per l’istruttoria. Cercò innanzitutto i verbali del Gran Consiglio, ma non riuscì a trovare nulla, pertanto si decise a ricostruire le fasi salienti dei fatti, basandosi sulle dichiarazioni rilasciate dagli imputati. L’istruttoria fu completata il 29 dicembre 1943.

 

Il nuovo ministro della Giustizia Piero Pisenti, succeduto a Antonino Tringali Casanova il 4 novembre, a metà dicembre, si recò a Castelvecchio, ove si fece consegnare la documentazione fino a quel momento raccolta da Cersosimo. Lì studiò le carte per ore, poi partì per Gargnano, dove si fece ricevere da Mussolini.

Qui, supportato dal senatore Vittorio Rolandi Ricci, sostenne che il processo eseguito in questi termini non avrebbe avuto base legale.

Infatti, mancavano le prove di collusione tra i firmatari dell’Ordine del giorno Grandi e la casa reale e l’accusa di tradimento non era dimostrabile, perché il Duce era a conoscenza dell’Ordine del giorno Grandi.

 

Secondo Mussolini, questi erano aspetti esclusivamente giuridici (!!) ma politicamente la questione era diversa e non ci si poteva fermare.

Le lettere, oggi note, della Petacci, che sembra senza ombra di dubbio avere più acume politico dell’ex Duce degli Italiani, sono chiarificatrici in che stato di prostrazione, generale, si trovasse Mussolini!

 

A presiedere il tribunale furono chiamati: Presidente del tribunale, Aldo Vecchini (avvocato, Console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) ed ufficiale superiore dell’esercito); Pubblico Accusatore, Andrea Fortunato (docente di diritto) e come Magistrato Inquirente, Vincenzo Cersosimo.

I giudici furono: il generale Renzo Montagna, l’avvocato Enrico Vezzalini; l’operaio Celso Riva, ex sansepolcrista, il generale Domenico Mittica, il seniore della Milizia, Otello Gaddi, il console della Milizia Vito Casalinuovo e il professore Franz Pagliani.

 

Nell’ultima settimana del 1943, gli imputati scelsero i propri avvocati difensori: Arnaldo Fortini di Perugia, per Cianetti; Bonardi di Verona, per Marinelli; Perani di Bergamo, per Gottardi; Bonsebiante di Padova, per Pareschi; Marrosu di Verona, assegnato d’ufficio per De Bono; Paolo Tommasini, assegnato d’ufficio per Ciano, in sostituzione dell’Avv. Paolo Toffanin (1890-1971), fratello del più noto Giuseppe Toffanin, a cui fu proibito con la forza di difendere il suo assistito.

 

“L’operazione Conte”

 

A cavallo tra il 1943 e il 1944, si venne a sviluppare un piano che puntava alla liberazione del conte Galeazzo Ciano, in cambio dei suoi diari, che vedeva coinvolti il tenente colonnello Wilhelm Höttl, capo del servizio segreto tedesco in Italia e Ernst Kaltenbrunner, comandante in capo del Reichssicherheitshauptamt, responsabile delle operazioni dei servizi segreti in Germania e all’estero.

Vi prese parte, con il coraggio della disperazione, Edda Caino.

Si prevedeva un’azione di forza tedesca per liberare Ciano ed acquisire i diari, così come Frau Beetz la propose il 28 dicembre al generale Harster. L’operazione, denominata “Operazione Conte”, avrebbe dovuto svolgersi mantenendo all’oscuro di tutto Hitler, ma fu da questi scoperta e bloccata.

 

8 gennaio – Prima udienza

 

Il processo si aperse l’8 gennaio alle 9.00 del mattino: in aula fu ammesso il pubblico, mentre all’esterno il servizio di vigilanza armato era demandato alla Polizia di Stato, affiancata dalla Polizia federale fascista, sotto il comando del questore Pietro Caruso.

Dopo l’esposizione dei capi d’accusa e l’elenco degli imputati presenti ed assenti, l’avvocato Perani, difensore di Gottardi, pose una eccezione: la competenza del processo doveva essere demandata ad un tribunale militare, poiché molti degli imputati erano militari in servizio.

Questa richiesta scatenò la reazione del pubblico ministero Fortunato: “Da questo banco parte un monito per la difesa: che essa sia all’altezza dell’ora. Non è sollevando questioni pregiudiziali che si aiuta la causa della Patria e della Storia”.

La richiesta fu rigettata dalla corte, dopo che questa si era ritirata in camera di consiglio, per una ventina di minuti.

Si passò quindi ad ascoltare le dichiarazioni degli imputati.

Primo fu Emilio De Bono, poi Pareschi e tutti gli altri.

Ultimo fu Ciano.

Poi furono convocati i teste a deporre.

Primo, Carlo Scorza, giornalista di origini calabresi, ultimo segretario del Partito Fascistache morirà tranquillamente sulla montagna fiorentina nel 1988, dopo essere stato il ras di Lucca. Aver guidato le camice nere lucchesi nella Marcia su Roma, aver diretto l’Intrepido, segretario federale di Lucca dalla tragica spedizione di Valdottavo, dove un falso attentato a camion fascsiti si trasformò in tragedia vera, con un paio di morti ed una tragica “vendetta” con diversi assassinii e moltissimi feriti e manganellati. Responsabile anche dell’agguato, poi rivelatosi mortale, all’On. Amendola, a Montecatini (allora sotto Lucca). Partecipante alla Guerra d’Etiopia e a quella civile spagnola, era stato segretario del PNF dal 19 aprile fino al 25 luglio del 1943.

Rifugiatosi nella sua Calabria e nella città d’origine, Paola, i fascisti lo scovarono e gli uccisero un figlio. Riparatosi in un monastero, gli Americani, a conoscenza del fatto, vi sganciarono 50 bombe da un aereo, ma nessuna esplose! Scoperto ed arrestato dopo la fine della guerra a Varese, evase e scappò in Argentina.

 

Poi vennero ascoltati, Giacomo Suardo, Enzo Galbiati e Ettore Frattari.

 

9 gennaio – Seconda udienza e il memoriale Cavallero

 

Apparve il secondo giorno il “memoriale” di Ugo Cavallero, di cui fu subito data lettura: in esso, era ipotizzato un colpo di Stato con l’intento di sostituire Mussolini alla guida dell’Esercito, stringendo maggiormente l’alleanza con i tedeschi, dimostrando che tentativi di allontanare Mussolini dal governo si stavano sviluppando anche da parte tedesca. Nel memoriale ricorre spesso il nome di Roberto Farinacci: tuttavia egli non fu coinvolto nel processo di Verona poiché non era stato tra i firmatari dell’ordine del giorno Grandi, ma ne aveva presentato uno proprio, che votò da solo. In ogni caso, il procedimento del Tribunale speciale era rivolto solo contro i firmatari e il memoriale fu accantonato.

 

Poi, il giudice Enrico Vezzalini pose alcune domande agli imputati.

Al termine dell’udienza si alzò il pubblico accusatore Fortunato, autore di una durissima arringa, in cui richiese sei condanne a morte, senza attenuanti per nessuno.

Verso la fine dell’arringa, rivolto agli imputati, concluse così:

 

« Così ho gettato le vostre teste alla storia d’Italia; fosse pura la mia, purché l’Italia viva. »

 

A seguire, gli interventi degli avvocati difensori, che sostennero che nessuno degli imputati avesse tradito e che il voto espresso era una interpretazione errata degli obbiettivi dell’ordine del giorno Grandi. L’udienza si chiuse alle 18:00, mancava solo l’intervento del difensore di Cianetti, l’avvocato Arnaldo Fortini, spostato al giorno seguente.

 

10 gennaio – Terza udienza

 

L’udienza riprese alle 10.00, prese subito la parola Arnaldo Fortini, l’avvocato di Cianetti, che ricordò la volontà di non votare alcun ordine del giorno che avrebbe potuto causare la caduta del fascismo e la lettera subito scritta a Mussolini l’indomani mattina per ritirare il voto. Gli altri imputati risposero negativamente alla richiesta di Vecchini di voler aggiungere dichiarazioni. A questo punto la corte decise di ritirarsi per la sentenza, mentre gli imputati vengono accompagnati in un’altra stanza.

 

Le condanne

 

Si votò una prima volta per decidere se l’imputato fosse “colpevole” o “non colpevole”, una seconda volta per decidere se concedere o meno le attenuanti generiche.

Alla prima votazione tutti vennero dichiarati colpevoli, con l’unica concessione delle attenuanti generiche a Tullio Cianetti, condannato a trent’anni (che si sarebbero ridotti a pochi mesi, dato l’evolversi della guerra).

 

La questione delle domande di grazia

 

Prima ancora che fossero firmate le domande di grazia, Pavolini, accompagnato dal suo collaboratore e amico Puccio Pucci, si recò da Mussolini, a riferire le conclusioni del processo.

Subito dopo questo colloquio, mentre ritornavamo a Verona (dove nel frattempo i cinque condannati avevano presentato domanda di grazia), Pavolini raccontò che Mussolini gli aveva detto: “Ero sicuro che la decisione del tribunale straordinario sarebbe stata di condanna di morte. Con questa condanna si chiude un ciclo storico. Come capo dello stato e del fascismo, non dunque come parente di uno dei condannati, ritengo che i giudici di Verona abbiano fatto il loro dovere”.

 

Alessandro Pavolini si dichiarò immediatamente contrario all’inoltro delle domande di grazia.

Per ovviare il conflitto di competenze circa le domande di grazia, si decise di coinvolgere direttamente il ministro della Giustizia Piero Pisenti.

Bisognava lasciar fuori Mussolini.

Si decise pertanto di dare mandato al console Italo Vianini, essendo l’ufficiale più alto in grado, di rigettare le domande di grazia.

Erano circa le ore 8 del mattino.

Alle ore 9 i condannati furono trasferiti al poligono di tiro per l’esecuzione.

La fucilazione

 

Le condanne a morte furono eseguite l’11 gennaio 1944, al poligono di tiro di Forte San Procolo,da un plotone di 30 militi fascisti comandati da Nicola Furlotti: di tale esecuzione resta anche un filmato.

Dei diciannove membri del Gran Consiglio del Fascismo accusati, soltanto sei erano presenti al processo; tra questi Tullio Cianetti che venne condannato a 30 anni di reclusione. Gli altri cinque e cioè: Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi furono condannati a morte e fucilati.

 

Gli imputati assenti, condannati a morte in contumacia, furono: Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Cesare Maria De Vecchi, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Alfredo De Marsico, Alberto De Stefani ed Edmondo Rossoni.

Nessuno di loro venne catturato dalle autorità repubblichine e tutti sopravvissero alla Seconda Guerra Mondiale.

 

 

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