Accadde Oggi, 6 Novembre: 1942, El Alamein: i ragazzi della Folgore finite tutte le munizioni, si consegnano agli Inglesi

 

E sempre di Livorno, nel giorno in cui celebriamo la nascita dell’Accademia Navale, c’è il comando della “Folgore”

E non mancò certo l’eroismo a questi ragazzi-eroi paracadutisti, che lasciati soli, senza camion, nel mezzo al deserto, si consegnarono dopo aver finito le munizioni e distrutte tutte le armi, agli Inglesi, vittoriosi solo per superiorità di mezzi!

di Daniele Vanni 

El Alamein, in arabo: il luogo delle due bandiere 

6 Novembre 1942: Non mancò certo l’eroismo ai ragazzi della Folgore, che lasciati soli, senza camion, oggi, qui, si consegnarono dopo aver finito le munizioni e distrutte tutte le armi, agli Inglesi, vittoriosi per mezzi 

Dopo quella di luglio, che aveva visto inizialmente Rommelattaccare disperatamente per far cedere una linea difensiva molto più forte dei suoi mezzi e per di più rifornita in maniera eccezionale dalle vicine retrovie inglesi e soprattutto americane, la seconda battaglia di El Alamein (23 ottobre – 4 novembre 1942) vide un rovesciamento di protagonisti.

La Regia Marina Italiana aveva ormai esaurito i suoi straordinari sforzi. Era come andare contro un molo, il dover combattere, pur con navi non molto peggiori di quelle inglesi, ma sprovviste di radar!!, anche perché Marconi era mezzo italiano, ma di mamma inglese… i tradimenti dei vertici di “Supermarina” sui quali sono stati scritti volumi e volumi, l’infinita capacità bellica dell’industria americana ed inglese, capaci di sfornare una nave al giorno!

…e la Battaglia dei Convoglivolgeva eroicamente ormai al termine, con la supremazia aerea inglese che, attenuata moltissimo quella tedesca, pressochè inesistente quella italiana (in particolar modo dopo la dipartita forse non casuale di Balbo, assieme al lucchese segretario Quilici, proprio a Tobruch nel 1940) piombava sulle navi italiane e gli eserciti dell’Asse quando e come voleva. Mentre gli approvvigionamenti si facevano ogni giorno più esigui ed inconsistenti. Ma di più! Quei pochi e insufficienti che arrivavano: perlopiù a Tripoli, enormemente distante ed in misura molto minore, perché più lontana dall’Italia, ma più vicina a Malta che inspiegabilmente non era mai stata presa, a Bengasi, dicevo: tutto quel poco che arrivava, doveva poi essere trasportato, senza mezzi adeguati, con la poca benzina e nafta che c’era per un tratto infinito, sul quale si era allungato sciaguratamente il fronte, su istigazione di Hitler, ma anche, fino a quel punto, con la sudditanza di Rommel, che ben cosciente a ciò a cui andava incontro, forse avrebbe dovuto mostrare prima i pugni! Tanto il suo “destino” infame, era già deciso schizofrenicamente a Berlino.

Il 23 ottobre 1942 le truppe britanniche, capita esattamente il quadro che abbiamo sommariamente riassunto e rafforzatisi per terra, per cielo e via Suez, dopo aver preso il controllo dell’Africa Italiana, sotto il comando del generale Bernard Montgomery, sferrarono un poderoso attacco su El Alamein.

Le forze di Rommel, molto inferiori di numero (2 nazioni dell’Asse contro più di 7 nazioni del Commonwealth), inizialmente riuscirono a contenere gli attacchi britannici.

La sapiente disposizione dei campi minati tedeschi, “I Giardini del Diavolo“, com’ebbe a chiamarli Rommel medesimo, facevano sì che i corridoi liberi dagli ordigni non fossero rettilinei, ma sinuosi, e terminassero proprio di fronte ai cannoni anticarro germanici. Nei giorni successivi vi furono numerosi attacchi e contrattacchi che non portarono a risultati apprezzabili. Tuttavia, a seguito di tali attacchi e dell’estrema lunghezza delle linee logistiche italo-tedesche, le forze di Rommel si erano gravemente assottigliate per via della mancanza di approvvigionamenti e rifornimenti, al punto che alla fine di ottobre la forza effettiva di carri armati a disposizione dell’Asse era ridotta a sole 102 unità.

La seconda fase dell’offensiva inglese si svolse lungo la costa.

L’attacco ebbe inizio il 2 novembre 1942.

Il 3 novembre Rommel disponeva ormai di soli 35 carri armati operativi, ottimi per il supporto della fanteria, secondo i suoi attenti piani tattici.

Il 4 novembre dovette ordinare il ritiro.

Che segnava anche il suo ritiro dalla vita!

Il 6 novembre le forze dell’Asse incominciarono una ritirata che segnò una svolta della guerra.

Winston Churchill commentò: “Ora, questa non è la fine, non è nemmeno l’inizio della fine. Ma è forse la fine dell’inizio”.

Si dice che Montgomery abbia a sua volta commentato: “Se gli italiani avessero avuto i nostri mezzi, avrebbero vinto”.

Il risultato disastroso era anche il frutto, oltre della disparità delle forze e della modernità tecnologica, anche della diversa valutazione della Campagna d’Africa.

Sottovalutata, non so attraverso quale ragionamento, da Hitler, se non in un culto dell’olocausto di un popolo, che forse non amava!

Ed anche e soprattutto da Mussoliniche si dissanguò nella Battaglia dei Convogli, con un fanatico spreco, di mezzi navali, senza radar, senza copertura aerea, nel rifornimento di un esercito che non avrebbe mai potuto reggere, ma che spostato sulla difensiva su Malta, la Sicilia ed in Italia, avrebbe sicuramente contrasto per molti più mesi l’avanzata comunque inarrestabile degli Alleati.

Battaglia, l’abbiamo visto, non considerata conclusiva, ma certo fondamentale, per il primo balzo verso l’Europa, da Churchill!

Dopo sei settimane di continui rifornimenti di uomini e materiali l’Ottava armata al comando del generale Montgomery era pronta a colpire secondo il piano operativo previsto dall’operazione Lightfoot: circa 200 000 uomini e 1 000 carri armati di modello recente, tra i quali circa 250/300 M4 Sherman di fornitura statunitense, si mossero contro i circa 100 000 uomini (con poco più di 29 000 tedeschi in condizioni di combattere sui 46.000 che avrebbero dovuto essere in organico) e circa 490 carri, dei quali 211 tedeschi (compresi 38 Panzer IV) e 279 italiani di tipo M14/41, più 35 semoventi 75/18, che, sebbene concepiti come artiglierie mobili, venivano usati in funzione anticarro con buoni risultati.

La superiorità britannica nelle forze corazzate era tuttavia ancor più netta per la qualità del materiale: gli Sherman e gli M3 Grant che Montgomery aveva in linea potevano essere contrastati solo dalla quarantina di Panzer IV e dagli altrettanti semoventi da 75/18, mentre le armi controcarro delle fanterie italo-tedesche erano impotenti contro il 66% dei mezzi corazzati alleati, quasi tutti con corazze frontali spesse 75 mm.

Anche i 554 cannoni controcarro alleati da 2 libbre non erano molto efficaci contro i carri tedeschi, ma gli 849 pezzi da 6 libbre erano molto più potenti e in grado di arrecare seri danni, così come i 52 cannoni medi e gli 832 obici da 25 libbre che componevano l’artiglieria pesante.

Al momento dell’inizio dell’operazione Lightfoot, inoltre, gli Alleati vantavano il dominio dei cieli grazie alla preponderanza numerica della Desert Air Force della RAF (un migliaio tra caccia e bombardieri moderni, in confronto ai centonovantotto della Luftwaffe e della 5ª Squadra aerea), alla vicinanza delle principali basi aeree egiziane e alla pressoché illimitata disponibilità di rifornimenti e carburante.

Sul fronte italo-tedesco infatti, delle 6.000 tonnellate di carburante promesse il 18 agosto dal Comando supremo italiano, in particolare dal maresciallo d’Italia Ugo Cavallero, per il 30 ottobre, non ne erano arrivate che 1 000: il resto era andato perduto con l’affondamento della petroliera Sanandrea (2 411 tonnellate di carburante) e il grave danneggiamento della Panuco (1 650 tonnellate), costretta a rientrare in patria.

Secondo altre fonti questi dati potrebbero non essere esatti, in quanto il 23 agosto 1942 era arrivata a Tobruch la pirocisterna Alberto Fassio, con 2. 749 tonnellate di carburante; la stessa nave ripeteva senza incidenti il trasporto di combustibile a Tobruch il 28 agosto 1942, con 2 040 (per altra fonte 2 635) tonnellate di carburante; ancora il 15 settembre la nave forzò il blocco britannico con 2 265 tonnellate di benzina.

Comunque, poiché a metà agosto le due divisioni corazzate tedesche (15. e 21. Panzer-Division) disponevano di riserve per soli 170 chilometri di autonomia, era evidente che permaneva un serio problema di rifornimenti che avrebbe compromesso le capacità di manovra.

Anche la Luftwaffe venne meno all’impegno, preso con Rommel, di consegnare 500 tonnellate di carburante al giorno e così, al 2 settembre, le truppe tedesche disponevano di una sola giornata di rifornimenti.

I britannici, che (oltre al radar, ai tradimenti e un alto numero di spie altamente specializzate) si avvalevano delle informazioni decrittate da Ultra per conoscere i movimenti navali italiani, affondarono il 27 ottobre la cisterna Proserpina e poco dopo il trasporto Tergestea.

Più avanti sarebbe toccato alle cisterne Luisiana e Portofino (quest’ultima giunta a Bengasi con 2.200 tonnellate di benzina, ma affondata in porto da un bombardamento).

Questo rese la mobilità delle truppe italo-tedesche alla vigilia della battaglia assai limitata, di fatto inesistente in uno scenario come quello desertico.

Non tutte le fonti storiche concordano nel dare però con questa analisi; nell’opera Le operazioni in Africa Settentrionale Vol. III El Alamein (in bibliografia), edito dal Centro Studi dell’Esercito Italiano, le perdite dei convogli nel mese di ottobre vengono stimate al 20% per i rifornimenti e al 22% per il carburante, cosa che implica quindi come la sconfitta non possa essere attribuita del tutto alla mancanza di mobilità.

Lo stato di salute di Rommel, già malato, peggiorò, al punto di richiederne il ritorno in Germania, e il comando dell’Afrikakorps passò il 22 settembre al generale Georg Stumme, un esperto di truppe corazzate; comunque, prima di rientrare, Rommel passò per Roma a riferire della precaria situazione delle truppe impegnate nel deserto, ma senza risultati di maggiore impegno; disse poi:

« Mi ripetevano continuamente «ve la caverete». La fiducia manifestata era lusinghiera, ma un rifornimento soddisfacente mi sarebbe servito di più. »

Alla data del 15 ottobre, il confronto di forze era quindi di 150 000 uomini per l’Ottava armata, contro i 96 000 dell’ACIT, dei quali 24 000 tedeschi.

Gli aerei e le navi di base a Malta, che non era stata neutralizzata come previsto dall’operazione C3, perché gli aerei necessari a quest’ultima erano stati trattenuti in Africa proprio da Rommel per appoggiare l’offensiva, falcidiavano sistematicamente del 50% i convogli di rifornimenti italiani.

In effetti, a causa del rinvio dell’attacco a Malta (poi definitivamente annullato), due reparti d’élite, la divisione paracadutisti “Folgore”e la brigata paracadutisti tedesca Ramcke, verranno inviati a rinforzare l’armata italo-tedesca.

La Folgore era un’unità molto addestrata e disciplinata, priva di qualunque mezzo di trasporto!! e dotata per quanto riguarda l’artiglieria solo di cannoni anticarro da 47 mm.

La brigata tedesca, reduce dall’aviosbarco di Creta e classificata come 1ª Fallschirmjägerbrigade dalla Luftwaffe, alla quale apparteneva come tutte le unità paracadutiste germaniche, prendeva il nome dal suo comandante Hermann-Bernhard Ramcke (soprannominato “sorriso d’acciaio” perché aveva una dentiera di quel metallo, avendo perso i denti in un lancio); anch’essa non era motorizzata e si basava molto su quanto riusciva a reperire sul campo, di solito a spese dell’avversario; il suo simbolo era un aquilone con una “R” al centro.

Non avendo mezzi di trasporto, la Folgore era stata posizionata all’estremo su dello schieramento dell’Asse, nella convinzione esatta di Rommel, che l’attacco fondamentale sarebbe stato invece dalla parte opposta, lungo la costa.

Già però, il 25 ottobre, di fronte all’attacco del XIII Corpo d’armata del generale Horrocks, gli Alleati avevano misurato il coraggio e l’ardore die giovanissimi “parà” italiani, che aveva offerto un’accanita resistenza, sostenuti da raggruppamenti corazzati della 21. Panzer-Division e della Divisione corazzata “Ariete”.

Nonostante l’intervento di centosessanta mezzi corazzati della 7ª Divisione corazzata britannica, l’assalto alle alture di Himeimat era stato respinto!

E non ne avevano certo i mezzi!

Il cannone da 47/32 era inoltre l’arma di calibro maggiore assegnata alle divisioni paracadutisti: ciascuno dei tre reggimenti paracadutisti della 184ª Divisione paracadutisti “Nembo” e della 185ª Divisione paracadutisti “Folgore” aveva in organico un plotone d’accompagnamento su 6 pezzi, mentre ognuno dei due reggimenti di artiglieria divisionali era basato su 3 gruppi di 2 batterie ciascuno tutti armati con il 47/32.

Di progettazione austriaca e poi costruito dalla Breda, utilizzato su tutti i fronti, era in assoluto il pezzo di artiglieria più diffuso tra i reparti del Regio Esercito.

Oltre al pezzo campale, la bocca da fuoco costituiva l’armamento principale dei carri armati M13/40 e M14/41, del semovente d’artiglieria L40.

In Africa Settentrionale fu installato sulle camionette desertiche Fiat-SPA AS42 “Sahariana”, AS37 e AS43, oltre ad essere sperimentato sulla blindo AB41; in questa configurazione di autocannone risultò particolarmente efficace negli immensi spazi della Libia e dell’Egitto.Il cannone armava anche i reparti della MVSN, il Reggimento San Marco della Regia Marina, il Regio Corpo Truppe Coloniali e la 1ª Divisione Croata.

Tuttavia, il rapido ispessimento delle corazze dei corazzati e l’entrata in scena di carri di produzione americana, quali Sherman e Grant, lo resero inefficace, nonostante le munizioni EP(effetto pronto) che avevano una certa efficacia. Purtroppo però ne vennero distribuite un numero molto basso, costringendo i serventi a utilizzare normali munizioni HE.

Difatti, il pezzo era stato pensato principalmente come accompagnamento e non come anticarro; di conseguenza, erano state prodotte, soprattutto a inizio conflitto, pochissime munizioni perforanti.

Le granate standard ad alto esplosivo avevano una velocità iniziale di 250 metri al secondo, mentre quelle perforanti ben 635 metri al secondo. Con munizionamento perforante ordinario era in grado di penetrare la corazza frontale dei carri modello Cruiser inglesi delle prime serie (A9/10/13) a distanze variabili tra i 900 ed i 1200 metri. Essendo considerato dagli alti comandi “pezzo di accompagnamento”,le munizioni perforanti formavano una minima parte del munizionamento ordinario e questo ha fatto nascere la leggenda dell’incapacità di tale pezzi di perforare alcunché!!

La mattina del 4 novembre, quando tutte le unità dell’Asse erano in ritirata verso ovest, nonostante l’allucinato ordine del Furher di vincere o morire sul posto! al quale Rommel aveva finalmente deciso di disobbedire, la Folgore resisteva, senza medesimi ordini di Mussolini, sul posto!

Quello di Rommel del resto non era ormai un pensiero isolato!

Sulla quota 44 di Tell el Aqqaqir, durante un furioso combattimento originato alle 02:30 dall’attacco della V Brigata indiana, era stato catturato dalle truppe della 1ª Divisione corazzata britannica il generale von Thoma, comandante dell’Afrikakorps, che uscito illeso da un blindato distrutto dall’artiglieria avversaria e portato al cospetto di Montgomery,

ebbe parole infuocate contro il loro fanatico capo politico!

Molte unità offrirono una caparbia resistenza, ma sopra tutti, i paracadutisti della “Folgore”, che si batterono eroicamente per giorni e giorni subendo gravi perdite infliggendone al nemico anche di maggiori. Combatterono i corazzati britannici con mezzi di fortuna, quali bottiglie incendiarie e cariche di dinamite, avendo solo oltre a queste pochi cannoni anticarro da 47/32 con altrettanto poche munizioni. Esaurite anche queste risorse, i paracadutisti si nascosero in buche scavate nel terreno e attaccarono mine anticarro ai mezzi britannici in movimento (i resti della “Folgore” si arrenderanno solo il 6 novembre dopo aver distrutto le proprie armi rese inutili dall’esaurimento delle munizioni). 

Oltre 30.000 soldati italiani, non avendo mezzi di trasporto si dovettero arrendere.

Anche le unità tedesche combatterono ai limiti delle loro possibilità ma, avendo le divisioni di fanteria una propria dotazione di mezzi di trasporto, diversamente dalle divisioni italiane, riuscirono a sganciarsi.

La Brigata paracadutisti Ramcke, appiedata e a ranghi ridotti dagli estenuanti combattimenti, riuscì ad assaltare un convoglio britannico e a procurarsi così i mezzi necessari per lo sganciamento. I soldati e i comandanti italiani, tra cui il generale Barbasetti, lamentarono in seguito che nel ripiegamento i tedeschi si impossessarono di ogni mezzo disponibile, negando sistematicamente ogni aiuto agli italiani. Anche se ad onor del vero, diversi dei mezzi italiani “requisiti” erano inservibili, guasti, danneggiati e riparati prontamente sul campo dalle officine tedesche.

Per l’Asse ci furono: 10 000 morti, 15 000 feriti e 34 000 prigionieri.

Gli Alleati persero 13 560 uomini tra morti, feriti e dispersi, corrispondenti a circa il 10% delle forze schierate. Dei cinquecento carri messi fuori uso, circa trecentocinquanta vennero recuperati grazie alle officine mobili e al possesso del campo di battaglia. Andarono persi anche circa cento cannoni.

Ma la capacità operativa dell’Ottava armata era quindi praticamente intatta e si era gettata all’inseguimento di ciò che restava dell’ACIT.

Gli Americani avevano ritardato (anche su richiesta di Churchill che voleva una vittoria tutta britannica anche se con tanti mezzi, tecnologia e rifornimenti americani? o solo per opportunismo per far fare il lavoro sporco ad altri?) di tre o quattro giorni lo sbarco in Marocco ed Algeria per prendere, il 7-8 di novembre, alle spalle il nemico in fuga e tagliargli la strada per i porti per i rifornimenti che ormai non potevano quasi più arrivare, distanti 1000 Km. da Bengasi 1800 da Tripoli!!

Penso che un giorno dovrà essere cambiata la scritta sul cippo commemorativo che delimita il sacrario ed il punto di massima inutile penetrazione italiana a 111 chilometri da Alessandria: “Mancarono i mezzi, non il valore!”.

 

 

 

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