Accadde oggi, 6 Gennaio: le origini della Befana

 

Le origini religiose, pagane e cristiane del giorno dedicato alla “Vecchia” che distribuisce doni, volando sulla “scopa”!

 

di Daniele Vanni

 

Ed eccoci alla Befana!

Festa dei bambini innanzitutto. Magari una volta. Quando con gioia e trepidazione, si ricevevano qualche arancio, delle noci ed altra frutta secca: quella che c’era, rara e di stagione. Oggi davvero le stagioni non ci sono più. E neanche la gioia di quei bimbi, ai quali nessuno e niente rende più quelle emozioni di un tempo! Che sembravano roba antica, superata, ingenua.

Figuriamoci la paura del carbone!

Un monopattino artigianale e non con motore e luci cinesi, un trenino anche a molla, faceva fare con la mente viaggi, di cui nessun gioco ipnotizzante su quei monitorini che sono più attrattivi di una mammella di Mamma di un tempo! Anche se oggi hanno un regalo al giorno e l’iphone a 10 anni ed anche prima! E quindi comne credere ad una vecchina brutta, ma buona che porta i regali da camini che non ci sono più e che hanno lasciato il posto a pompe di calore o nel migliore die casi al pellet, dove almeno si vede la fiamma!

Certo una volta, in questa notte fatata i bambini si emozionavano davvero! in mille tradizioni diverse, in mille usanze e riti che erano anche cristiani!

Infatti il 6 Gennaio era il giorno dell’Epifania, cioè del manifestarsi del appalesarsi (da “epifaino” che in greco sta per “mostrarsi”): questa avveniva con l’arrivo alla mangiatoia (il Vangelo di Matteo in vero, parla di casa) dei Tre Magi che con i loro regali, da re appunto e da Salvatore che deve immolarsi, rivelano la vera Essenza di quel Bambinello.

 

Nel Cristianesimo, è indubbio, confluirono tante religioni, superstizioni e credenze ataviche precedenti.

Soprattutto, nella sua culla primigenia, l’Anatolia prima e poi la capitale del mondo di allora, Roma, confluì nella nuova religione (a volte naturalmente, molte volte ad arte!) molto di ciò che proveniva dal Paganesimo, dalle religioni etrusche o dell’Egitto, dal Mitraismo, culto del dio iranico Mitra, originario delle comunità persiane dell’Asia minore, ciò che veniva dall’Est e dal Nord celtico, dal Sud egiziano.

E qui troviamo, in ben più di un caso, Donne o divinità pure, caste, vergini, che danno alla luce Bambini predestinati, resurrezioni, riti, come la nostra Messa, che ripetono questa nuova Alleanza…

 

Ad esempio, diamo uno sguardo più attento a Baldassarre, Melchiorre e Gasparese.

Questi saggi maghi, sono seguaci di una religione e filosofia, sorta in Iran ben sette secoli di Cristo, lo Zoroastrismo, con il suo profeta Zaratustra così caro a Nietzsche, che nel suo libro profetico, l’Avesta, dipinge il mondo in eterna lotta tra bene e male, attraverso tre ere: la creazione, il mondo presente, in cui il Bene e il Male si mescolano e si fronteggiano, l’era finale, in cui il Bene e il Male saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’intervento di un Saoshyant (“Salvatore”), nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale!

Non dimentichiamoci allora che i Re Magi, giunti a Betlemme, proprio la dodicesima notte, e che dimostrano con i loro doni che Gesù è veramente re e dio e che risorgerà, erano seguaci di Zoroastro!

Zoroastro che, come affermato dopo molti secoli dal Cristianesimo, per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale in cui l’uomo, al cospetto di Dio, deve rispondere delle sue buone e cattive azioni.

 

Ecco allora che cominciamo ad entrare di più nella Befana: da Epifania, cioè dimostrazione di chi è veramente il Bambin Gesù. Arrivo dei Re Magi.

 

La Befana, è infatti, la corruzione lessicale di Epifania (dal greco ἐπιφάνεια, epifáneia) attraverso bifanìa e befanìa, (per primo usarono questo termine ormai diffuso poeti come il Berni da Lamporecchioo Agnolo da Firenzuola) è una figura folcloristica legata alle festività natalizie, tipica di alcune regioni italiane e diffusasi poi in tutta la penisola italiana, meno conosciuta nel resto del mondo.

 

Secondo la tradizione, si tratta di una donna molto anziana che vola su una logora scopa, per fare visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’Epifania) e riempire le calze lasciate da essi, appositamente appese sul camino o vicino a una finestra.

Generalmente, o meglio: una volta!! i bambini che durante l’anno si sono comportati bene ricevevano dolci, caramelle, frutta secca o piccoli giocattoli. Al contrario, coloro che si sono comportati male, dovrebbero trovare le calze riempite con del carbone.

 

Quindi adesso dobbiamo capire chi è questa vecchina volante, il perché dei doni!

 

L’origine di tutto questo, probabilmente è connessa ad un insieme di riti propiziatori pagani, risalenti al X-VI secolo a.C., in merito ai cicli stagionali legati all’agricoltura,ovvero relativi al raccolto dell’anno trascorso, ormai pronto per rinascere come anno nuovo, diffuso nell’Italia Centrale e meridionale, quindi successivamente in tutta la penisola, attraverso un antico Mitraismo e altri culti affini, legati all’inverno boreale.

 

Gli antichi Romani ereditarono tali riti, associandoli quindi al calendario romano, e celebrando, appunto, l’interregno temporale tra la fine dell’anno solare, fondamentalmente il solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus.

Abbiamo visto, parlando del  Natale, come questa data fosse il risultato del momento del solstizio d’inverno, con i culti del Dio Mitra e del Sol Invictus, cioè il sole che dopo aver toccato il punto più basso sull’orizzonte, ora “rinasce” dandoci speranza di un’altra primavera!

 

La dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura attraverso Madre Natura.

In un giorno in cui si celebrava la Dea Vica Pota (alata e quindi volontà) divinità dell’abbondanza, della conquista e della vittoria.,

I Romani credevano anche qualcosa di più: che in queste dodici notti (il cui numero avrebbe rappresentato sia i dodici mesi dell’innovativo calendario romano nel suo passaggio da prettamente lunare a lunisolare, ma probabilmente associati anche ad altri numeri e simboli mitologici) delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei futuri raccolti, da cui il mito della figura “volante”.

Secondo alcuni, tale figura femminile fu dapprima identificata in Diana, la dea lunare non solo legata alla cacciagione, ma anche alla vegetazione, mentre secondo altri fu associata a una divinità minore chiamata Sàtia (dea della sazietà), oppure Abùndia (dea dell’abbondanza).

 

Per i regali, già abbiamo visto la storia del bosco della Dea Strenia, poi divenuta: strenna! festa con scambio di doni (a volte anche scherzi) nel nuovo inizio d’anno quello del calendario di Cesare ora festeggiato in onore di Giano.

Ma i regali invernali beneauguranti, come le lenticchie, l’uva passa e i doni in genere stavano a significare, nel mondo contadino, che l’anno passato erastato così abbondante che nel culmine della stagione buia, non solo ci sono ancora riserve, ma si possono addirittura regalare!

Per essere di buon auspicio per la nuova primavera che gli antichi non sapevano con certezza che sarebbe arrivata!

 

Già a partire dal IV secolo d.C., l’allora Chiesa di Roma cominciò a condannare tutti riti e le credenze pagane, definendole un frutto di influenze sataniche.

Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni, che sfociarono, a partire dal Basso Medioevo, nell’attuale figura, il cui aspetto, benché benevolo, fu chiaramente associato a quella di una strega: non a caso, fu rappresentata su una scopa volante, antico simbolo che, da rappresentazione della purificazione delle case (e delle anime), in previsione della rinascita della stagione, fu successivamente ritenutostrumento di stregoneria, anche se, nell’immaginario, la Befana cavalca la scopa al contrario, cioè tenendo le ramaglie davanti a sé.

 

L’aspetto da vecchia sarebbe anche una raffigurazione simbolica dell’anno vecchio: una volta davvero concluso, lo si può bruciare, così come accadeva in molti paesi europei, dove esisteva la tradizione di bruciare dei fantocci vestiti di abiti logori, all’inizio dell’anno (vedi, ad esempio, la Giubiana e il Panevin o Pignarûl, Casera, Sega o Brusa la vecia, il Falò del vecchione che si svolge a Bologna a capodanno così come lo “sparo del Pupo” a Gallipoli, oppure il rogo della Veggia Pasquetta che ogni anno il 6 gennaio apre il carnevale a Varallo in Piemonte). I

n molte parti d’Italia, l’uso di bruciare o di segare in pezzi di legno un fantoccio a forma di vecchia (in questo caso pieno di dolciumi), rientrava invece tra i riti di fine Quaresima. In quest’ottica, anche l’uso dei doni assumerebbe, nuovamente, un valore propiziatorio per l’anno nuovo.

Secondo una versione “cristianizzata” di una leggenda risalente intorno al XII secolo, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.

I bambini usarono poi, mettere delle scarpe e/o delle calze fuori dall’uscio di casa, proprio perché sarebbero servite come ricambio durante il lungo errare della vecchietta; ma, se quest’ultima non ne avesse avuto bisogno, le avrebbe lasciate lì, riempite appunto di dolci.

 

 

Condannata quindi dalla Chiesa, l’antica figura pagana femminile fu però accettata gradualmente nel Cattolicesimo, come una sorta di dualismo tra il bene e il male.

Già nel periodo del teologo Epifanio di Salamina, la stessa ricorrenza dell’Epifania fu proposta alla data della dodicesima notte dopo il Natale, assorbendo così l’antica simbologia numerica pagana.

 

Il carbone – o anche la cenere – da antico simbolo rituale dei falò, inizialmente veniva inserito nelle calze o nelle scarpe insieme ai dolci, in ricordo, appunto, del rinnovamento stagionale, ma anche dei fantocci bruciati.

Nell’ottica morale cattolica dei secoli successivi, nella calze e nelle scarpe veniva inserito solo il carbone come punizione per i soli bambini che si erano comportati male durante l’anno precedente.

 

Il nome “befana” poi, inteso come il fantoccio femminile esposto la notte dell’Epifania, era già diffuso nel dialettale popolare del XIV secolo, specialmente in Toscanae nel Lazio settentrionale, quindi utilizzato per la prima volta in italiano da Francesco Berni nel 1535, quindi da Agnolo Firenzuola nel 1541.

Nel XVIII secolo una Istoria delle Befane fu scritta dall’erudito fiorentino Domenico Maria Manni.

 

Nei secoli più recenti, innumerevoli e largamente diffuse sono le rappresentazioni italiane della Befana, spesso si tratta di un figurante che si cala dal campanile della piazza di un paese, oppure di vecchiettine travestite per distribuire dolci e doni ai bambini. Vi sono ancora taluni rari luoghi in cui è rimasto, nel linguaggio popolare, il termine Pefana come, per esempio, nel paese di Montignoso, nel resto della Provincia di Massa-Carrara, in quella della Spezia nonché in Garfagnana e Versilia, con tradizioni non in linea con le consuete celebrazioni dell’Epifania.

 

Nel 1928, il regime fascista introdusse la festività della Befana Fascista, dove venivano distribuiti regali ai bambini delle classi meno abbienti. Dopo la caduta di Mussolini, la Befana fascista continuò ad essere celebrata nella sola Repubblica Sociale Italiana.

 

 

L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi.

Fata, maga, generosa e severa… ma chi è, alla fine? Bisogna tornare al tempo in cui si credeva che nelle dodici notti fantastiche figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri.

Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea lunare legata alla vegetazione, altri invece una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia).

La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche, ma il popolo non smise di essere convinto che tali vagabondaggi notturni avvenissero, solo li ritenne non più benefici, ma infernali. Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra Befana. C’è chi sostiene cheè vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume cosi una funzione apotropaica e lei diventa figura sacrificale. E a questo può ricollegarsi l’usanza di bruciarla.

 

Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura.

La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri, come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo.

In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio

La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell’anno vecchio, pronta a sacrificarsi, per far rinascere un nuovo periodo di prosperità.

Sega La Vecchia nell’Emilia è anche l’ultimo giorno di vera festa, l’ultimo in cui si tiene l’albero di Natale o il Presepe a casa.

 

 

 

 

 

 

 

Rappresentazione di tre befane, ognuna sulla propria scopa.

 

 

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