Accadde Oggi, 5 Gennaio: 1463, Francois Villion, uno dei più grandi poeti di sempre, viene bandito da Parigi

 

François Rabelais, Robert Louis Stevenson, Bertolt Brecht, Ezra Pound, Claude Debussy, Georges Brassens, Léo Ferré, Bob Dylan, Fabrizio De André…solo per citare alcuni grandissimi artisti si sono “rifatti” a lui (che in poesia, dove c’è la “licenza poetica” sta spesso per: scopiazzare!) o hanno a lui dedicato opere o rifacimenti.

 

di Daniele Vanni

 

 

François Villon, vero nome di François de Montcorbier o François de Loges (Parigi, 8 aprile 1431 o 1432 – dopo l’8 gennaio 1463) è stato un grande poeta francese.

 

Studente dell’Università di Parigi, laureatosi alla facoltà di Lettere a 21 anni, in un primo tempo condusse al Quartiere Latino una vita allegra da studente indisciplinato.

Per quattro volte fu arrestato per episodi di malavita, fino a essere condannato a morte, ma riuscì sempre a farsi rilasciare.

 

A 24 anni, uccise un prete in una rissa, probabilmente per difesa, e fuggì da Parigi.

Amnistiato, dovette esiliarsi nuovamente l’anno successivo, dopo lo svaligiamento del Collège de Navarre.

Accolto a Blois, alla corte di Carlo d’Orléans, il principe-poeta, non riuscì a fare carriera.

Condusse allora una miserabile vita errante, sulle strade.

Imprigionato a Meung-sur-Loire, liberato all’avvento di Luigi XI, ritornò a Parigi dopo sei anni d’assenza.

Nuovamente arrestato in una rissa, venne condannato all’impiccagione. Dopo l’appello, il Parlamento cassò il giudizio e lo bandì per dieci anni dalla città.

Aveva allora 31 anni; a quel punto se ne persero completamente le tracce (o meglio, non si può ricostruire la sua possibile vita ulteriore, a causa della totale mancanza di documenti originali, che l’attestino).

 

Villon però conobbe una celebrità immediata.

Le Lais,(la parola proviene dal celtico laid, “canto”: erano composizioni poetiche, spesso musicali, eseguite con l’arpa o con la viola, in Villion piene di allusioni oscene e riferimenti scherzosi per noi molte volte incomprensibili! scritte per farlo ricordare, agli amici, dopo la fuga da Parigi) poema giovanile, e Le testament, sua opera principale, furono stampati a partire dal 1489, quando Villon avrebbe avuto 58 anni, se fosse stato ancora in vita.

Trentaquattro edizioni si susseguirono fino alla metà del XVI secolo.

 

Le uniche fonti contemporanee di cui si dispone circa la sua vita, oltre alle sue opere, sono sei documenti amministrativi relativi ai processi: il resto fa parte della «leggenda Villon», che ben presto prese vita, alimentata dall’autore medesimo attraverso la sua produzione letteraria e fatta, a seconda delle epoche, di immagini differenti: dal burlone, al truffatore, al poeta maledetto.

 

La sua opera non è di facile comprensione.

La sua lingua non è sempre accessibile.

La sua arte del doppio senso e dell’antifrasi rendono spesso difficili i suoi testi, sebbene l’erudizione contemporanea abbia chiarito molte delle sue oscurità.

In carcere scrisse le sue opere maggiori.

 

La sua opera più conosciuta è La ballata degli impiccati(Ballade des pendus 1462; tuttavia, il titolo autentico di questo testo, come risulta dai manoscritti, è L’Épitaphe Villon).

 

Della vita, non si sa in definitiva molto, eccetto che nacque a Parigi da umile famiglia, probabilmente l’8 aprile del 1431; ma la data di nascita è comunque dibattuta (1431 o 1432); quella di morte, poi, è addirittura sconosciuta, poiché dopo i 31 anni non si hanno notizie certe sulla vita del poeta.

 

Nato sotto l’occupazione inglese, orfano di padre, fu affidato dalla madre, povera donna analfabeta e pia – per la quale avrebbe poi scritto una delle sue più famose ballate:

 

Femme je suis povrette et ancienne,

 

Qui riens ne scay; oncques lettre ne leus

 

ad un benefattore, mastro Guillaume de Villon (del quale avrebbe più tardi assunto il nome, nel 1456), cappellano di Saint-Benoît-le-Bétourné, chiesa sul ciglio della popolosa rue Saint-Jacques, nei pressi del Collège de Sorbonne, nel cuore del quartiere universitario, così chiamata perché il suo coro, mal realizzato, in origine non era orientato a est bensì a ovest. Il suo tutore era una personalità importante, laureato in Lettere (Maitre ès art), baccelliere in diritto, titolare di una delle cappelle e beneficiario dei relativi introiti (possedeva varie case, che concedeva in fitto), era anche docente di diritto e rappresentava la comunità come procuratore. Le sue conoscenze e il suo credito aiutarono Villon a tirarsi fuori da «molte agitazioni». S’incaricò della sua istruzione primaria; poi, quando ebbe all’incirca vent’anni, lo mandò a studiare alla Facoltà di Lettere di Parigi, affinché accedesse allo status privilegiato di chierico.

Nel 1449, Villon ottenne il baccalauréat, e nel 1452, a 21 anni, il secondo grado, la Maîtrise ès arts, che fece di lui un chierico, Dominus Franciscus de Montcorbier, portatore di tonsura; può così godere di un beneficio ecclesiastico e accedere alle altre.

All’epoca l’Università di Parigi era un vero e proprio Stato con numerosi privilegi (i suoi membri potevano essere giudicati solo da un tribunale ecclesiastico). I chierici comprendevano quasi tutta la nazione intellettuale; ma i diplomati, troppo numerosi, vivevano nella miseria e prendevano cattive strade: era anche la classe per eccellenza degli scapestrati e talvolta dei vagabondi.

L’epoca in cui Villon studiava era un periodo di grandi turbolenze universitarie. I disordini studenteschi si moltiplicavano. Ci furono scontri con la polizia, fino a giungere, tra il 1453 e il 1454, alla soppressione pura e semplice dei corsi, dovuta a un lungo sciopero dei docenti. Villon trascurò allora i suoi studi (probabilmente studiava teologia, aspirando a un titolo più alto) per affrontare l’avventura. Più tardi avrebbe parlato con rimpianto di quest’epoca.

 

Il 5 giugno 1455, sera del Corpus Domini, avvenne l’episodio che gli cambiò la vita: Villon uccise un prete, che forse lo aveva aggredito per primo con una spada, in una rissa.

Per timore della giustizia, Villon lasciò Parigi e si nascose per sette mesi. Grazie alle conoscenze di Guillaume de Villon, nel gennaio del 1456 ottenne dalla cancelleria reale delle lettere di condono.

Villon ritornò a Parigi e riprese possesso della sua stanza al chiostro di Saint-Benoît; tuttavia, a causa del crimine che aveva notoriamente commesso, non poteva riprendere la sua vita privilegiata di insegnante al Collège de Navarre, o comunque ottenere un impiego dignitoso. Pertanto, dovette guadagnarsi la vita cantando nelle taverne.

 

Villon trascorse l’anno 1456 a Parigi fino a circa il giorno di Natale, allorquando lasciò di nuovo la città.

Nel primo episodio dei suoi guai con la giustizia, «la femme Isabeau» viene solo citata di passaggio ed è impossibile stabilire quale fosse il suo ruolo nell’innesco della rissa; stavolta, invece, Catherine de Vaucelles, da lui più volte menzionata nelle sue poesie, fu la causa dichiarata di una zuffa, nella quale Villon venne bastonato così duramente, da dover fuggire ad Angers, dove viveva un suo zio monaco, per evitare il ridicolo.

Il poeta lasciò dunque Parigi per sfuggire a un’amante, come scriveva ne Le Lais («Il Lascito»), conosciuto anche come Petit testament («Piccolo testamento»), poesia maliziosa e salace, nella quale si congeda dai suoi conoscenti, amici e nemici, facendo a ciascuno un lascito immaginario, ironico, pieno di sottintesi e di equivoci.

 

All’incirca il giorno di Natale del 1456, Villon e i suoi complici scassinarono i forzieri del Collège de Navarre, il più ricco e il più vasto dei collegi parigini, per rubare 500 scudi d’oro dai forzieri della sacrestia.Il furto venne scoperto solo a marzo e fu aperta un’inchiesta senza che gli autori fossero identificati. Ma a giugno Guy Tabarie, complice troppo chiacchierone, fu arrestato su denuncia. Torturato allo Châtelet, denunciò i suoi complici. I reali motivi della partenza di Villon sarebbero dunque quelli di sfuggire alla giustizia e preparare un nuovo furto ad Angers.

 

Il poeta non sarebbe forse stato un ladro di professione; egli avrebbe voluto soltanto procurarsi una certa somma di denaro, per poter realizzare uno dei suoi sogni: cercare di entrare a far parte, ad Angers, della corte del re Renato d’Angiò, mecenate che s’interessava alle arti e alle belle lettere, e diventare poeta di corte.

 

Quel che è certo, è che Villon non poté più tornare a Parigi dopo l’arresto di Tabarie. Fu costretto a condurre una vita errante e miserevole sulle strade. Questo esilio durò sei anni, durante i quali si persero le sue tracce.

 

Un fatto è sicuro: le sue peregrinazioni lo condussero, nel dicembre 1457-gennaio 1458, a Blois, alla corte del duca d’Orléans.

Carlo d’Orléans, nipote di Carlo V, aveva all’epoca 63 anni e non era ancora padre del futuro Luigi XII. Era rimasto prigioniero degli Inglesi per venticinque anni, aveva scritto poesie per distrarsi ed era divenuto il primo poeta della sua epoca.Tornato in Francia, fece della sua corte il punto di riferimento di tutti i fini rimatori dell’epoca, che da lontano vi si recavano con la certezza di essere bene accolti.

Per lui, Villon scrisse molto: ad es. nelle cosiddette Ballades des contradictions, scritte a più mani, su un tema dato da Carlo d’Orléans imponendo il gioco delle contraddizioni: ad es. «Muoio di sete presso la fontana».

Ma negli scritti del re, Villon è a sua volta rimproverato da Carlo e da uno dei suoi paggi che, senza nominarlo, lo accusano di menzogna e di arrivismo in due ballate. Molto probabilmente, egli abbandonò la corte di Blois poco dopo questo episodio.

 

Lo si ritrova a Meung-sur-Loire, imprigionato durante l’estate 1461 nella segreta della prigione del vescovo di Orléans,Thibault d’Aussigny, «la dura prigione di Meung», nutrito … d’une petite miche

 

S’ignora cosa avesse commesso (probabilmente, un altro furto in una chiesa). Per l’occasione, sarebbe stato privato della sua qualità di chierico dal vescovo

 

Villon riteneva profondamente ingiusta ed eccessivamente severa la sanzione e la pena inflittagli da Thibault d’Aussigny; è dalla prigionia di Meung che occorre datare tutte le sue disgrazie.

Egli considerò il vescovo responsabile del suo decadimento fisico e morale e ne fece l’oggetto del suo odio nel Testament.

 

 

Il 2 ottobre 1461, il nuovo re Luigi XI fece il suo ingresso a Meung-sur-Loire. Come usanza richiedeva, allorché un sovrano faceva il suo primo ingresso in una città, si liberavano alcuni prigionieri che non avessero commesso delitti troppo gravi, in segno di gioioso avvenimento.

Villon ritrovò la libertà in questa occasione.

Egli ringraziò il re nella «Ballata dei nemici di Francia» e domandò un aiuto finanziario, per poi decidere di raggiungere Parigi, stimando che il suo esilio fosse ormai durato abbastanza.

 

Tornato a Parigi, obbligato a nascondersi giacché la faccenda del furto al Collège de Navarre non era stata dimenticata, probabilmente redasse la Ballade de bon conseil, che lo presentava come delinquente redento, e poi la Ballade de Fortune, che sembra esprimere la sua crescente delusione verso il mondo dei benpensanti, che esita a reintegrarlo.

E soprattutto, alla fine del 1461, iniziò la sua opera principale, Le Testament, pubblicata nel 1489: faceto e satirico, ma anche una straziante meditazione sulla vita e sulla morte.

 

Villon venne nuovamente arrestato il 2 novembre 1462 per un furtarello e imprigionato nella fortezza del Grand Châtelet e dovette promettere di rimborsare una parte dei suoi bottini.

 

Questo periodo di libertà fu di breve durata, giacché alla fine di quello stesso mese venne implicato in una rissa di strada e incarcerato allo Châtelet.

Visti i suoi precedenti, Villon venne sottoposto alla tortura dell’acqua, poi condannato a essere «strangolato e impiccato alla forca di Parigi».Villon presentò appello al Parlamento di Parigi, nei confronti della sentenza, che considerava ingiusta, un «imbroglio». Attendendo nella sua cella la decisione della Corte, compose probabilmente la celebre Quartina e quel brano da antologia che è la La ballata degli impiccati, poesie che sono sempre state fatte risalire a questo momento, dominato più dalla paura che dalla speranza, giacché di norma il Parlamento confermava le pene.

 

Il 5 gennaio 1463, il Parlamento cassò il giudizio reso in prima istanza, ma, «con riguardo alla mala vita del detto Villon», lo bandisce per dieci anni dalla città.

 

Villon dovette lasciare Parigi l’8 gennaio 1463.

A quel punto se ne persero le tracce.

 

Rabelais afferma, senza prove, che il poeta si sarebbe diretto in Inghilterra, poi nel Poitou, dove avrebbe fatto l’autore di teatro sotto falso nome, data la sua propensione a usare pseudonimi.

Altri affermano che andò in Italia, o morì solo ai margini di una strada, malato e povero.

 

La più semplice spiegazione è quindi la sua morte pochi anni dopo. Tuttavia non è mai stato ritrovato alcun documento legale o biografico, e nessun certificato di morte o di sepoltura che faccia luce sulla scomparsa nel nulla di Villon.

 

 

 

La leggenda Villon

 

Villon divenne rapidamente il prototipo popolare del truffatore.

È qui rappresentato in veste di chierico, viso rasato, capelli corti, con indosso un berretto, segno distintivo del laureato in lettere e la veste lunga. Tiene un libro in mano e nell’altra una banderuola sulla quale è scritto il suo nome.

 

E ben presto entra nella leggenda.

Alcune fra le sue ballate erano famose già alla fine del XV secolo.

E come Shakespeare ed altri grandi, si giunge persino a dubitare della sua esistenza o a volerlo riconoscere, alcuni commentatori arrivano perfino a dubitare che sia davvero esistito un uomo chiamato François Villon: con l’ipotesi che «Villon» sia lo pseudonimo di un nobile o di un dotto giurista bene informato sui pettegolezzi della Parigi a lui contemporanea.

 

 

 

Villon, villonner, villonnerie

 

Villon scompare misteriosamente, ma conosce una celebrità immediata.

A partire dal 1489 – avrebbe avuto 59 anni – le sue opere conoscono una ventina di edizioni successive: è considerato il «miglior poeta parigino che si trovi».

 Il suo nome, sinonimo di folle, creatore di tiri e raggir, truffatore, mangiatore a sbaffo, truffone, divenne talmente popolare da entrare nella lingua francese: si dicevavillonner per imbrogliare, ingannare, pagare con moneta falsa. Villon, villonner, villonnerie nel senso di truffatore, truffare, truffa figurano ancora nel dizionario.

 

 

 

Il primo «poeta maledetto»

 

Altre immagini si sarebbero sovrapposte.

Nel XIX secolo, Villon acquisì lo status di primo «poeta maledetto»,declassato sociale, ladro, assassino condannato all’impiccagione, criminale incallito, coquillard, cioè appartenente alla potente banda di malfattori che imperversò in Borgogna, nello Champagne, nei dintorni di Parigi e di Orléans nel corso degli anni quaranta, cinquanta e sessanta del XV secolo. Essi erano così chiamati perché si facevano passare volentieri per falsi pellegrini di Santiago di Compostela sfoggiando delle conchiglie (coquilles)sui cappelli. Non si dispone di alcuna prova che attesti la sua appartenenza a questa associazione di malfattori. Li ha forse frequentati vagabondando sulle strade? Conobbe almeno due di loro…I Coquillards utilizzavano tra di loro un gergo, svelato dal processo contro di loro a Digione nel 1455. Villon conosceva questo gergo, e lo utilizzò in sei ballate!

 

Villon non ha tanto rinnovato la forma della poesia del suo tempo, quanto il modo di trattare i temi poetici ereditati dalla cultura medievale, che egli conosceva perfettamente e che animò con la propria personalità.. Così, egli prese in contropiede l’ideale cortese, rovesciò i valori riconosciuti celebrando gli accattoni destinati alla forca, si concesse volentieri alla descrizione burlesca o alla licenziosità e moltiplicò le innovazioni linguistiche.

Tuttavia, la stretta relazione che Villon stabilisce tra gli avvenimenti della sua vita e la sua poesia lo porta parimenti a far sì, che la tristezza e il rimpianto dominino i suoi versi.

Le testament (1461–1462), che si presenta come il suo capolavoro, s’iscrive sulla falsariga del Lais, scritto nel 1456, che talvolta viene anche chiamato le Petit Testament («il Piccolo Testamento»). Questo lungo componimento di 2023 versi è contrassegnato dall’angoscia per la morte e ricorre, con una singolare ambiguità, a una miscela di riflessioni sul tempo, di derisione amara, d’invettive e di fervore religioso. Questa miscela di toni contribuisce a conferire all’opera di Villon,una sincerità patetica che la rende unica rispetto a quella dei suoi predecessori.

 

Nonostante l’universalità delle preoccupazioni di Villon, bisogna ammettere che prima di tutto scrisse per la sua epoca. Le sue poesie si rivolgono talvolta ai gioviali del Quartiere latino, talvolta ai principi suscettibili di prenderlo sotto protezione.

 

Da un punto di vista formale, egli non pare innovare e prende a suo conto, adattandoli, numerosi generi letterari già vecchi.

 

Per quanto riguarda i temi affrontati, anche in questo caso Villon è ben lungi dal dare una grande prova di originalità. La morte, la vecchiaia, l’ingiustizia, l’amore impossibile o deluso e perfino i tormenti dell’imprigionamento sono tra gli argomenti classici della letteratura medievale.

 

Per cui, cosa rende differente Villon dai suoi contemporanei? Uno che dice: so tutto, ma non so chi sono io?!!

 

Un’opera sottesa da una vita eccezionale.

Perché se, in primo luogo, le tematiche affrontate sono classiche, in pochi le hanno vissute così da vicino e, pur non avendo sempre percorsi facili, la maggior parte degli autori furono abbastanza presto integrati nelle corti di signori, a meno che non fossero essi stessi dei grandi del regno, come, ad esempio, Carlo d’Orléans (il quale, tenuto in ostaggio, conobbe certo un lungo esilio, ma «dorato»). Villon, invece, bruciò la sua vita in fondo alle taverne, in mezzo a mendicanti, banditi e prostitute. Fu più volte imprigionato e sfiorò davvero la morte.

 

«Nell’anno del [suo] trentesimo genetliaco», come spossato da questa vita d’avventure, dalla prigionia, dalla tortura e dal decadimento, compose il suo Testament. Vi traspare quella vita dissoluta che dà ai suoi testi una profondità e una sincerità toccanti,e ciò tanto più che, coscientemente o no, noi leggiamo Villon col metro della sua storia personale.

 

Oltre all’intensità del suo eloquio, ciò che differenzia radicalmente l’opera di Villon da tutta la produzione poetica medievale, è il suo rivendicato carattere autobiografico(anche se, come si è visto, la veracità dei fatti è soggetta a cautela).

 

Insomma, Villon riprese per suo conto la tradizione letteraria, se ne appropriò e la pervertì per farne la portavoce della propria personalità e dei suoi stati d’animo.

 

Venne riscoperto nell’epoca romantica, durante la quale acquisì lo status di primo «poeta maledetto».

Da allora la sua fama non è più calata.

Ispirò i poeti dell’espressionismo tedesco e fu tradotto in numerose lingue (tedesco, inglese, russa, esperanto, spagnolo, giapponese, ceco, ungherese…), il che gli conferì una reputazione mondiale, tanto le sue preoccupazioni sono universali e trascendono le barriere del tempo e delle culture.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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