Accadde oggi, 4 Dicembre: 1563, si chiude il Concilio di Trento

 

Apertosi con enorme ritardo, – le Tesi di Lutero erano state affisse nel 1517! – incapace di una vera e reale riforma, si chiudeva dopo 18 anni, questo Concilio in risposta alla Riforma Protestante, che lasciava il Nord Europa a se stesso, stringendo enormemente sotto una rigida cappa dottrinale i fedeli del Sud e condannandoli ad un ritardo a tutt’oggi incolmabile.

 

di Daniele Vanni

 

 

 

Apertosi il 13 dicembre 1545, dopo 18 anni e 25 sessioni, continuato sotto il pontificato di tre Papi, si chiudeva, il 4 dicembre 1563, ufficialmente, il Concilio di Trento.

 

L’Europa e la Chiesa, che fino alla Riforma Protestante, ne era stata il momento unificante, aveva subito, dopo lo scisma d’Oriente, una lacerazione che l’avrebbe resa molto diversa da prima, più debole, divisa, con lotte nazionali e di religione, che avrebbero finito per cancellarne quel primato, durato quasi fino a ieri, e  che oggi nella globalizzazione selvaggia che viviamo, tanto cominciamo, dopo averlo magari sconfessato e combattuto in quei movimenti ridicoli, come il ’68, così poco lungimiranti, da non avere alcuna visione storica a largo respiro, cominciamo davvero a rimpiangere!

 

Il Concilio di Trento o Concilio Tridentinofu il XIX° concilio ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi cattolici del mondo, per discutere di argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica.

 

Il concilio, che in teoria avrebbe dovuto, appunto!, “conciliare” cattolici e protestanti, era in effetti una “reazione”, tardiva e debole, ad un allontanamento del mondo del Nord Europa che più forte, avanzato, rivendicava una sua autonomia!

 

Si risolse, infatti, in una serie di rigide affermazioni tese a sconfessare tutto ciò che Lutero sosteneva: tutto indirizzato come fu, in una sterile elaborazione concettuale e dottrinale, di riforma formale della Chiesa cattolica, impersonando cioè quel movimento detto della Controriforma, che per rispondere alle dottrine del calvinismo e del luteranesimo cioè la Riforma protestante, finì per accartocciarsi su se stessa, in burocrazia e formalismi di cui proprio non aveva bisogno!

 

 

Il primo ad appellarsi ad un concilio che dirimesse il suo contrasto con il Papa, fu proprio Martin Lutero, già nel 1517: la sua richiesta incontrò subito il sostegno di numerosi tedeschi, soprattutto di Carlo V, che in esso vedeva un formidabile strumento, non solo per la riforma della Chiesa, ma anche per accrescere il potere imperiale.

 

A tale idea si oppose invece fermamente Papa Clemente VIIche, oltre a perseguire una politica filo-francese, ostile a Carlo V, temeva di poter essere deposto (in quanto figlio illegittimo).

L’idea di un Concilio riprese quota sotto il pontificato del successore, papa Paolo III(1534 – 1549).

Egli nel 1537, ma già erano passati vent’anni! convocò quindi prima a Mantova e poi l’anno successivo, a Vicenza, un’assemblea di tutti i vescovi, abati e di numerosi principi dell’Impero, ma senza ottenere alcun effetto (a causa del conflitto tra Francesco I e Carlo V).

Vi erano inoltre differenze di vedute riguardo alle motivazioni e agli scopi del concilio: se Carlo V auspicava la ricomposizione dello scisma protestante, per il papato l’obiettivo era un chiarimento in materia di dogmi e di dottrina, mentre per i riformati era l’attacco dell’autorità del papa stesso.

 

Il fallimento dei colloqui di Ratisbona (1541) segnò un ulteriore passo per la rottura con i protestanti e la convocazione di un concilio fu giudicata improrogabile, per cui Paolo III indisse il concilio a Trento, sede scelta poiché, pur essendo una città italiana, era entro i confini dell’Impero ed era retta da un principe-vescovo; e il Concilio si aprì solennemente a Trento il 13 dicembre 1545, III° domenica di Avvento, nella cattedrale di San Vigilio, a fare gli onori di casa il principe-vescovo Cristoforo Madruzzo.

 

Il primo periodo del concilio si svolse in 8 sessioni solenni a Trento (dal 1542 al 1547) e in altre due a Bologna (dal 1547 al 1549), dove si decise di trasferire il concilio per il timore della peste e per sottrarsi alle ingerenze imperiali.

Il Concilio contò inizialmente pochi prelati, quasi tutti italiani, e fu quasi sempre controllato dai delegati pontifici.

Qui vennero fissati i canoni della Sacra Scrittura e si ribadì la loro ispirazione; viene poi accettata come ufficiale, la versione della Bibbia detta Vulgata e si respinse la dottrina del libero esame delle Scritture, ribadendo che la loro interpretazione spettava alla Chiesa.

 

Si affermò che il battesimo lava dal peccato originale, ma nel battezzato rimane una concupiscenza, fomite (causa, tentazione) del peccato.

Dal quale ci si libera realmente solo con la Grazia.

Condannata quindi la predestinazione ed evidenziato il ruolo della libertà umana nella propria salvezza.

 

Nella seconda fase, con la presenza anche di vescovi imperiali tedeschi, non si approdò a nessuna conciliazione e si riaffermarono il dominio della Chiesa e del Papa, ribadita la presenza reale di Cristo nell’eucarestia, la sua istituzione nell’Ultima cena e la dottrina della transustanziazione; si affermò quindi l’importanza del sacramento e vennero confermate le pratiche di culto e di adorazione ad esso collegate (come l’adorazione eucaristica e la festa del Corpus Domini).

Nelle sessioni successive si riaffermò l’importanza dei sacramenti della penitenza (o confessione) e dell’unzione degli infermi,rifiutati da Lutero ma considerati dalla Chiesa cattolica istituiti direttamente da Cristo.

 

Nella terza fase, si andò invece al rafforzamento della Chiesa di Roma, potenziando il Sant’Uffizio e pubblicando l’Indice dei libri proibiti, un elenco di testi la cui lettura veniva proibita ai fedeli per via di contenuti eretici o moralmente sconsigliabili.

 

Era come se la Chiesa di Roma, non più capace d’imporre il suo potere su quello temporale degli stati del Nord, si rifacesse, stringendoli in una morsa, i suoi “sudditi” degli stati rimasti fedeli!! Rinsaldando gerarchie, serrando i ranghi, formulando i seminari, decidendo i libri che si doveva leggere e quali no, stilando registri dei fedeli, visite vescovili costanti…Più che una riforma, un riassetto da caserma!

 

Nel 1559, divenne quindi papa Pio IV, il qualecon l’aiuto del nipote cardinale Carlo Borromeo, futuro arcivescovo di Milano, riaprì, nel 1562, i lavori conciliari.

Venne affrontata la questione del sacrificio della Messa, considerato memoriale e “ripresentazione” in maniera reale dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, sacerdote e vittima perfetta, condannando con ciò le idee luterane e calviniste della Messa come semplice “ricordo” dell’ultima cena e del sacrificio di Cristo.

Nella XXIII, sessione si riaffermò il valore del sacramento dell’ordine, considerato istituito da Gesù, e la legittimità della struttura gerarchica della Chiesa, costituita in primo luogo dal pontefice romano, successore di Pietro, e dai vescovi, successori degli apostoli. Vennero quindi approvati i decreti di riforma sulla presenza di seminari in ogni diocesi e sull’ammissione dei candidati al sacerdozio.

La XXIV, sessione si soffermò invece sul sacramento del matrimonio, considerato indissolubile secondo l’insegnamento di Cristo, e stabilì le norme per un eventuale suo annullamento; venne poi confermata e resa vincolante l’usanza del celibato ecclesiastico. Si decise inoltre che ogni parroco dovesse tenere un registro dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e delle sepolture. Ai vescovi fu imposto di compiere la visita pastorale ogni anno, completandola ogni due anni.

Nella XXV e ultima sessione, venne infine riaffermata la dottrina cattolica sul Purgatorio e sul culto dei santi, delle reliquie e delle immagini sacre; venne approvata quindi la pratica delle indulgenze. Vennero infine affidate al pontefice e alla curia romana alcune questioni rimaste in sospeso per la mancanza di tempo: la revisione del breviario e del messale, del catechismo e dell’Indice dei libri proibiti.

 

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