Accadde Oggi, 3 Settembre: 1943, a Cassibile, si firma un armistizio così poco chiaro persino agli USA! – 1982, l’uccisione del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa  

 

Oggi, tutti fatti siciliani, per così dire!

A Cassibile, vicino a dove nascono i pomodorini di Pachino o il barocco di Noto, si fece quel bel pasticcio di armistizio, ordito e mal diretto da chi regnava sull’Italia, che se non fosse finito in tragedia per il nostro esercito e poi per la nostra Penisola, poteva essere considerata una farsa.

E poi quell’uccisione, mai chiarita, di un generale che aveva sconfitto le Brigate Rosse, mandato, da chi governava l’Italia, in Sicilia, senza le adeguate copertire.

A Lucca, gli hanno intitolato un ponte che non è servito molto alla Garfagnana. Il suo sacrifico, lo stabilirà la storia, forse non è stato invano, perchè ha dimostrato quello che il Cardinale Pappalardo affermò dal pulpito al funerale: e per l’Italia di quei momenti, era una novità assoluta. Poco dopo s’instaurava il Governo Craxi e le monetine che i Palermitani tirarono ai politici venuti ad esprimere il dolore per la morte del Generale, presto, anche se non prestissimo, rimbalzeranno sul selciato attorno al Presidente del Consiglio.

di Daniele Vanni

L’armistizio di Cassibile (detto anche armistizio corto), fu un accordo siglato segretamente il 3 settembre del 1943,nella contrada Santa Teresa Longarini di Siracusa, distante 3 km dal borgo di Cassibile, località dalla quale l’armistizio prese il nome.

Costituì l’atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità verso gli Alleati durante la seconda guerra mondiale e l’inizio di fatto della resistenza italiana contro il nazifascismo.

Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente datato all’8 settembre, data in cui, alle 18:30 italiane,[2] fu reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, alle 19:42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell’EIAR.

In realtà non era da poco, che re Vittorio Emanuele III ed altri componenti di Casa Savoia intessevano contatti per arrivare ad una pace che mantenesse il regno nelle loro mani e la destituzione del duce. Maria

Josè di Savoia, moglie del principe ereditario Umberto, già ai primi di settembre del 1942, aveva avviato, tramite Guido Gonella, (poi segretario della DC e varie volte ministro) contatti con il Vaticano, nella persona di Monsignor Giovanni Battista Montini, (poi Papa) auspicando di potersi avvalere della diplomazia papale quale tramite per aprire un canale di comunicazione con gli Alleati (in particolare con l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Myron C. Taylor) al fine di far uscire l’Italia dalla seconda guerra mondiale.

Per questo fu avvicinato Dino Grandi, uno dei gerarchi più intelligenti e prestigiosi dell’élite di comando, che in gioventù si era evidenziato come il solo vero potenziale antagonista di Mussolini all’interno del Partito Nazionale Fascista, e del quale si aveva motivo di sospettare che avesse di molto rivisto le sue idee sul regime. A Grandi, attraverso garbati e fidati mediatori fra i quali il Conte d’Acquarone, ministro della Real Casa, e lo stesso Pietro Badoglio, si prospettò l’opportunità di avvicendare il dittatore e si convenne che la stagione del fascismo originale, quello dell'”idea pura” dei fasci di Combattimento, era finita e il regime si era irrimediabilmente annacquato in un qualunque sistema di gestione del potere, avendo perso ogni speranza di sopravvivere a sé stesso.

Grandi riuscì a coinvolgere nella fronda sia Giuseppe Bottai, altro importantissimo gerarca che sosteneva l’idea originaria e “sociale” del fascismo operando sui campi della cultura, sia Galeazzo Ciano, che oltre che ministro e altissimo gerarca anch’egli, era pure genero del Duce. Con essi, diede vita all’Ordine del Giorno che avrebbe presentato alla riunione del Gran consiglio del fascismo il 25 luglio 1943 e che conteneva l’invito rivolto al re a riprendere le redini della situazione politica. Mussolini fu arrestato e sostituito da Badoglio, anziché, come era stato sempre stato prospettato da Grandi.

La nomina di Badoglio non significava una tregua, sebbene fosse un tassello della manovra sabauda per giungere alla pace. Attraverso un gran numero di espedienti, (spesso grotteschi e maldestri e poco segreti!) si cercò un produttivo contatto con le potenze alleate, cercando di ricostruire quei passaggi delle trattative (sempre indicate come spontanee e indipendenti) già intessute da Maria José, consorte di Umberto di Savoia, che potevano stavolta meritare l’avallo del re.

Il generale Castellanofu inviato a Lisbona per incontrare gli inviati alleati, tuttavia, non poté attuare la missione con la speditezza che la drammaticità della situazione esigeva. Castellano, infatti, fu autorizzato a raggiungere il territorio neutrale soltanto in treno, (!) e impiegò tre giorni per raggiungere Madrid e in seguito Lisbona. Castellano non parlava inglese (!) e poté avvalersi come traduttore e assistente del console Franco Montanari (che lo accompagnò in seguito fino a Cassibile). Solo il 19 agosto conferì con i rappresentanti del Comando Alleato. Ripartì il giorno 23, giungendo finalmente a Roma il 27 agosto. La missione era durata quindici giorni (!). Nel frattempo, per affiancare l’inviato italiano, furono mandati a Lisbona, questa volta in aereo, il generale Rossi e il generale Zanussi, che si presentarono ai rappresentanti alleati appena ripartito Castellano per Roma. Questa scelta generò anche una certa perplessità tra gli alleati, che già rimanevano allibiti di tanta approssimazione e dilettantismo. Il tutto,  o quasi, come l’ordine del giorno Grandi, ben conosciuto da Mussolini!|

Il 31 agosto il generale Castellano giunse a Termini Imerese e fu portato a Cassibile, vicino Siracusa.

Castellano chiese garanzie agli Alleati riguardo alla reazione tedesca contro l’Italia alla notizia della firma dell’armistizio (!!) e, in particolare, uno sbarco alleato a nord di Roma precedente all’annuncio (!) cosa che avrebbe richiesto settimane e settimane se non mesi di preparzione!

Da parte alleata si ribatté che uno sbarco in forze e l’azione di una divisione di paracadutisti sulla capitale (un’altra richiesta su cui Castellano insistette) sarebbero stati in ogni caso contemporanei e non precedenti alla proclamazione dell’armistizio.

In serata Castellano rientrò a Roma per riferire: quindi come sostenevano gli Alleati che dubitarono persino della sua firma apposta in calce all’armistizio(!!) avevano di fronte non un plenipotenziario come sarebbe stato consigliabile e d’uopo, ma un generale senza alcun poteredecisionale!

Il giorno successivo Castellano fu ricevuto da Badoglio; all’incontro parteciparono il ministro degli esteri Raffaele Guariglia e i generali Vittorio Ambrosio e Giacomo Carboni. Emersero posizioni non coincidenti: Guariglia e Ambrosio ritenevano che le condizioni alleate non potessero a quel punto che essere accettate! Carboni dichiarò invece che il Corpo d’armata da lui dipendente, schierato a difesa di Roma, non avrebbe potuto difendere la città dai tedeschi per mancanza di munizioni e carburante!!

Badoglio, che nella riunione non si pronunciò, fu ricevuto nel pomeriggio dal re Vittorio Emanuele, che decise di accettare le condizioni dell’armistizio.

Un telegramma di conferma fu inviato agli Alleati; in esso si preannunciava anche l’imminente invio del generale Castellano. Il telegramma fu intercettato dalle forze tedesche in Italia che, già in sospetto di una simile possibile soluzione, presero a mettere sotto pressione, attraverso il comandante della piazza di Roma, Badoglio: questi enfaticamente spese molte volte la propria parola d’onore per smentire[senza fonte] qualsiasi rapporto con gli americani, ma in Germania cominciarono a organizzare delle contromisure.

Il 2 settembre Castellano ripartì per Cassibile, per dichiarare l’accettazione da parte italiana del testo dell’armistizio; non aveva tuttavia con sé alcuna autorizzazione scritta a firmare. Badoglio, che non gradiva che il suo nome fosse in qualche modo legato alla sconfitta[senza fonte], cercava di apparire il meno possibile e non gli aveva fornito deleghe per la firma, auspicando evidentemente che gli Alleati non pretendessero altri impegni scritti oltre al telegramma spedito il giorno precedente.

Castellano sottoscrisse il testo di un telegramma da inviare a Roma, redatto dal generale Bedell Smith, in cui si richiedevano le credenziali del generale, cioè l’autorizzazione a firmare l’armistizio per conto di Badoglio, che non avrebbe più potuto evitare il coinvolgimento del suo nome; si precisò che, senza tale firma, si sarebbe prodotta l’immediata rottura delle trattative. Ciò, naturalmente, perché in assenza di un accredito ufficiale, la firma di Castellano avrebbe impegnato solo lo stesso generale, certo non il governo italiano. Nessuna risposta pervenne tuttavia da Roma.

Al che, nella prima mattinata del 3 settembre, per sollecitare la delega, Castellano inviò un secondo telegramma a Badoglio, che questa volta rispose quasi subito con un radiogramma in cui chiariva che il testo del telegramma del 1º settembre era già un’implicita accettazione delle condizioni di armistizio poste dagli Alleati.

Ma di fatto continuava comunque a mancare una delega a firmare e si dovette attendere un ulteriore telegramma di Badoglio, pervenuto solo alle 16,30: oltre all’esplicita autorizzazione a firmare l’armistizio per conto di Badoglio, il telegramma informava che la dichiarazione di autorizzazione era stata depositata presso l’ambasciatore britannico in Vaticano D’Arcy Osborne.

A quel punto si procedette alla firma del testo dell’armistizio ‘breve’.

Che gli Americani, che non si aspettavano niente di buono, preannunciarono da Radio Algeri per voce dello stesso Eisenhower, per mettere gli Italiani davanti al fatto compiuto, dopo questi incredibili tentennanti!

Che portarono l’esercito italiano al completo sbandamento ed a cadere in numero di 700.000 in mano tedesca, con gli eccidi di Kos e Cefalonia, l’Italia in completa balia dei Tedeschi, la Marina che si autoaffondava o si consegnava agli Americani con atti anche di ammutinamento, e veniva anche affondata per centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate dalla flotta germanica, i pochi aviatori che volavano con i carrelli abbassati in segno di non combattimento verso la Sicilia!

In tante contradizioni, come forse mai era successo per una nazione in guerra! persino si è innescata una polemica sul luogo esatto dove era avvenuta la firma.

Subito dopo la sigla dell’armistizio, avvenuto in una tenda militare, presso un uliveto di proprietà della baronessa Liliana Sinatra Grande a pochi chilometri (tre) a nord di Cassibile, i militari americani lasciarono in dono alla marchesa che li aveva “ospitati”, nel punto esatto della firma, una lapide.

Questa lapide però (ribattezzata Pietra della pace) venne trafugata il 4 giugno 1955, dal giornalista Enrico de Boccard, già repubblichino della Guardia Nazionale a Salò, che per questa ragione venne processato per danneggiamento, ma da allora si persero le tracce del punto esatto.

Negli anni successivi, per errore venne aggiunta una lapide presso il mulino nella proprietà della Marchesa di Cassibile, e comunque la lapide venne più volte distrutta, perché considerato un ricordo infame. Anche i tentativi di creare un museo dell’armistizio a Cassibile, fino ad oggi sono stati vani. Il 3 settembre 2016 grazie al sostegno dell’associazione Lamba Doria e il favore dell’erede dell’antica proprietaria è stata riposizionata una nuova lapide (seppur non nel punto esatto dove vi era la precedente).

Oggi in quel luogo sorge un resort.

L’Italia che pure da tutti è indicata come patria mondiale del turismo, non è più…resort!

 

Carlo Alberto Dalla Chiesa(Saluzzo, 27 settembre 1920 – Palermo, 3 settembre 1982) è stato un generale e prefetto italiano. Fondatore del Nucleo Speciale Antiterrorismo, fu vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri e prefetto di Palermo. Figlio di un carabiniere, entrò nell’Esercito partecipando alla guerra come sottotenente, ma completando gli studi di giurisprudenza e poi entrando nella Resistenza.

Dopo la guerra fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove conosce Dora Fabbo, la ragazza che nel 1945 diventerà sua moglie.

Arrivò poi in Campania, (dove nasce la famosa figlia Rita) e poi in Sicilia, al Comando forze repressione banditismo, meritando peraltro una medaglia d’argento al valor militare.

Dopo il periodo in Sicilia, venne trasferito prima a Firenze, dove nasce a Firenze il figlio, anche lui oggi famoso, Nando. Successivamente a Como, Milano e quindi presso il comando della Brigata di Roma.

Dal 1966 al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo.

Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi, promettendogli materiale, che lasciava intendere scottante, sul caso Mattei.

Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114 (1974): come conseguenza del dossier, scattarono decine di arresti dei boss.

Nel 1974 divenne Comandante della Regione Militare di Nord-Ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.

Si trovò così a dover combattere le Brigate Rosse ed il loro crescente radicarsi negli ambienti operai. Per fare ciò, utilizzò i metodi che già aveva sperimentato in Sicilia, infiltrando alcuni uomini all’interno dei gruppi terroristici al fine di conoscere perfettamente i loro schemi di potere interni.

Dopo aver selezionato dieci ufficiali dell’arma, Dalla Chiesa creò nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo, denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo, con base a Torino.

Nel settembre del 1974 il Nucleo riuscì a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco e fondatori delle Brigate Rosse, ma nel 1976 venne sciolto il Nucleo Antiterrorismo, a seguito delle critiche ricevute per i metodi utilizzati nell’infiltrazione degli agenti tra i brigatisti e sulla tempistica dell’arresto di Curcio e Franceschini.

Nel 1977 fu nominato Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena e, passato al grado di Generale di Divisione, ottenne in seguito (9 agosto 1978) poteri speciali per diretta determinazione governativa e fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni, creato con particolare riferimento alla lotta alle Brigate rosse ed alla ricerca degli assassini di Aldo Moro.

La concessione di poteri speciali a Dalla Chiesa fu veduta da taluni come pericolosa o impropria (le sinistre estreme la catalogarono come “atto di repressione”).

Dopo la morte di Aldo Moro, Dalla Chiesa decise di stringere il cerchio intorno ai vertici delle Brigate Rosse.

Nel frattempo, nel febbraio del 1978, Dalla Chiesa aveva perso la moglie Dora, stroncata in casa a Torino da un infarto. Per il Generale fu un duro colpo, che lo lasciò per qualche tempo nella disperazione e lo costrinse successivamente a dedicarsi completamente alla lotta contro i brigatisti.

Nel 1979 viene trasferito nuovamente a Milano per comandare la Divisione Pastrengo sino al dicembre 1981 e furono ancora successi, pure molto discussi, contro le Brigate Rosse,

Il 16 dicembre 1981 viene promosso Vice Comandante Generale dell’Arma diventando quindi generale di corpo d’armata, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri (all’epoca il Comandante Generale dell’Arma doveva necessariamente provenire, per espressa disposizione di legge, dalle file dell’Esercito). Rimane in tale carica fino al 5 maggio 1982.

Nel 1982 viene nominato dal Consiglio dei Ministri prefetto di Palermo e posto contemporaneamente in congedo dall’Arma. Il tentativo del governo è quello di ottenere contro Cosa Nostra gli stessi risultati brillanti ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso su tale nomina, ma venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall’ordinario per contrastare la guerra tra le cosche, che insanguinava l’isola.

Il 12 luglio nella cappella del castello di Ivano-Fracena, in provincia di Trento, sposò in seconde nozze Emanuela Setti Carraro.

A Palermo, dove arrivò ufficialmente nel maggio del 1982, lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello Stato (emblematica la sua amara frase: “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”).

In una intervista concessa a Giorgio Bocca, il Generale dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi, necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese alla criminalità la massiccia presenza di forze dell’ordine; inoltre nell’intervista Dalla Chiesa dichiarò:

Nel luglio del 1982 Dalla Chiesa dispose che il cosiddetto “rapporto dei 162” fosse trasmesso alla Procura di Palermo: tale rapporto portava la «firma congiunta» di polizia e carabinieri e ricostruiva l’organigramma delle Famiglie mafiose palermitane attraverso scrupolose indagini e riscontri.

Per la prima volta, con una telefonata anonima fatta ai carabinieri di Palermo a fine agosto, venne annunciato (probabilmente ad opera del boss Filippo Marchese) l’attentato al Generale, dichiarando che, dopo gli ultimi omicidi di mafia, «l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa».

« Qui è morta la speranza dei palermitani onesti. »

(Scritta affissa il giorno seguente in prossimità del luogo dell’attentato)

Alle ore 21.15 del 3 settembre 1982, la A112 bianca sulla quale viaggiava il Prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata in via Isidoro Carini a Palermo da una BMW, dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che uccisero il Prefetto e la moglie. Nello stesso momento l’auto con a bordo l’autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del Prefetto, veniva affiancata da una motocicletta, dalla quale partì un’altra raffica, che uccise Russo.

Per i tre omicidi sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002 sono stati condannati in primo grado, quali esecutori materiali dell’attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia entrambi all’ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno.

Il giorno dei suoi funerali, che si tennero nella chiesa palermitana di San Domenico, una grande folla protestò contro le presenze politiche, accusandole di averlo lasciato solo. Vi furono attimi di tensione tra la folla e le autorità, sottoposte a lanci di monetine e insulti al limite dell’aggressione fisica. Solo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini venne risparmiato dalla contestazione.

La figlia Rita pretese che fossero immediatamente tolte di mezzo le corone di fiori inviate dalla Regione Siciliana (era presidente Mario D’Acquisto) Dell’omelia del cardinale Pappalardo, fecero il giro dei telegiornali le seguenti parole (citazione di un passo di Tito Livio), che furono liberatorie per la folla, mentre causarono imbarazzo tra le autorità (il figlio Nando le definì “una frustata per tutti”):

« Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo »

Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un’altra telefonata anonima, che annunciò: “L’operazione Carlo Alberto è conclusa”.

Dalla Chiesa, Andreotti e il caso Moro

La sera dell’assassinio di Dalla Chiesa, qualcuno fu mandato a casa del prefetto per cercare dei lenzuoli per coprire dei cadaveri, ma sembrerebbe che questa persona ne approfittò per aprire la cassaforte e sottrarre il contenuto consistente in documenti sensibili, tra gli altri anche un dossier sul caso Moro: il memoriale di Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa a Giulio Andreotti, a causa delle informazioni contenute al suo interno. Secondo la madre di Emanuela Setti Carraro, la figlia le avrebbe confidato che il Generale non consegnò ad Andreotti tutte le carte rinvenute, e che nelle stesse fossero indicati segreti estremamente gravi.

Il giornalista Mino Pecorelli, amico di Dalla Chiesa, aveva dichiarato che di memoriali ne erano stati rinvenuti diversi e che le rivelazioni contenute all’interno fossero collegate alle responsabilità politiche del sequestro Moro. Pochi giorni dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente uno degli stessi sulla sua rivista Op venne ucciso.

Secondo la sorella del giornalista, Dalla Chiesa aveva incontrato Pecorelli pochi giorni prima che venisse ucciso ed il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro, consegnandogli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Pecorelli e Dalla Chiesa erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro che infastidivano Andreotti; Buscetta inoltre affermò che il boss Gaetano Badalamenti gli disse:

« Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui»

Inoltre, nel suo diario personale, Dalla Chiesa racconta che ebbe un colloquio con Andreotti il 5 aprile 1982, poco tempo prima di insediarsi come Prefetto di Palermo, nel quale gli disse chiaramente che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato mafioso, alla quale attingevano gli uomini della sua corrente in Sicilia; e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo «la famiglia politica più inquinata del luogo», aggiungendo che gli andreottiani erano fortemente compromessi con Cosa Nostra. Andreotti però negò questa circostanza, sostenendo che Dalla Chiesa sicuramente lo confondeva con altre persone che incontrava in quel periodo…

 

 

 

 

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