Accadde Oggi, 3 Gennaio: 1925, con un discorso alla Camera, dopo il delitto Matteotti, Mussolini inaugura davvero la sua dittatura

 

 

di Daniele Vanni

 

Il discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925 (detto anche discorso di Mussolini sul delitto Matteotti)

E’ il discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio dei ministri Benito Mussolini nella mattina del 3 gennaio 1925 alla Camera dei deputati del Regno d’Italia: l’inizio vero e proprio di una dittatura!

O meglio, la dichiarazione, il calare delle carte di una partita a poker, dove Mussolini ( a mio modo di vedere, sicuro almeno dalla Guerra di Libia ed ancor più dal maggio 1915, dove aveva informazioni di prima mano sia dai Francesi che dagli Inglesi che si erano serviti del Direttore dell’Avanti, per spingere…avanti l’Italia fino a cadere nella guerra! già concordata con il Re ) era certo di avere una sponda, e che sponda! il Capo di Casa Savoia!

 

Contesto storico

 

Il discorso in Parlamento di Giacomo Matteotti del 30 maggio 1924 sui brogli elettorali, – quanti padri adirati in Italia diranno ai figli o si sentirà dire, magari a bassa voce! in una lite: “Ti faccio fare la fine di Matteotti!”, – aveva creato grande imbarazzo al governo Mussolini. Il successivo omicidio del parlamentare fu attribuito dalle opposizioni e da parte della stampa e opinione pubblica alla diretta o comunque connivente responsabilità dei vertici del Fascismo.

Le opposizioni parlamentari, impossibilitate (in parte soprattutto incapaci, in piccola parte conniventi, nella quasi totalità non comprendendo neppure il momento che stavano vivendo) a discutere del fatto nella sede istituzionale, per la chiusura del Parlamento “sine die” decisa dal Presidente della camera Alfredo Rocco, decisero di abbandonare il lavori parlamentari.

Mussolini cercò di superare l’impasse in un discorso, tenuto il 3 gennaio 1925 con cui, assumendosi la responsabilità “morale” ma non materiale! dell’omicidio, chiudere la questione e risolvere la posizione difficile in cui si era venuto a trovare il Partito fascista. Quest’intento ebbe esito positivo, sia per l’indubbia validità formale del discorso e della capacità oratoria di Mussolini, ma anche perché l’opposizione non riuscì a reagire, sia per la paura di ritorsioni, sia per i forti frazionismi interni, attestandosi nella sterile testimonianza.

Conseguenze concrete invece del discorso, furono successivi atti formali che portarono, come atto finale della secessione dell’Aventino, alla decadenza del mandato parlamentare per le opposizioni e alla graduale delegittimazione e annullamento delle funzioni democratiche del Parlamento!

Tanto, fattivo, quanto inefficace l’Aventino-senza-plebe! che nel 1938 il discorso venne commemorato al Teatro Adriano dal poeta, scrittore e drammaturgo e membro dell’Accademia d’Italia Filippo Tommaso Marinetti.

 

Contenuti

 

Di seguito, l’incipit e la chiusura del discorso:

« Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere a rigore di termini classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure traverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre e può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia.» Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47. Il mio discorso sarà quindi chiarissimo, e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire. Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka…(omissis)

 

(omissis)…Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Fascismo, Governo e Partito, è in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il Fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che il Partito fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Se io la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora… Ma non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono. E tutti sappiamo che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria. »

In questo discorso Mussolini si assunse “la responsabilità politica, morale e storica” di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi mesi e specificamente del delitto Matteotti.

Delitto del quale se non era il mandante in specifico, era certo l’orchestratore occulto.

Poi ci si scherma sul fatto che Dumini e gli altri autori materiali abbiano preso troppo alla lettera le frasi di Mussolini sul fatto che la bocca di Matteotti non doveva più parlare!

Insomma come quando il Re disse chi mai lo avrebbe liberato da Thomas Beckett ed i suoi cavalieri di corte lo uccisero durante la Messa!

Del resto questo è un refrai tutto italiano ed in specifico del campo fascista: per il Ventennio e per moltissimi anni a seguire d in tanti nostalgici ancor oggi: che il Duce era onesto, buonissimo, faceva solo il bene assoluto per l’Italia, ma si era attorniato di persone e gerarchi “sbagliati!

E via dicendo, con altri ameni discorsi, di parte opposta che vogliono sollevare Lenin o Mao o Castro da eccidi, epurazioni, milioni di persone, come in Cina, morte di fame, per la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

A questi altri fanatici, si può dire di visitare la provincia che ha dato i natali al Grande Navigatore e che oggi, in condizioni di lavoro di tipo schiavistico, fornisce i fuochi di artificio a quasi tutto il mondo. Avendo levato a questo ingrato lavoro anche tanti fatigatori del nostro Sud.

Ritornando alla Storia: questo discorso è ritenuto, a ragione, dagli storici l’atto costitutivo del Fascismo come regime autoritario.

Togliendo gli ultimi alibi a Casa Savoia che l’aveva voluto, lo schermerà per vent’anni, “tradendolo” solo quando ormai la guerra era persa ed il Regime insostenibile. Anche lì complottando: con Alleati, Fascisti, Antifascisti e Tedeschi che permisero non solo al Re, ma a tutta la Famiglia, meno le due volutamente abbondonate figlie, Mafalda (che morirà l’anno dopo sotto i bombardamenti americani di Buchenwald) e Maria, ritardando ad arte la notizia dell’Armistizio che venne data, di forza! da Eisenower da Radio Tunisi e patteggiando la fuga, senza avvertire neppure i ministri del Governo!, verso Pesaro e poi, ironia della sorte, a bordo del “Baionetta” (così era proprio soprannominato Vittorio Emanuele III misantropo e cinico, uomo malato innanzi tempo e preso più che dall’Italia dalle sue collezioni di monete, che per la statura più che modesta e per tutte le uscite di guerra userà un cappotto da rasentare la terra, ma con uno spadino, detto appunto: baionetta, corto al punto giusto, visto che una normale spada avrebbe strusciato a terra! dove era intanto finita l’Italia!) verso Brindisi e gli Americani.

Che da tempo, con la stessa considerazione che aveva Hitler di Casa Savoia, in questo erano sintomaticamente d’accordo, avevano deciso di metterlo, Lui e tutta la sua Famiglia Reale, da parte! come confermò, brogli o no, la Storia la fanno i vincitori, il Referendum del 1946.

 

 

 

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