Accadde oggi, 28 Ottobre: 1922, la Marcia su Roma

La marcia su Roma fu una manifestazione… armata?  O poco più che una scampagnata all’italiana….

di Daniele Vanni

La marcia su Roma fu una manifestazione… armata?

O poco più che una scampagnata all’italiana, organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), guidato da Benito Mussolini, il cui successo, insperato? scontato? certamente paradossale e sproporzionato, rispetto  a quanto messo in campo, ebbe come conseguenza (già studiata a tavolino, da potenze straniere, potente famiglie industriali e con il beneplacito della Famiglia Reale che si trovava, ignara come nei giorni dell’Armistizio che verrà? in vacanza nella tenuta reale di S. Rossore, tra Arno e Serchio!?) l’ascesa al potere del partito stesso in Italia ed una dittatura dalla durata di oltre 20 anni, ad appena 60 anni e poco più, dalla faticosa e tardiva nascita dello stato unitario!

Di storico e locale, posso dirvi della “spedizione lucchese” a cui si aggiunsero alcuni Garfagnini, giunti in treno alla Stazione di Lucca, dove tra slogan, gridi e canzonacce, via Pisa si diressero per la strada ferrata verso la Città Eterna, per sperimentare quanto fatto pochi giorni prima nella prova generale di Napoli, ripetuta in piccolo in Romagna ed in Padania, sulla falsariga tracciata dal Vate a Fiume!

Ma il treno lucchese non fece a tempo a giungere nella capitale intasata (allora come oggi!). Così si fermarono nella stazione di Civitavecchia per tre giorni, che i Camerati trascorsero, quasi interamente…in camera! Vuoi che in trasferta anche le donne sembrano più belle, vuoi l’euforia della conquista del potere che per l’uomo è sempre legata alla donna, le “nostre” Camicie Nere della Rivoluzione partiti vigorosamente dalle Mura, si fecero onore in ripetuti e continui assalti alla baionetta, nel locale Casino, che essendo porto di mare, era certo più fornito del Primavera di Lucca!

Un’azione che per decenni incendiò loro il cuore e i racconti che io raccolsi personalmente, con invidia, ogni volta che passavo da Civitavecchia alla volte di Roma, e osservavo quelle vele bianche verso il largo o le petroliere che lambivano la costa da Pyrgi, oggi S. Severa (come sapevano coprire le cose pagane i primi Cristiani!!) dove già gli Etruschi esercitavano la sacra prostituzione per i naviganti!!

 

Comunque sia, dopo “studiate” prove di forza di massa, ad esempio a Napoli, dove la polizia e l’esercito non erano intervenuti, come nei tanti mesi precedenti nelle manganellature degli operai in fabbrica, nelle distruzioni delle sedi politiche, sociali o associative di sinistra e cattoliche,

il 28 ottobre 1922, alcune decine di migliaia di militanti fascisti, malissimo assortiti, disorganizzati, senza un coordinamento e quasi come una gita scolastica, per lo più di ex soldati della Prima Guerra Mondiale, si diressero sulla capitale. Apparentemente, – o forse non serviva! – senza un piano o uno scopo preciso! Non ci furono occupazioni di sedi governative o di giornali e radio o parlamenti, come avviene nei “regolari” colpi di stato!

 

Rivendicando dal sovrano, che stava ritornando a Roma, dapprima una rappresentanza politica, poi, in un crescendo paradossale, vista l’insipienza del “nemico”, addirittura: la guida politica del Regno d’Italia e minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza.

Cosa, quest’ultima, che sarebbe potuta essere evitata, con il dispiegamento di poche forze armate regolari dell’esercito e dei carabinieri. Che non avvenne.

La manifestazione eversiva si concluse con successo, quando, due giorni dopo, con tutta una lentezza italica, che fa sorridere la Storia! il 30 ottobre, il re Vittorio Emanuele III cedette alle pressioni dei fascisti e decise di incaricare Mussolini di formare un nuovo governo.

Vengono ricompresi nella medesima locuzione, la “Marcia” anche altri eventi collegati verificatisi, fra il 27 ed il 30 ottobre, in tutto il territorio nazionale.

La Marcia su Roma venne celebrata negli anni successivi come il prologo della “rivoluzione fascista” e il suo anniversario divenne il punto di riferimento, addirittura per il conto degli anni secondo l’era fascista.

Come era avvenuto per la Rivoluzione Francese.

Quella partorì un corso, quale Imperatore.

Da noi, ne uscì un maestro elementare, promosso Duce, senza aver fatto nessuna Campagna d’Italia o aver vissuto Austerlitz. “Imperatore” lo divenne una persona che non aveva neppure la “statura” di re, che non affrontò mai nessuna Waterloo, e scelse la terraferma quella di Oporto, non avendo mai studiato la storia e quindi non sapendo che erano stati i Portoghesi a scoprire l’Isola di S. Elena, dove almeno Bonaparte andò da solo, senza famiglia!

 

La Marcia su Roma (più una marcetta alla Verdi, cioè tra il serioso ed il valzer padano, piuttosto che un crescendo wagneriano!) s’inserì in un contesto di grave crisi e messa in discussione dello Stato liberale, le cui istituzioni erano viste come non più idonee a garantire l’ordine interno. Principalmente dai fascisti, ma anche da socialisti e comunisti. Quest’ultimi, fuori dalla storia, avevano creduto in un fantomatico “biennio rosso” per l’occupazione di qualche fabbrica e avevano sentito il fremito di essere sull’orlo della presa del potere bolscevico!!!

La situazione di crisi, quella reale, economica, di un paese estremamente arretrato, con la stragrande maggioranza di analfabeti e con sacche enorme di agricoltura di sussistenza, quando l’Europa aveva già vissuto la Seconda Rivoluzione Industriale e al di là dell’Atlantico si era addirittura ad una crisi da sovrapproduzione! cominciò poco prima del termine della Grande Guerra, quando i rigori cui il popolo venne sottoposto ai fini del successo bellico, avevano iniziato a destare un forte malcontento.Finita la guerra, (che noi avevamo sostanzialmente perso militarmente e che ci fruttò solo 700.000 vittime ed un numero impressionante d’invalidi e mutilati!) il malcontento, la delusione che questo enorme sacrificio umano non aveva portato a niente, esplose in forme violente, caratterizzate dall’affiancamento dell’azione armata, a quella politica da parte di partiti e gruppi politici e pseudopolitici o dalla loro trasformazione in vere e proprie forme paramilitari, creando disordini che sfociarono nel biennio rosso.

Nel novembre del 1921 i Fasci Italiani di Combattimento si trasformarono nel Partito Nazionale Fascista (PNF),combattendo al proprio interno, fra spinte rivoluzionarie ed istanze di crescita costituzionale. Mussolini optò per una “via parlamentare”, tenendo a freno le squadre d’azione ed iniziando la ricerca del consenso popolare.

E sempre farà così. Anche una volta salito al potere. Dando mano libera a a limitati interventi violenti, misconoscendone la paternità, ma cavalcando poi la via “parlamentare”, quasi a presentarsi come paciere, ed anzi: come colui che, solo! era capace di tenere a freno masse di violenti che , altrimenti…Approfittò, così, su questa linea del coinvolgimento di Gabriele D’Annunzio, nell’occupazione del Comune di Milano (3 agosto 1922), per sottintenderne la sua adesione al partito. E lo stesso aveva fatto a Fiume!

A partire dalla primavera del 1922, e poi soprattutto dal luglio, quando avvennero gravi crisi e rapide alternanze di governo, la politica parlamentare, quella vera, nella sua incapacità di capire il momento storico, seguiva le manovre dei popolari di Don Sturzo, per un governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando in coalizione con il Partito Socialista Italiano.

Del resto, lo stesso Giovanni Giolitti, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva sostenuto l’opportunità di una trasformazione in senso costituzionale del movimento.

Nel frattempo, la propaganda affievoliva il carattere repubblicano del fascismo, onde non porsi troppo presto in aperto contrasto con la Corona e le Forze Armate, che Mussolini ed i fascisti ritenevano si sarebbero attenute al giuramento di fedeltà prestato al re, appoggiandoli.

Mussolini iniziò una serie di incontri e contatti con gli esponenti politici più importanti, onde verificare possibili alleanze e, contemporaneamente, vi furono timidi sondaggi e più aperti abboccamenti anche con gli esponenti del mondo imprenditoriale ed economico.

Il futuro Duce si risolse a considerare Giolitti probabilmente il più pericoloso dei suoi avversari e perciò dedicò le sue attenzioni a Luigi Facta, “figlio” politico di Giolitti e assai devoto verso il suo mentore, che intendeva sganciare dallo statista, per coinvolgerlo in ruoli governativi di massimo prestigio politico insieme a D’Annunzio, nel qual caso di Facta avrebbe potuto essere il merito di un’eventuale “normalizzazione” dei fascisti; altra ipotesi è che fosse stato Facta, nei contatti avuti, a coltivare questa prospettiva, sfumata l’11 ottobre a Gardone in un incontro fra Mussolini e D’Annunzio, nel quale il PNF sottoscrisse accordi con una sorta di sindacato dei marittimi (Federazione del Mare, guidata da Giuseppe Giulietti) che il poeta aveva preso sotto tutela, e questo accordo avrebbe legato anche i due esponenti.

Facta aveva in realtà contattato direttamente D’Annunzio ed insieme avevano pensato ad una marcia su Roma di ex combattenti guidata proprio dal Vate e da tenersi il 4 novembre al fine di prevenire e rendere eventualmente inefficace quella fascista, di cui già si parlava. Mussolini sacrificò il sindacato fascista dei marittimi – che disciolse – in favore del sodalizio preferito dal poeta, rinunciò a qualche prebenda per il partito da parte della corporazione degli armatori, e l’accordo Facta-D’Annunzio restò senza seguito.

Neutralizzato D’Annunzio, Mussolini fu ripreso dall’ansia di paralizzare anche Giolitti e i preparativi per un’azione spettacolare ebbero inizio!

Giolitti, nell’incontro con Bertone all’Hotel Bologne a Torino il 23 ottobre, anche a proposito di un eventuale intervento della polizia sui fascisti durante la manifestazione di Napoli, rispose “Ma no, ma no. Vediamo cosa succede, poi se ne parla”

 

La Marcia su Roma ebbe un prodromo: il 2 agosto del 1922 i fascisti occupano militarmente Ancona; essi volevano saggiare la reazione del governo e del re, in vista di un successivo tentativo su Roma. Volevano inoltre rendersi conto anche della posizione che avrebbe preso l’esercito di fronte ad un’occupazione armata di una città.

Era stata scelta Ancona, perché la città era nota per la sua avversione alle idee autoritarie; la fama di città ribelle era stata conquistata dalla città in seguito alla Settimana Rossa del 1914 e alla Rivolta dei Bersaglieri del 1920; se il tentativo di occupazione fosse riuscito in una città così, nuove imprese sarebbero state considerate più facili. L’occupazione avvenne senza ostacoli: il capoluogo marchigiano, che due anni prima aveva preso le armi contro il governo, cadde in mano ai fascisti quasi senza resistenza, lasciando tutti sorpresi; il governo e il Vittorio Emanuele III tacquero.

Il 14 ottobre, Mussolini scrisse su un giornale un articolo intitolato Esercito e Nazione, nel quale attaccava Pietro Badoglio, per una frase che gli era stata attribuita (l’interessato smentì all’epoca, ma l’avrebbe invece confermata dopo la caduta del regime fascista) e che suonava più o meno come «Al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà». Questo scontro sarebbe poi pesato non poco nei sempre difficili rapporti fra l’ex direttore dell’Avanti! e il generale, che protagonista in negativo di Caporetto, prese la sua rivincita sul caporale Mussolini, l’8 settembre ’43!

Quattro giorni prima della marcia, il 24 ottobre, a Napoli, si tenne una grande adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova generale.In quell’occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: “O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”.

Quel giorno Mussolini annunciò la nomina dei quadriumviri che avrebbero condotto la marcia: Italo Balbo (uno dei ras più famosi), Emilio De Bono (comandante della Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale non sgradito al Quirinale) e Michele Bianchi (segretario del partito e fedelissimo di Mussolini).

Il 26 di quel mese, il presidente del consiglio rispose a Mussolini (che aveva radunato a Napoli decine di migliaia di camicie nere e minacciava apertamente di marciare su Roma, per occuparne militarmente le Istituzioni) in modo del tutto privo di senso: è in queste circostanze che, di fronte a chi gli prospettava il precipitare della situazione, Luigi Facta pronunciò la celebre frase con la quale passerà alla Storia: “Nutro fiducia!”.

Si era quindi al preambolo del passo successivo.

Il quadrumvirato avrebbe dichiarato l’assunzione di pieni poteri da Perugia, dove si era installato presso l’Hotel Brufani, ed avrebbe assunto i poteri effettivi nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Dino Grandi, di rientro da una missione a Ginevra, era stato nominato capo di stato maggiore del quadrumvirato. Truppe fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici pubblici, stazioni, centrali telegrafiche e telefoniche.

Le squadre sarebbero confluite a Foligno, Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella, per poi entrare nella capitale.

Si raccolsero – si stima – circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400 soldati a difesa della capitale!!

Facta era “rassicurato” dagli avvenimenti e dai discorsi tenuti a Napoli, nonché dal fatto che il raduno si era chiuso senza scontri, violenze ed altre degenerazioni.

Cosa che invece lo doveva preoccupare assai!

Intanto a Cremona, a Pisa e a Firenze erano già in azione gli squadristi, che prendevano possesso non pacifico di alcuni edifici pubblici.

Alle prime notizie Facta telegrafò al re Vittorio Emanuele III a San Rossore, invitandolo a rientrare, cosa che il sovrano fece nella serata. Andandolo a ricevere alla stazione, (quindi i fascisti toscani giunti a Roma sulla medesima linea, e che dovevano prendere possesso del Paese, non solo non avevano fermato il re, ma neppure bloccato la dorsale ferroviaria tirrenica, dalla quale in caso di colpo di stato poteva affluire l’esercito a difesa delle istituzioni!!)il Capo del Governo gli suggerì di applicare lo stato d’assedio, ma il sovrano non accettò, rifiutandosi di deliberare, temendo che i molti militari, alcuni dei quali dalla parte di Mussolini, non avrebbero eseguito gli ordini!!!

La notte tra il 27 e il 28, il Presidente del Consiglio fu svegliato, per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso Roma, sui treni che avevano requisiti, mentre il re si consultava con i maggiori esponenti del Regio Esercito e della Regia Marina, tra i quali Diaz, Thaon di Revel, Giraldi e Bencivenga, per fare il punto della situazione. Il re chiese ai suoi generali, se le forze armate sarebbero state fedeli alla monarchia in caso di stato d’assedio e quelli, per voce di Diaz, risposero che “l’esercito avrebbe certamente fatto il suo dovere, ma sarebbe stato bene non metterlo alla prova”!

Una risposta tutta italiana!!!Che avrebbe potuta dare, non questo fior fiore di generali, che avevano mandato al massacro inutile contro le mitragliatrici austriache e tedesche, 700.000 giovani, con lo stesso tono, ma lui recitava! un profondissimo conoscitore dell’Italia e degli Italiani di nome : Alberto Sordi!

Benito Mussolini con alcuni dei quadrunviri: da sinistra Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Italo Balbo.

 

 

 

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