Accadde oggi, 27 Febbraio: 1917, la Rivoluzione conquista il Palazzo d’Inverno – 1933, brucia il Reichstag

 

Due episodi lontani, anche nel tempo, che segnano l’uno la nascita del Comunismo reale, quello dei Soviet, l’altro la presa del potere del Nazismo, ma accaduti nello stesso giorno dell’anno!

 

di Daniele Vanni

 

 

La Rivoluzione di Febbraioè la prima fase della Rivoluzione russa del 1917. Frutto della sollevazione, in gran parte spontanea, della popolazione e della guarnigione di Pietrogrado, avvenuta tra il 23 al 27 febbraio (secondo il calendario giuliano vigente allora in Russia; tra l’8 e il 12 marzo nel calendario gregoriano), provocò l’abdicazione dell’imperatore Nicola II, la fine della dinastia dei Romanov, dell’Impero russo e dell’autocrazia. Otto mesi dopo, la Rivoluzione d’ottobre portò al potere i bolscevichi.

 

Mentre nel Palazzo di Tauride si costituiva la Duma, la prima asssemblea comunista e si dava il via alle Isvetziae al proclama, si occupava simbolicamente come centro di potere, Il Palazzo d’Inverno,(1 057 stanze, 1 786 porte e 1 945 finestre, la facciata principale con un’estensione di 500 metri per 100 di larghezza) sul Lungoneva Dvorcovaja, (costruito tra il 1754 e il 1762 su progetto dell’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli come residenza invernale degli zar).

 

San Pietroburgo, la seconda città della Russia per dimensioni e popolazione, con circa 5 milioni di abitanti, nonché il porto più importante del paese, fondata nel 1703, dallo Zar Pietro il Grande (1682-1725) sul delta della Neva, dove il fiume sfocia nella baia omonima, parte del golfo di Finlandia, fu a lungo capitale dell’Impero russo, sede della Corte degli Zare oggi è uno dei principali centri artistici e culturali d’Europa.

Si può considerare la metropoli più a nord del mondo.

Con il nome di Leningrado (nome che ebbe dal 1924 al 1991) fu città-martire con oltre 800.000 morti con l’assedio più crudele della storia umana da parte dell’esercito nazista che qui fu annientato dopo 29 mesi d’assedio!

 

 

L’incendio del Reichstag fu un incendio doloso al Palazzo del Reichstag a Berlino avvenuto il 27 febbraio 1933.

L’evento è considerato cruciale per l’affermazione del nazismo in Germania.

Questo fatto fornì, oltre che la distruzione e non solo simbolica del palazzo del potere, una preziosa occasione ai nazisti per sospendere gran parte dei diritti civili garantiti dalla costituzione del 1919 ,tramite il Decreto dell’incendio del Reichstag e arrestare oltre 4.000 comunisti nell’immediato dell’incendio.

 

Alle 21:14 della sera del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l’allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L’incendio sembrò essersi originato in diversi punti, e per il momento in cui polizia e pompieri arrivarono, una grossa esplosione aveva mandato in fiamme l’aula dei deputati. Alla ricerca di indizi, la polizia trovò Marinus van der Lubbe, un giovane, un muratore, mezzo cieco per un incidente di lavoro, mezzo nudo, che si nascondeva dietro l’edificio.

 

Adolf Hitler e Hermann Göring arrivarono poco dopo, e quando gli fu mostrato van der Lubbe, un noto agitatore comunista, Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell’incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.

 

Secondo la polizia, van der Lubbe sostenne di aver appiccato il fuoco per protestare contro il sempre maggiore potere dei nazisti. Sotto tortura, egli confessò ancora, e fu portato in giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all’opposizione. Con i propri capi in prigione e senza accesso alla stampa, i comunisti furono pesantemente sconfitti alle successive elezioni, e a quei deputati comunisti (e alcuni socialdemocratici) che furono eletti al Reichstag non fu permesso, dalle SA, di prendere il loro posto in parlamento. Hitler fu sospinto al potere con il 44% dei voti e costrinse i partiti minori a dargli la maggioranza dei due terzi per il suo Decreto dei pieni poteri, che gli diede il diritto di governare per decreto e sospendere molte libertà civili.

 

Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, van der Lubbe fu riconosciuto colpevole e condannato a morte. Fu decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno.

 

I comunisti incolpati si dichiararono sempre estranei all’incendio e che legittimo era il sospetto che i veri colpevoli fossero Hitler, Goering e Goebbels. All’estero si dette poco credito alla ricostruzione tedesca, credendo ad una grossa montatura.

Gli storici generalmente concordano che van der Lubbe, talvolta descritto come un mezzo matto o un provocatore, fu in qualche modo coinvolto nell’incendio del Reichstag. L’estensione del danno, comunque, rende molto improbabile che egli, se coinvolto, avesse agito da solo. Considerando la velocità con cui il fuoco invase l’edificio, è quasi certo che una sola persona non avrebbe potuto appiccare un incendio di così vaste proporzioni, e così repentinamente letale; la reputazione di van der Lubbe di essere uno sciocco assetato di fama, e i commenti oscuri di alcuni ufficiali nazisti, oltre a numerosi altri fatti, fanno dunque ritenere alla grande maggioranza degli studiosi che la gerarchia nazista fosse coinvolta nella vicenda, al fine di ottenerne quel guadagno politico che in effetti ci fu, e che cambiò il destino dell’Europa.

 

 

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