Accadde oggi, 27 Agosto: 1569, Cosimo I de’ Medici da duca di Firenze diviene granduca di Toscana – 1916, l’Italia dichiara guerra anche alla Germania e all’Ungheria 

 

Grazie a una bolla di papa Pio V che gli riconosce il nuovo titolo per avere delle navi nella Battaglia

Entrata con un anno di ritardo e contro i suoi interessi, di domenica, l’Italia si accorge, dopo un anno e più di combattimenti e di prigionieri che anche i Tedeschi e gli Ungheresi, com’è logico, fanno la guerra e la dichiara ai due stati da sempre alleati stretti dell’Austria!

 

 

di Daniele Vanni

 

 

Come credete che si acquisti la nobiltà? per la nascita con il sangue blù?

Questa è una diceria, spazzata via dalla Rivoluzione Francese che di teste nobili ne fece cadere a migliaia sotto la lama della ghigliottina, convincendo così il popolo, scientificamente, che il sangue della nobiltà e quello del clero che pure corse assai, era identico, anche se non si conoscevano ancora i gruppi sanguigni, a quelli del terzo Stato e dei servi della gleba!

 

Del resto anche la Contessa di Castiglione, cugina del discutissimo (dal punto di vista sessuale, oltre che quello politico e di giocatore d’azzardo compulsivo!) conte di Cavour, assoldata dal cugino per corrompere Napoleone II di Francia già avvertito e ben disposto a cadere nella “rete” amorosa della 18enne, che diceva, in fatto di nobiltà: “Sono nata al pari delle dame di corte, ma ho qualcosa in più…!” e non alludeva al sangue, se dopo essere andata a letto come prescritto dalla diplomazia “segreta” sabauda con l’Imperatore dei Francesi per perorare la causa italiana, scrisse in fondo ad una sua cartolina: “Feci l’Italia!” che spiega il perché è venuta così!!!

 

 

Insomma, i nobili, che in Italia sono quasi esclusivamente di origine longobarda, tedesca, nordica, vichinga, normanna, pe4rsino in Sicilia, se si esclude tutta l’ala aragonese, spagnolesca ed araba, si ottiene con i soldi, con le grassazioni, i soprusi, gli affari che permettono di emergere e comprare titoli, per essere sempre più in alto e fare affari, usura, sfruttare il prossimo con sempre maggiore facilità e senza mai doverne rendere conto!

 

Così i Medici che erano diventati potenti prestando denaro (se volete chiamateli banchieri, il termine viene dal longobardo “panca” o “banca” che è una tavola sulla quale scorrono soldi e sempre in una verso solo! come per l’Apostolo Matteo che faceva l’esattore!

E la Chiesa condannava l’usura ritenendola peccato ultramortale, da scomunica, ma che si risarciva e perdonava non con una confessione, ma maari erigendo S. Maria del Fiore che non veniva su per Grazia della Madonna, ma con il poco pane ed acqua che i banchieri di Firenze passavano ai muratori che ogni tanto cadevano dalla Cupola, ma così si garantivano un posto in Paradiso e, di più! potevano impunemente continuare ad esercitare l’usura! Come il padre di Dante che non mette Alighiero di Bellincione (usuraio e speculatore finanziario “dedito ai piaceri mondani e dissipatore di denaro” come risulta da due pergamene dell’Archivio Diocesano di Lucca, dove paga i debiti dell’abate di Fucecchio per appropriarsi del monastero e rivenderlo con gli interessi!!) però nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno, con i Gianfliazzi, gli Obriachi e gli Scrovegni, i Del Dente, i Becchicostretti a stare seduti nel sabbione arroventato dalla pioggia di fiammelle! Forse contrappasso dei falliti che accompagnati alla Loggia del Porcellino (che è naturalmente posteriore a Dante che però conosceva beneissimo la Pietra dello Scandalo o dellAcculata istituita addirittura da Giulio Cesare!!)  dovevano tirarsi giù i pantaloni e sbattere tre volte il culo per terra (da cui il detto) sul freddo marmo rotondo al centro della Loggia, dopodichè potevano essere in balia come il loro beni e congiunti, dei creditori!

 

Insomma il mondo, anche quello della nobiltà è creato e disfatto dai soldi, giacchè gli uomini, la quasi totalità, si fanno comprare e vendere!

 

Con questo non vogliamo dare addosso alla famiglia tedesca degli Ezzelino o Da Romano che si fecero signori di diverse città tra le più grandi del Veneto e per questo entrarono nel mirino del Papato che aveva ben gioco di aizzargli contro Venezia, per la quale la Chiesa aveva già in mente la cura futura!

 

La fine della famiglia Da Romano è un evento verificatosi a San Zenone degli Ezzelini il 26 agosto 1260.

Il capostipite della famiglia, Ezzelino III da Romano, (il “feroce”, il “terribile”) scomunicato e messo da Dante (questo sì!!) nel Canto XII° dell’Inferno tra i violenti, in un fiume di sangue, nel quale però non colloca il Papa che sangue anche degli Ezzelini, ne versò davvero a fiumi! era morto in prigionia a Soncino nel 1259. Dove aveva rifiutato, con “anima” tedesca!, sacramenti e medicine ed anzi si era strappato le bende, tra la contentezza di coloro chelo “assistevano” morendo…dissanguato!

Il papa Alessandro IV, in seguito alla morte dell’imperatore Federico II di Svevia, alleato di Ezzelino, aveva inviato una crociata contro il tiranno e la sua famiglia.

Lo avevano appoggiato molte altre città come Venezia, Treviso e, in particolare, Ferrara. Dopo aver sconfitto Ezzelino III e il suo esercito sotto le mura di Cassano d’Adda, la crociata fece ritorno nel Veneto e attaccò la famiglia di Ezzelino, che nel frattempo si era rifugiata nel castello di colle Castellaro a San Zenone degli Ezzelini, ora non più esistente, dove stette per quasi 10 mesi.

Gli assedianti giunsero lì il 24 agosto 1260.

 

La sentenza

 

La sentenza di morte di Alberico e famiglia fu emessa decisa a Treviso dal podestà Marco Badoer e dai suoi consiglieri cinque mesi prima della messa in atto. L’atto prevedeva che: ‘

 

« Se Alberico da Romano e la sua famiglia fossero finiti nelle mani dei trevigiani, i figli maschi sarebbero stati decapitati, le figlie femmine e la moglie sarebbero state bruciate vive e per ultimo Alberico sarebbe stato trascinato alla coda di un cavallo per le strade di Treviso»

 

 

L’assedio di San Zenone

 

I crociati, dopo un periodo di riposo, partirono alla volta di San Zenone. Qui sorgeva l’imponente roccaforte nella quale si era barricato Alberico. Oggi della rocca rimane solo qualche pietra del basamento del mastio, ma nel XIII secolo essa era imprendibile. I crociati, giunti sul campo di battaglia, iniziarono ad accamparsi fuori dalle mura e la situazione rimase così per mesi. All’interno del castello, però, il caldo torrido di agosto si faceva sentire, le provviste scarseggiavano e i mercenari tedeschi, abituati a un costante movimento con Ezzelino, trovarono insopportabile rimanere fermi per mesi.

Alla fine, alcuni soldati ezzeliniani avevano stretto amicizia con i crociati ed elaborato un piano per permettere la conquista del castello. Il piano prevedeva l’apertura della piccola pusterla pedonale, a fianco alla grande porta carraia, così da permettere l’entrata nella cinta di una trentina di uomini, abbastanza da seminare il panico. E così fu. Alberico, spaventato dagli eventi, lascia il palazzo interno alle mura per rifugiarsi nel grosso mastio. Nel frattempo, tutte le truppe crociate avevano invaso il castello e aspettavano l’ormai certa resa di Alberico. Il povero Da Romano, ormai completamente impazzito, passava le giornate a piangere finché, un giorno, radunò attorno a sé i familiari per comunicare l’imminente resa. Ordinò l’apertura della porta del mastio e uscì. Alberico fu subito catturato e legato: con la bocca serrata in una morsa fu portato di fronte a Marco Badoer. Il podestà di Treviso srotolò la pergamena con la sentenza e pronunciò la condanna a morte al cospetto di un terrorizzato Alberico, che, stretto nella morsa, non poteva urlare.

Tuttavia, il Badoer ordinò che la sentenza venisse eseguita lì sul colle e non a Treviso come era stato stabilito, per evitare ripensamenti. I figli di Alberico furono condotti al ceppo urlanti e scalcianti e furono decapitati; le figlie e la moglie denudate e arse vive sul rogo. Il tutto avvenne sotto gli occhi Alberico, impazzito e ormai non più cosciente. Quest’ultimo fu legato alla coda di una cavallo e trascinato attraverso i rovi e gli sterpi. Era il 26 agosto 1260.

 

I corpi di Alberico e di un figlio maschio furono portati a Treviso, squartati e in seguito bruciati.

 

Di seguito è riportata la lista dei familiari di Alberico:

 

Margherita, seconda moglie, arsa viva

Ezzelino IV, morto nel 1243

Giovanni, decapitato

Alberico, decapitato

Romano, decapitato

Ugolino, decapitato

Tornalsce, decapitato

Griseida, arsa viva

Amabilia, arsa viva

 

Il frate Salimbene de Adam assistette a tutto questo e lo riportò su una cronaca del tempo, scrivendo: “Vidi ista oculis mei” ossia “Vidi questo con i miei occhi”.

Ma, cristianamente, si ritirò in preghiera, senza urlare o tentare d’impedire tale scempio!!

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica 27 agosto 1916: la Romania dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Nella notte tre colonne di soldati romeni, 12 divisioni nel complesso, marciano verso nord, attraversano il confine ungherese dei Carpazi ed entrano in  Transilvania. L’esercito romeno conta oltre 500.000 effettivi, ma è inadeguato per mezzi e armamenti. Fanteria priva di fucili automatici, di equipaggiamento antigas e di mortai da trincea, poche le mitragliatrici; forze aeree praticamente inesistenti; munizioni per sole sei settimane.

 

 

Nella comunicazione affidata al governo svizzero (!?) perché la inoltri a quello tedesco, il ministro degli Esteri Sonnino fa riferimento agli «atti di ostilità da parte del governo germanico» che «si succedono sempre più frequenti (…). Dalle persistenti prestazioni di armi e di strumenti bellici di terra e di mare fatte dalla Germania all’Austria-Ungheria; alla partecipazione costante di ufficiali, soldati e marinai germanici nelle varie operazioni di guerra contro l’Italia (…). Si aggiungano: la riconsegna fatta dal Governo germanico al nostro nemico dei prigionieri italiani evasi dai campi di concentramento austro-germanici e rifugiatisi in territorio tedesco; l’invito diramato agli istituti di credito e ai banchieri tedeschi, per iniziativa del Dipartimento imperiale degli Affari Esteri, di considerare ogni cittadino italiano come uno straniero nemico, sospendendo ogni pagamento dovutogli; la sospensione del pagamento agli operai italiani delle pensioni dovute in seguito a formale disposizione della legge germanica (…)».

L’Italia, dopo un anno di guerra, e con truppe tedesche schierate da subito sulle Alpi e sulle Dolomiti, si è resa conto di avere di fronte anche la Germania!

 

Nell’estate del 1916 i rapporti tra l’Italia e la Germania si fecero più tesi e il Governo, sollecitato dagli Alleati e dagli interventisti di sinistra non aspettava che un’occasione per romperla con Berlino.

Occasioni dovevano presentarsene più di una. A mezzo luglio, il Dipartimento germanico degli Affari Esteri informava, per mezzo del Governo svizzero, il nostro Governo di aver sospesi i pagamenti delle pensioni operaie dovute a cittadini italiani. Contemporaneamente, per desiderio espresso dallo stesso Dipartimento, le banche tedesche furono invitate a non eseguir pagamenti ai creditori italiani, trattandoli alla tregua dei cittadini di Stato nemico. Inoltre il generale VON BISSING, governatore tedesco nel Belgio, proibiva, con un decreto, agli Italiani mobilitati o mobilizzabili di uscire dal territorio belga e li sottoponeva a rigorosa sorveglianza.

In seguito alla sospensione dei pagamenti delle pensioni da parte dalle banche germaniche, il Governo italiano dispose affinché fosse provveduto senza interruzione ai pagamenti delle pensioni e delle rendite dovute dagli Istituti assicuratori germanici agli operai italiani ed alle loro famiglie; e il 13 luglio emanò un decreto con il quale si estendevano ai sudditi degli Stati nemici o alleati degli Stati nemici le disposizioni adottate contro l’Austria il 24 giugno 1915 e il 13 aprile 1916.

In conseguenza di queste disposizioni, si vietavano tutti i passaggi di proprietà e di beni mobiliari ed immobiliari appartenenti a sudditi germanici, e si proibiva a questi di istituire azioni giudiziarie in Italia, si concedeva, per rappresaglia, facoltà si sequestrare ì beni dei cittadini tedeschi e si decretava il divieto di pagamento o dell’esecuzione di qualsiasi obbligazione e la sorveglianza delle imprese e aziende commerciali germaniche.

Intanto, da più parti, il Governo era sollecitato affinché dichiarasse la guerra alla Germania. Il 30 luglio, commemorandosi a Genova Cesare Battisti, l’on. BOSSI, presidente della lega antitedesca, presentava tra gli applausi del pubblico un ordine del giorno da inviarsi al Governo, nel quale si facevano i seguenti voti: internamento degli austrotedeschi residenti ancora nel regno; sequestro dei beni appartenenti agli austro-tedeschi, con effetto retroattivo fino al 4 agosto 1914; sequestro completo dei brevetti tedeschi ed anche di quelli di quei cittadini italiani che fungevano da prestanomi; rottura di tutte le relazioni commerciali, finanziarie con la Germania; guerra alla Germania ed invio dei soldati italiani sul fronte francese.

Il 7 agosto si tenne al teatro Carcano di Milano un comizio per caldeggiare l’estensione della guerra alla Germania e fra gli applausi del numeroso uditorio parlavano il prof. ETEOCLE LOVINI, sindaco di Pavia, e gli onorevoli ALCESTE DE AMBRIS e PODRECCA.

L’8 agosto, l’Italia denunciava il trattato doganale e di navigazione tedesco-italiano e un decreto luogotenenziale dava facoltà al Governo italiano di mettere sotto controllo ed eventualmente sequestrare e liquidare le aziende i cui capitali appartenevano in totalità o in prevalenza a sudditi di Stati nemici o di alleati di Stati nemici.

Quel giorno stesso giungevano a Pallanza il ministro inglese del Commercio RUNCIMANN, sir J. RENNEL ROD, ambasciatore d’Inghilterra, il ministro DE NAVA, il generale DALLOLIO, l’on. ARLOTTA ed alcuni alti funzionari di vari ministeri, per discutere intorno ad accordi finanziari, economici e commerciali. Il convegno durò dal 9 all’11 (negli stessi giorni che le truppe italiane entravano a Gorizia); il 12, nella visita fatta alla Camera di Commercio di Milano, annunciando ufficialmente gli accordi italo-inglesi di Pallanza, il Runcimann disse, fra l’altro, a proposito del rifornimento di carbone: “Il nostro popolo soffrirà serenamente perché quello italiano possa essere provvisto di carbone. Dopo le conversazioni con i ministri Arlotta e De Nava si può affermare fiduciosamente che fra breve all’Italia saranno assicurati i suoi essenziali rifornimenti di carbone”.

In sostanza però l’accordo rappresentò una delusione per l’Italia, la quale per la imminente rottura con la Germania e per la recentissima vittoria di Gorizia, si aspettava molto di più dall’Inghilterra. Ma gl’Italiani non ebbero nemmeno il tempo di meditare sui risultati del convegno di Pallanza, che gli animi di tutti furono di lì a poco angosciati da terribili disastri: il 15 e il 16 agosto un violento terremoto sconvolse la Romagna e le Marche, danneggiando Cattolica, Riccione, Pesaro e, maggiormente, Rimini, la quale due mesi prima con Forlì e Cesena aveva patito altre gravi scosse; il 17 un terribile nubifragio devastò il territorio fra Sesto Calende e Solbiate, producendo vittime.

Ci si avviava, intanto alla rottura con la Germania, come mostravano chiarissimi indizi fra i quali la confisca del palazzo Venezia (26 agosto), appartenente all’Austria e già sede degli ambasciatori austro-ungarici presso il Vaticano, e il Quirinale, palazzo che, per le preghiere della Germania, non si era fino allora voluto sottrarre all’Austria.

Due giorni dopo il ministro degli Esteri, a mezzo dell’ambasciatore a Berna, faceva rimettere al Governo Federale Svizzero la seguente comunicazione:

 

“Gli atti di ostilità da parte del Governo germanico verso l’Italia si succedono sempre più frequenti. Basti accennare alle numerose persistenti prestazioni di armi e di strumenti bellici di terra e di mare fatte dalla Germania all’Austria-Ungheria; alla partecipazione costante di ufficiali, soldati e marinai germanici nelle varie operazioni di guerra contro l’Italia. Solamente grazie all’assistenza prodigata dalla Germania sotto le forme più diverse l’Austria-Ungheria poté recentemente concentrare il suo massimo sforzo contro l’Italia. Si aggiungano: la riconsegna fatta dal Governo germanico al nostro nemico dei prigionieri italiani evasi dai campi di concentramento austro-germanici e rifugiatisi in territorio tedesco; l’invito diramato agli istituti di credito ed ai banchieri tedeschi, per iniziativa del Dipartimento imperiale degli Affari Esteri, di considerare ogni cittadino italiano come uno straniero nemico, sospendendo ogni pagamento dovutogli; la sospensione del pagamento agli operai italiani delle pensioni dovute in seguito a formale disposizione della legge germanica. Sono questi altrettanti elementi rivelatori delle reali disposizioni sistematicamente ostili che animano il Governo imperiale verso l’Italia.

Non è ulteriormente tollerabile da parte del Regio Governo un tale stato di cose che aggrava a tutto danno dell’Italia quel profondo contrasto tra la situazione di fatto e la situazione di diritto già risultante dall’alleanza dell’Italia o della Germania con due gruppi di Stati in guerra fra loro. Per le ragioni più sopra enunciate il Governo italiano dichiara, in nome di S. M. il Re, che l’Italia si considera, a partire dal 28 corrente, in stato di guerra con la Germania e prega il Governo Federale Svizzero di voler portare quanto precede, a conoscenza del Governo imperiale Germanico”.

 

Lo stesso 27 agosto il Governo della Romania dichiarava guerra all’Austria-Ungheria; e i politici italiani sollecitarono le offensive dell’Italia sul Carso, al fine di aiutare la Romania.

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