Lepido

 

Accadde oggi, 26 Novembre: 43 a.C., su un’isoletta vicino a Bologna, si sancisce il Secondo Triumvirato

 

Sull’isoletta del fiume Reno, quelle emiliano, più modesto del Reno più famoso, un’aquila uccise due corvi che avevano osato attaccarla!

E i soldati presenti trassero auspici sul divenire di questo patto a tre!

 

 

 

di Daniele Vanni

 

 

26 novembre 43 a.C. Secondo Triumvirato

 

 

Primo Triumviratoè il nome che gli storici hanno attribuito all’alleanza politica, non ufficiale, nella Roma antica, di Gaio Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso, e Gneo Pompeo Magno, siglato nel 60 a.C.

 

Con accordi più stretti, precisi e rinnovati, in forma quasi ufficiale, per la presenza di duecento senatori, a Lucca, nel 55 a.C.

 

 

Crasso e Pompeo erano stati colleghi consoli nel 70 a.C., quando avevano emanato una legge per il completo ripristino dei poteri dei tribuni della plebe.

Lucio Cornelio Silla aveva infatti tolto tutti i poteri ai tribuni della plebe, ad eccezione dello ius auxiliandi, il diritto di aiutare un plebeo in caso di persecuzioni da parte di un magistrato patrizio.

 

Tuttavia, fino a quel momento, i due uomini avevano avuto una notevole antipatia reciproca, giacché ognuno riteneva che l’altro avesse superato i propri limiti, per aumentare la sua reputazione a spese del collega.

 

L’alleanza tra Cesare, Crasso e Pompeo

 

Cesare prima riuscì a riconciliare i due uomini e poi unì la loro influenza alla sua, per essere eletto console nel 59 a.C.; lui e Crasso erano già buoni amici e consolidò la sua alleanza con Pompeo, dandogli in moglie la propria figlia Giulia.

L’alleanza unì l’enorme popolarità di Cesare e la sua reputazione giuridica, all’enorme ricchezza di Crasso e la sua influenza nell’ordine equestre, con l’ugualmente spettacolare ricchezza e fama militare di Pompeo.

 

Il Triumvirato fu mantenuto segreto finché il Senato non fece opposizione alla legge agraria proposta da Cesare che fondava colonie di cittadini Romani e distribuiva parti dell’ager publicus ai veterani di Pompeo.

 

Cesare subito portò la sua proposta di legge di fronte all’assemblea della plebe (Concilium Plebis) con un discorso che lo vide fiancheggiato da Crasso a Pompeo, rivelando in questo modo la loro alleanza. La legge agraria di Cesare fu approvata, ed i Triumviri in seguito procedettero a sostenere l’elezione del demagogo Publio Clodio Pulcro a tribuno della plebe, sbarazzandosi con successo sia di Marco Tullio Cicerone che di Marco Porcio Catone, entrambi fieri oppositori dei Triumviri.

 

 

Marco Antonio

 

 

Accordi del triumvirato

 

Il triumvirato proseguì con gli accordi di Lucca del 55 a.C..

 

Cesare ebbe, in qualità di proconsole, prorogato per cinque anni, il governo della Gallia Cisalpina e di quella Transalpina, oltre all’Illirico ed al comando di quattro legioni, per cinque anni.

 

Pompeo e Crasso ebbero un secondo consolato nel 55 a.C..

Una volta divenuti consoli, Crasso ricevette la provincia di Siria e la direzione della campagna contro i Parti, mentre Pompeo l’Africa, le due Spagne e quattro legioni, due delle quali cedette a Cesare per la guerra gallica.

 

 

 

Secondo triumvirato è il nome che gli storici danno all’alleanza stipulata tra Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido.

 

Questa alleanza, manovrata fin dalle prime ore dell’uccisione di Cesare e concretizzatesi su un isoletta del fiume Reno a Bologna, con il presagio offerto da un’aquila che spiegò meglio degli storici! durò fino al 33 a.C., per cinque anni, ma non venne rinnovata.

 

A differenza del primo triumvirato, che era solo un accordo privato, il Secondo Triumvirato fu una organizzazione ufficiale, anche se extra-costituzionale, che ricevette l’imperium maius.

 

La morte di Cesare aprì una fase di grave instabilità interna alla res publica romana. Le ragioni per cui fu ordita la congiura contro Cesare sono da ricercare nei poteri quasi monarchici che questi aveva accumulato dopo la vittoria su Pompeo. Gli assassini, definiti dagli storici cesaricidi, furono mossi da una atavica avversione contro ogni forma di potere di tipo personale e assoluto, in nome delle tradizioni e delle libertà repubblicane.

 

Il limite dell’azione dei congiurati fu la mancanza di un disegno politico preciso e coerente, e fu facile per i seguaci del dittatore porre fine al loro disegno e a costringerli alla fuga. La scena politica fu presto dominata da Marco Antonio, fedele e abile generale di Cesare che ne seguì le sorti per tutto il conflitto e nel 44, anno della congiura, ricopriva insieme con lui la carica consolare. Presto si rivelarono le sue vere intenzioni: appropriarsi dell’eredità politica di Cesare e ripercorrerne le orme.

 

Da parte del Senato ciò fu visto come un pericolo e fu perciò emesso un senatoconsulto ultimo, secondo il quale il futuro triumviro fu dichiarato nemico pubblico. Contro di lui furono levati due eserciti, guidati dai consoli del 43 Irzio e Pansa. Lo scontro avvenne nell’aprile dello stesso anno presso Modena, dove Decimo Bruto si era asserragliato con le sue forze (pare su suggerimento di Ottavio). Antonio ebbe la peggio e fu costretto a fuggire in Gallia, dove fu accolto e protetto da Lepido, il quale aveva fatto una leva in Spagna Citeriore e nella Gallia Narbonese. Il Senato usò anche un’altra arma contro il giovane generale: il figlio adottivo di Cesare, Gaio Ottavio Turino.

 

Questi, al momento della congiura, si trovava ad Apollonia per motivi di studio e lo attendeva per seguirlo nella spedizione partica. Tornato a Roma, si fece apprezzare per le sue doti politiche e mostrò una freddezza e una sicurezza che gli procurarono numerose simpatie, tra cui quelle di Cicerone. Del pericolo rappresentato da Ottavio si rese conto lo stesso Antonio, anche perché questi sapeva che il giovane sarebbe stato per lui un pericoloso avversario, anche in virtù del fatto che era il figlio adottivo ed erede universale di Cesare. Per questo non mancò di dileggiarlo e di impedire la ratifica della sua adozione.

 

Abile e spregiudicato, il giovane figlio adottivo di Cesare seppe approfittare della situazione per imporsi sulla scena politica e, non essendo rientrati i due consoli del 43 a.C., si candidò al consolato per l’anno successivo. Al rifiuto del senato (addotto a causa della sua giovane età), il futuro imperatore rispose marciando su Roma con le sue legioni, costituite da veterani cesariani a lui fedeli in quanto figlio del dittatore. Eletto dai comizi, come primo atto il nuovo console revocò l’amnistia per i cesaricidi e istituì un tribunale per giudicarli. Poi, dopo aver fatto riconoscere la sua adozione (avvenuta nel 45) e mutato il nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano, decise di riappacificarsi con Lepido e Antonio.

 

La Lex Titia

 

L’incontro fra i tre maggiori eredi di Cesare fu organizzato da Lepido su un’isoletta del fiume Reno, presso l’allora colonia romana di Bononia, odierna Bologna.

Il patto, valido per un quinquennio, fu legalizzato ed ebbe validità istituzionale con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C.

Ufficialmente i membri furono conosciuti come Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate (Triumviri per la Costituzione della Repubblica con Potere Consolare, abbreviato come “III VIR RPC”). Svetonio racconta di un episodio curioso accaduto in questa circostanza:

 

« Quando le armate dei triumviri si raccolsero a Bologna, un’aquila, che si era insediata sul tetto della tenda di Ottaviano, uccise e fece cadere a terra due corvi che l’avevano aggredita a destra e a sinistra. Tutto l’esercito presagì che un giorno fra i tre triumviri ci sarebbe stata discordia, ciò che poi si verificò e ne anticipò l’esito. »

(Svetonio, Augustus, 96.)

L’accordo fu lo sviluppo naturale a cui portava la situazione creatasi dopo la morte di Cesare. Antonio e Ottaviano erano i principali eredi politici del dittatore ucciso l’anno prima; essi si ritrovarono nella comune opposizione agli ottimati – intenzionati ad abolire le riforme cesariane – e nella volontà di dare la caccia ai cesaricidi (i quali, intanto, con Bruto e Cassio, stavano organizzando imponenti forze in Oriente). Intanto Sesto Pompeo, figlio dell’avversario di Cesare, con le forze pompeiane superstiti e una potente flotta, teneva sotto controllo Sicilia, Sardegna e Corsica, e la usava per razziare le coste dell’Italia meridionale seminando il terrore.

 

L’accordo era necessario soprattutto per Ottaviano, il quale voleva evitare di trovarsi fra due fuochi, da una parte Antonio con 17 legioni (comprese quelle dategli da Lepido, suo partigiano) e dall’altra le già ricordate forze dei cesaricidi in Oriente. Dall’incontro uscì una spartizione delle provincie, inizialmente a lui sfavorevole: ad Antonio sarebbe spettato il proconsolato nella Gallia Cisalpina e Comata, a Lepido la Gallia Narbonense e le Spagne, ad Ottaviano l’Africa, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

 

Per reperire i fondi necessari per la campagna in Oriente e per vendicare la morte di Cesare, i tre redassero le “liste di proscrizione” degli avversari da eliminare ed incamerarne così i beni. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all’uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2000 cavalieri ne seguirono la sorte.

 

Tra questi fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui, raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita. Altra barbarie decisa dai triumviri fu l’uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25.000 denari agli uomini liberi, 10.000 agli schiavi con l’aggiunta della manomissione e della cittadinanza.

 

I tre triumviri

 

I tre protagonisti del patto avevano personalità molto diverse e, come si è visto, strinsero l’accordo per convenienza personale, piuttosto che per una sincera identità di vedute. Marco Antonio era desideroso di raccogliere e proseguire l’opera già cominciata da Cesare: riforma in senso monarchico dello stato ed espansione a Oriente dell’impero. Dopo aver dato pubblica lettura del testamento del dittatore, seppe usare per i suoi fini le ire popolari contro i cesaricidi, diventando così leader indiscusso del partito cesariano.

 

Il suo consolato del 44 fu caratterizzato da politiche demagogiche e da una legislazione confusa. Percepì ben presto il pericolo rappresentato dal giovane Ottavio, sia in quanto erede universale di Cesare, sia perché era ben visto dagli ottimati. Costretto dopo Modena obtorto collo a condividere con il futuro rivale la scena politica, scatenò, come si è visto, sanguinose rappresaglie contro i propri nemici politici[4]. Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, fu astuto e abile allo stesso tempo nello sfruttare la confusione creatasi dalle lotte fra i diversi partiti.

 

Nonostante la pericolosa parentela, fu visto inizialmente come paladino degli ottimati, da contrapporre ad Antonio. Non a caso, in occasione della battaglia di Modena, accompagnò come propraetor i consoli con milizie a lui fedeli. Ben presto, però, fece pentire l’aristocrazia della scelta fatta, mostrando di voler vendicare il padre adottivo e di raccoglierne l’eredità politica. Seppe raggiungere subito in maniera spregiudicata la massima magistratura della Res publica con un vero e proprio colpo di Stato e, come vedremo, una volta entrato in contrasto con Antonio, si presentò come campione del mos maiorum tanto caro all’aristocrazia senatoria e della conservazione e tutela dei valori della repubblica e delle sue istituzioni.

 

Non fu solo bravo nel sapersi muovere nell’agone politico, ma si circondò di valenti uomini, come quel Marco Vipsanio Agrippa abile generale, che gli regalò i suoi successi militari più importanti. Marco Emilio Lepido, sostenitore di Cesare e poi di Antonio subito dopo le idi di marzo, fu invece presto un comprimario, una spalla degli altri due colleghi e in molti casi poco affidabile. Di fronte al crescere della personalità e dell’importanza degli altri triumviri, egli fu sempre più relegato ai margini della scena politica.

 

Dopo Filippi, che come vedremo fu la vittoria definitiva sui cesaricidi, ottenne solo l’Africa. Chiamato a sostenere Ottaviano contro Sesto Pompeo in Sicilia (36 a.C.), fu un alleato poco fedele e giunse alla fine col parteggiare per il figlio di Pompeo Magno. Abbandonato dai soldati, dovette arrendersi e chiedere perdono a Ottaviano (ormai padrone dell’Occidente). Per punizione fu costretto a rinunciare alle otto legioni giunte in Sicilia al seguito di Sesto Pompeo che aveva preso al comando, le magistrature affidategli (mantenendo solo quella di pontifex maximus, titolo puramente onorifico) e a ritirarsi a vita privata al Circeo fino alla morte (ca. 12 a.C.)[5].

 

Lo scontro con i cesaricidi e Sesto Pompeo

 

Il patto permise ai tre di prendere il controllo politico dell’Italia e di tutto l’Occidente.

Dopo le proscrizioni, molti ottimati si rifugiarono o presso i cesaricidi, che stavano organizzando una grossa spedizione contro i triumviri, o presso Sesto Pompeo.

La sconfitta dei nemici comuni a Filippi e Nauloco consegnò l’intero impero in mano ad Ottaviano e Antonio.

 

In attesa di Azio!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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