Accadde Oggi, 26 Febbraio: il XX Congresso del PCUS e la denuncia shock di Chruscev della tragedia staliniana

 

di Daniele Vanni

 

 

Era il 26 Febbraio del 1956, quando si apriva il Il XX Congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica).

Nell’occasione il segretario Nikita Chruščëv, col suo celebre rapporto segreto (tuttora il dibattito è aperto sulla sua validità storica, soprattutto tra i partiti d’ispirazione Marxista-Leninista che lo considerano come un’abile azione propagandistica), denunciò le violenze, le purghe e le limitazioni alla libertà imposte dal regime di Stalin.

 

Era presente per l’Italia, anche una delegazione del PCI guidata da Palmiro Togliatti che sapeva bene quello che cominciava solo allora a venire a galla (nell’anno dell’invasione sovietica dell’Ungheria, applaudita da tanti compagni italiani, tra i quali il Presidente Napolitano e denunciata da pochi che uscivano dal PCI o addirittura dalla Sinistra). Ma Togliatti continuò a nicchiare (troppe le sovvenzioni sovietiche al Partito e non solo …dirette!)…L’uomo che aveva bloccato a Mosca (guarda caso pochissimi giorni prima del suo arresto!) la lettera di Gramsci (che praticamente morirà nelle carceri fasciste) che se richiamava i critici di Stalin a non spaccare il partito pure metteva in luce il “dirigismo” cioè la dittatura stalinista che produrrà forse oltre 50 milioni di morti! Il “Migliore” dittatore indiscusso del PCI che aveva scritto su Stalin e l’Unione Sovietica pronunciato queste belle frasi:

 

– alla morte di Stalin, Togliatti, commento alla Camera dei deputati il 6 marzo 1953 :

 

«Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, è un gigante dell’azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia faticosa e gloriosa del genere umano […]»

(Camera dei deputati, Discussioni in Assemblea (resoconti stenografici), Seduta di Venerdì 6 marzo 1953, p. 46858.)

 

E nel corso del XVI Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, tenutosi a Mosca nel 1930:

 

«È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano»

 

(Citato in: Paolo Granzotto, tratto da «Il Giornale» del 1º maggio 2002. Riportato il 21 febbraio 2007.)

 

si era adeguato di mala voglia, alle conclusioni del XX Congresso del PCUS che sancivano l’inizio della destalinizzazione, dichiarando:

 

«Stalin divulgò tesi esagerate e false, fu vittima di una prospettiva quasi disperata di persecuzione senza fine, di una diffidenza generale e continua, del sospetto in tutte le direzioni.»

 

(L’Unità, 15 marzo 1956)

 

Pure nel corso del 1956, dopo il XX Congresso del PCUS, Togliatti aveva continuato a criticare il modo in cui Chruščёv aveva condotto la critica al “culto della personalità” di Stalin. In un’intervista sulla rivista Nuovi argomenti propose in modo molto cauto e per certi versi ambiguo una revisione più profonda della storia dell’URSS, secondo cui andavano cercate nel PCUS degli anni venti le radici di squilibri manifestatisi con la pianificazione guidata da Stalin. Al tempo stesso però rimase nell’alveo dei fedeli di Mosca e condannò la rivolta di Poznań e quella di Budapest nel 1956, ritenendole pericolose per la stabilità e le prospettive del socialismo. Vide però negli errori dei partiti al potere le cause delle rivolte, criticando la tesi secondo cui esse avessero matrici “esterne” al socialismo.

Era in fondo il Togliatti più nascosto, quello che insieme ad altri dirigenti comunisti italiani, fu responsabile della delazione ai danni di vari comunisti non allineati allo stalinismo, tra cui Rodolfo Bernetich, Renato Cerquetti, Luigi Calligaris, Otello Gaggi e Emilio Guarnaschelli. Le vittime delle delazioni di Togliatti e degli altri dirigenti stalinisti furono condannate a morte o a dure pene detentive durante le purghe di Stalin.

 

Il rapporto al XX Congresso che provocò in Occidente un’enorme impressione (assai meno in Italia dove pure ci furono abbandoni, strappi di tessere, scissioni…) verteva sulle epurazioni criminose compiute da Stalin dopo il 1934 nei confronti di membri innocenti del partito, sulle divergenze tra Stalin e Lenin, su come egli avesse edificato il culto della sua persona, sugli errori da lui compiuti nella conduzione della guerra con la Germania. Non si parlava tuttavia dei milioni e milioni (aggiungendo quelli morti di fame, senza considerare i 20 o 37 milioni della guerra a cui Stalin giunse forse coscientemente impreparato, per mantenere il potere! e ci sono storici che affermano che le due impressionanti cifre che assieme giungono ad un centinaio di milioni di morti, tra deportazioni, fucilazioni, quasi un milione! fame, gulag, suicidi, guerra…siano state mischiate “ad arte”!) di morti provocati dalla collettivizzazione forzata delle campagne e delle carestie ad essa legate, né venivano denunciati i processi farsa con cui Stalin si era sbarazzato di dirigenti politici come Bucharin o gli assassini su commissione di oppositori esiliati come Trotsky: queste figure rimanevano sempre all’indice; così come la collettivizzazione delle terre e la pianificazione centralizzata introdotta da Stalin rimanevano considerate una grande conquista per il socialismo.

 

Il discorso scioccò i delegati del congresso che dopo anni di propaganda sovietica erano convinti della grandezza di Stalin. Dopo un lungo dibattito il discorso venne reso pubblico nel mese successivo, ma il rapporto completo fu pubblicato solo nel 1989.

 

Iniziava così la “destalinizzazione” dell’URSS, almeno tanti la considerano tale, ma ad onore della verità, c’è da dire che di lì a poco, alla fine di ottobre dello stesso anno, i carrarmati sovietici spengevano la rivoluzione ungherese con 2700 morti tra le file degli insorti, 720 soldati russi, oltre 250.000 feriti ed emigrazioni di massa verso l’Occidene. Tante anche le conseguenze politiche, anche in Italia dove non pochi intellettuali abbandonarono il PCI che difendeva a spada tratta l’intervento dei compagni sovietici. Non così l’ex presidente della Repubblica Napolitano che ha poi riconosciuto come su quella vera e propria invasione aveva ragione il Partito Socialista di Nenni.

 

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